Intervista a Roberta: Quando la musica diventa l’unica possibilità
Intervista a Roberta: Quando la musica diventa l’unica possibilità
La tua diagnosi di ADHD ha ridefinito il modo in cui gestisci la tua iperfocalizzazione sul palco e in studio?
Non so se ha cambiato davvero il modo in cui lavoro. Ha cambiato il modo in cui mi guardo.
Per tutta la vita ho sentito questa iperattività costante, questa insoddisfazione cronica, questa sensazione di essere sempre un po’ fuori ritmo rispetto al resto del mondo. Non riuscivo a stare ferma. Non riuscivo a sentirmi “arrivata”.
Quando è arrivata la diagnosi di ADHD, non è stato uno shock. È stato un nome. Un nome a qualcosa che c’era da sempre. Non ho iniziato a gestire diversamente l’iperfocalizzazione. Ho capito che quella cosa lì — quell’urgenza quasi biologica — non era un difetto da contenere, ma un segnale chiarissimo: l’unico posto in cui quella energia trova senso è la musica.
Io posso fare tante cose. Le ho fatte. Ma l’unica cosa che posso davvero fare è suonare. Sul palco quella iperattività diventa traiettoria. Diventa precisione. Diventa presenza totale. È l’unico momento in cui tutto si allinea.
Come si è evoluta la scrittura dei brani dei Kyoto passando da progetto solista a duo con Truemantic, fino all’attuale formazione allargata?
All’inizio Kyoto ero io contro il muro. Nel 2020 scrivevo in modo quasi ossessivo. Testo e ritmo. Corpo e parola. Era una cosa molto verticale, molto solitaria.
Poi è entrato Salvatore Ronzulli, in arte Truemantic, e il suono si è aperto. È diventato tridimensionale. Lui ha portato una visione elettronica e cinematica che ha fatto esplodere le mie strutture più secche, più minimali. Abbiamo iniziato a costruire tensione come si costruisce una scena.
Oggi la scrittura è ancora più collettiva. Stanno partecipando anche Elio Di Monza, Simone Prudenzano e Stefano Bruno. Non è più solo “io porto un brano”. È un laboratorio. È stratificazione.
Con la formazione allargata — Michele Ciccimarra alla batteria e Corrado Ciervo al violino — scriviamo già pensando al live come a un organismo vivo. Il violino può diventare lama, la batteria può diventare massa, i synth possono diventare paesaggio. Kyoto non è più un progetto solista evoluto. È un corpo a più teste.
Tra i prestigiosi festival internazionali e l’apertura a band storiche come i Massive Attack, quale esperienza ha segnato maggiormente la tua crescita artistica?
Aprire per i Massive Attack è stato uno di quei momenti in cui senti la storia addosso. Loro hanno cambiato il modo di intendere l’elettronica, l’immaginario, la relazione tra suono e visione. Salire su quel palco prima di loro è stato potente. Ti costringe ad alzare l’asticella dentro di te.
Ma la vera palestra sono stati i festival internazionali, tipo Eurosonic Noorderslag o Sziget Festival. Lì non sei “la band italiana interessante”. Sei uno tra tanti. Nessuno ti deve niente. Se funzioni, lo senti. Se non funzioni, lo senti ancora di più. Quello ti fa crescere. Ti leva le sovrastrutture. Ti lascia solo con il suono e con il corpo.
In che modo il tuo background accademico in Lettere e Scienze dello Spettacolo influenza la componente spoken music e la drammaturgia nei vostri live?
Io non riesco a separare parola e suono. La mia formazione in Lettere mi ha dato una fissazione quasi patologica per il testo. La parola deve avere peso. Deve avere ritmo interno. Deve poter essere detta anche senza musica.
La spoken music nei Kyoto non è un vezzo estetico. È struttura. È architettura narrativa. Scienze dello Spettacolo mi ha insegnato a pensare in termini di tensione scenica.
I live non sono una playlist. Sono un arco. C’è un innesco, una frattura, un’escalation, un punto in cui il suono diventa quasi ingestibile, e poi una sospensione.
Avendo abbandonato la stabilità dell’insegnamento per la musica, come descriveresti la tua attuale definizione di “successo”?
Non è stato per niente facile. Lasciare un lavoro stabile, uno stipendio sicuro, una traiettoria chiara — soprattutto dopo anni di studio e abilitazioni — non è una scelta leggera. Non è un gesto romantico. È destabilizzante. Fa paura. Ti mette davanti a tutte le tue fragilità.
Ma la verità è che non avevo alternative. Ho provato ad adattarmi, ad essere disciplinata, a funzionare dentro sistemi che non mi rappresentano fino in fondo. L’ho fatto per anni. Però a un certo punto ho capito che quella scissione mi stava consumando.
Non è stato un “seguo il sogno”. È stato: o questo, o mi spengo.
Oggi per me successo non significa sicurezza. Significa coerenza radicale. Significa mettere tutta la mia energia — quella eccessiva, quella irrequieta, quella che non sta mai ferma — in un’unica direzione. Non è facile. Non è stabile. Non è rassicurante. Ma è l’unico modo che ho per stare al mondo.
Intervista a Roberta: Quando la musica diventa l’unica possibilità
Redazione The Digital Moon
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