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Intervista a Elena: Voce e autodeterminazione della Sardegna

Intervista a Elena: Voce e autodeterminazione della Sardegna


Cosa ti ha spinta a trasformare il tuo percorso personale e artistico in un impegno civico così profondo per la Sardegna?

Non ho trasformato il mio percorso artistico in un impegno civico, ma ho deciso di intensificarne il messaggio. Già nelle mie canzoni e nella quotidiana sensibilizzazione delle persone intorno a me cercavo di parlare della Sardegna e delle sue vicende. C’è stato un momento in cui mi sono resa conto che una voce in più, che si esponeva più degli altri, poteva fare la differenza. Così ho scelto di espormi apertamente, condividere ciò che scoprivo, le mie ricerche sulla situazione dell’isola, e raccontare i disagi che la affliggono. Proprio in un periodo storico in cui i suoi paesaggi cominciavano a cambiare profondamente con la questione delle rinnovabili.


In che modo il movimento Surra agisce concretamente sul territorio per contrastare la colonizzazione energetica?

Il Movimento Surra fa innanzitutto un lavoro intenso di divulgazione. Studiamo costantemente ciò che accade sull’isola, perché la situazione cambia rapidamente e la Sardegna viene aggredita su molti fronti. Il nostro primo passo è sempre informare le persone, anche attraverso attività di inchiesta, perché ci rendiamo conto che l’informazione disponibile non è sempre chiara, spesso è influenzata o parziale, e non riesce a raggiungere tutti. Oltre alla divulgazione, mettiamo in atto azioni concrete, come esposti e interventi legali. Analizzando i progetti, ci siamo resi conto che molte aziende coinvolte non erano affidabili o nascondevano dettagli poco trasparenti, quindi abbiamo intrapreso vie legali per contrastare queste pratiche.

Apriamo petizioni e coinvolgiamo altri enti di tutela per unire le forze. Parliamo con le persone e cerchiamo di responsabilizzarle affinché comprendano che ciascuno di noi deve fungere da guardiano del proprio territorio. Un altro aspetto fondamentale è costruire comunità. In momenti come questi, quando le persone si sentono impotenti, sfiduciate o costrette dalla povertà a vendere le proprie terre, è essenziale ricreare un senso di vicinanza e solidarietà. Per questo abbiamo promosso iniziative come “Baratto Sardegna”, un sito pensato per ridurre l’impatto della povertà e allo stesso tempo rafforzare il tessuto comunitario. Crediamo che la comunità sia un ingrediente indispensabile per affrontare insieme le aggressioni alla nostra terra.


Quali sono le principali sfide che incontri nel promuovere il tema dell’autodeterminazione sarda oggi?

La sfida più grande è rompere il muro dell’indifferenza e della rassegnazione. Molti vivono la Sardegna in maniera passiva, abbiamo interiorizzato la sconfitta. Visti i tempi che corrono, non è una cosa che ci si può permettere. C’è bisogno della collaborazione e dell’impegno di tutti. C’è molta frammentazione politica e sociale: le battaglie spesso vengono ridotte a slogan, strumentalizzate e politicizzate. E questo, ancora una volta, divide. Bisogna convincere le persone che l’autodeterminazione non è un concetto astratto, ma la possibilità concreta di difendere la propria casa e decidere il proprio futuro.


Come ha influenzato la tua esperienza fuori dalla Sardegna la visione che porti avanti con Surra?

Vivere fuori dall’isola mi ha dato lo sguardo esterno necessario per capire quanto la Sardegna sia spesso marginalizzata nelle scelte economiche e politiche: esattamente come accade alle colonie. Quanta della ricchezza che l’isola possiede non riesce ad essere sfruttata dai sardi, ma solo da chi viene da fuori. Non per incapacità, ma per dei meccanismi esterni e radicati che perdurano da decenni. Aggravati da costi e tassazione che sono i nemici naturali di uno sviluppo reale.

Difendere la Sardegna è una necessità concreta, una responsabilità che sento verso la mia gente che spesso non ha avuto gli strumenti che ho avuto io per vedere in maniera cristallina l’immensa fortuna dell’appartenere ad una terra che potrebbe essere tra le più ricche al mondo per l’enorme patrimonio paesaggistico, storico-culturale, naturalistico e minerale che possiede.


Che ruolo può avere la cultura, e in particolare la musica, nella costruzione di una maggiore consapevolezza e partecipazione del popolo sardo?

Per la Sardegna, la musica e la poesia sono sempre state una valvola di sfogo, capaci di raccontare la realtà, la quotidianità e allo stesso tempo unire le persone. Hanno storicamente veicolato messaggi profondi di ribellione e coscienza, diventando parte integrante della memoria collettiva sarda. La nostra tradizione racconta da sempre di tirannie, soprusi, resistenza: è qualcosa che ci appartiene profondamente, perché riflette ciò che abbiamo vissuto. Una volta tutto questo generava una risposta collettiva. Oggi sembra aver perso valore, ma non perché non ne abbia. Il valore resta, smette semplicemente di essere riconosciuto quando manca qualcuno disposto ad ascoltare davvero. Il problema non è la mancanza di musica o di cultura. È la mancanza di attenzione.

Non ci si ferma più a riflettere su ciò che si ascolta, sul significato delle parole. E questo non riguarda solo la Sardegna, ma è una condizione diffusa, legata all’epoca in cui viviamo. Un tempo la musica riusciva a smuovere le coscienze, a innescare reazioni e rivoluzioni. Oggi, troppo spesso, resta un sottofondo, e più è leggera e disimpegnata, più sembra funzionare. In questo contesto si inserisce anche la mia musica con gli Onyria. Non è esplicitamente legata alla Sardegna, anche se alcuni testi ne sono stati ispirati, ma porta con sé quella stessa vena ribelle che cerca di smuovere, di lasciare qualcosa. Per noi la musica non può essere vuota o puramente decorativa. È espressione e liberazione. Deve generare riflessione, emozione, consapevolezza e forza. L’intrattenimento ha il suo spazio, certo. Ma la musica, per come la intendiamo noi, deve essere molto di più. Ed è proprio per questo che, in un certo senso, può sembrare anacronistica. Ma va bene così: significa restare fedeli a una funzione più profonda, che non è mai davvero scomparsa, solo messa in secondo piano. Per ora.

Elena Pinna


Intervista a Elena: Voce e autodeterminazione della Sardegna

Redazione The Digital Moon

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