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Intervista ad Asia: Tra fishietto-microfono e passerella

Intervista ad Asia: Tra fishietto-microfono e passerella


Essere arbitro e allo stesso tempo opinionista calcistica ti permette di vedere il calcio da due punti di vista molto diversi: qual è la sfida più grande nel conciliare questi ruoli?

La sfida più grande nel conciliare il ruolo di arbitro e quello di opinionista è riuscire a mantenere coerenza tra ciò che fai in campo e ciò che dici fuori. Da arbitro devi prendere decisioni in pochi secondi, applicando il regolamento con lucidità e senza condizionamenti; da opinionista, invece, hai il tempo di analizzare tutto e ti viene chiesto anche di esprimere giudizi, a volte critici. Il rischio è creare contraddizioni: se sei troppo duro nel commentare gli altri arbitri, poi devi essere pronto a sostenere lo stesso livello di giudizio su te stesso; se sei troppo prudente, perdi credibilità verso chi ti ascolta.

Per me l’equilibrio sta nell’essere sempre onesto e coerente: spiegare le decisioni con competenza, senza mai dimenticare quanto sia complesso arbitrare sul campo. In questo modo i due ruoli non si scontrano, ma si completano.


Quanto ha influenzato la tua fede per il Napoli nella scelta di raccontare il calcio sui social e in radio?

La mia fede per il Napoli ha avuto un’influenza importante, soprattutto all’inizio, perché è stata la scintilla che mi ha fatto venire voglia di raccontare il calcio. La passione da tifoso ti dà energia, emozione e anche il desiderio di condividere ciò che vivi.

Però, nel momento in cui ho iniziato a parlare di calcio sui social e in radio, ho capito subito che dovevo fare un passo in più: trasformare quella passione in qualcosa di più equilibrato e credibile. Essere tifoso del Napoli resta una parte di me, ma quando analizzo una partita o un episodio cerco sempre di mettere davanti la competenza e l’obiettività, anche perché il mio ruolo da arbitro mi impone questo tipo di approccio.In un certo senso, la passione mi ha dato il via, ma è la professionalità che guida tutto il resto.


C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il calcio sarebbe diventato il filo conduttore della tua vita?

Non c’è stato un singolo momento preciso, ma piuttosto una serie di tappe che, messe insieme, mi hanno fatto capire che il calcio sarebbe diventato il filo conduttore della mia vita. All’inizio era solo passione, vissuta da tifoso, qualcosa di spontaneo e naturale. Poi, quando ho iniziato il percorso da arbitro, ho scoperto un lato completamente diverso del calcio: più profondo, fatto di responsabilità, studio e gestione delle situazioni.

È lì che ho capito che non era più solo un hobby. Infine, raccontarlo sui social e in radio è stato come chiudere il cerchio: non solo viverlo, ma anche condividerlo e analizzarlo. Più che un momento preciso, è stata una consapevolezza cresciuta nel tempo, fino a diventare una parte centrale della mia vita.


Tra campo, contenuti social, radio e moda: come organizzi il tuo tempo e quale di queste realtà senti più tua in questo momento?

Organizzare il tempo non è sempre semplice, perché sono mondi diversi ma tutti impegnativi. Cerco di pianificare molto le giornate, dando priorità agli impegni in campo, che richiedono concentrazione, preparazione fisica e mentale. Tutto il resto — social, radio e anche la moda — lo incastro nei momenti liberi, ma sempre con costanza, perché credo che la continuità faccia la differenza.

La verità è che non li vedo come ambiti separati: fanno tutti parte della mia identità e si influenzano a vicenda. Il campo mi dà credibilità, i social e la radio mi permettono di esprimermi e creare connessione, mentre la moda è una forma di espressione personale. In questo momento, però, quello che sento più mio è proprio il racconto del calcio: è lì che riesco a unire tutto — esperienza diretta, passione e comunicazione.


    Guardando al futuro, dove ti vedi: più con il fischietto in campo, davanti a una telecamera o dietro un microfono?

    Guardando al futuro, mi vedo in un percorso che unisce tutte queste dimensioni, ma con un’evoluzione naturale. Il fischietto rappresenta la base: è ciò che mi ha formato e che mi dà credibilità, quindi finché potrò, continuerà a essere una parte importante del mio percorso.

    Allo stesso tempo, però, mi vedo sempre di più davanti a una telecamera o dietro un microfono, perché raccontare il calcio è qualcosa che sento mio al cento per cento. È il modo in cui riesco a trasmettere esperienza, passione e visione. Se devo immaginare il lungo periodo, probabilmente mi vedo più nella comunicazione, ma con un’identità costruita proprio grazie al campo. Perché senza quel vissuto, anche il racconto perderebbe forza e autenticità.

    ASIA TELESE


    Intervista ad Asia: Tra fishietto-microfono e passerella

    Redazione The Digital Moon

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