Intervista: Educare per prevenire la violenza
Intervista: Educare per prevenire la violenza
In che modo la tua esperienza personale di violenza ha trasformato il tuo sguardo sul tema e ti ha spinta all’impegno pubblico e sociale?
La violenza che ho vissuto non è stata un episodio isolato, ma l’espressione di un sistema che normalizza il controllo e chiede alle donne di adattarsi, tacere, giustificare.
Per me la frattura più profonda non è stata solo l’atto violento in sé, ma la scoperta di quanto il contesto culturale lo renda possibile e spesso invisibile.
È stato in quel momento che il mio sguardo è cambiato: ho capito che la violenza di genere non è un’emergenza improvvisa, ma il risultato di una cultura che la tollera e la minimizza, spostando continuamente la responsabilità sulle vittime.
Da qui nasce il mio impegno pubblico e sociale: dal bisogno di rompere questo silenzio, di nominare il problema per quello che è, e di trasformare un’esperienza individuale in una presa di parola collettiva.
Perché credi che il racconto di sé non sia solo un atto individuale, ma uno strumento di cambiamento collettivo?
Il racconto di sé diventa collettivo nel momento in cui rompe l’isolamento. Le storie di violenza sono spesso confinate alla sfera privata, avvolte da vergogna e paura, e questo silenzio contribuisce a mantenere intatto il sistema che le genera. Quando una donna prende parola, non sta solo parlando di sé: sta rompendo uno schema, una narrazione collettiva che minimizza, giustifica o nega la violenza. Raccontarsi significa restituire complessità e verità a esperienze che vengono semplificate o distorte.
È uno strumento di cambiamento perché permette il riconoscimento, crea alleanze, produce consapevolezza in altre persone e rende visibile ciò che la cultura dominante tenta di rendere invisibile. In questo senso, la narrazione personale diventa un atto di responsabilità verso le altre.
Qual è il ruolo dell’educazione sessuo-affettiva nella prevenzione della violenza di genere e degli stereotipi, soprattutto tra le nuove generazioni?
L’educazione sessuo-affettiva è uno dei pilastri fondamentali della prevenzione, perché interviene prima che la violenza si manifesti. Non si tratta solo di educazione alla sessualità, ma di un percorso che insegna il rispetto dei confini, il riconoscimento delle emozioni, il consenso, la reciprocità e la gestione dei conflitti. In assenza di questi strumenti, i modelli che prevalgono sono quelli stereotipati, spesso appresi attraverso la cultura e il contesto sociale, che associano l’amore al controllo e la forza alla sopraffazione.
Investire sull’educazione significa assumersi una responsabilità culturale verso le nuove generazioni, offrendo loro linguaggi e strumenti per costruire relazioni sane, libere e non violente.
Attraverso il tuo lavoro con INSE e Scarpetta Rossa APS, quali bisogni emergono più spesso nelle persone che incontrate?
Uno dei bisogni più ricorrenti è quello di essere ascoltate senza giudizio. Molte persone arrivano dopo aver subito una violenza che non è stata riconosciuta come tale, oppure dopo aver incontrato istituzioni incapaci di accogliere il loro racconto. C’è una forte domanda di legittimazione, di strumenti per comprendere ciò che è accaduto e di supporto concreto, sia emotivo che pratico.
Accanto a questo emerge un grande bisogno di informazione e prevenzione, soprattutto tra i giovani, che spesso non hanno un linguaggio per nominare la violenza o per riconoscere dinamiche tossiche. Il lavoro associativo rende evidente quanto sia urgente costruire reti, competenze e spazi sicuri.
Se potessi lasciare un messaggio chiaro alle istituzioni e alla società, quale sarebbe il primo passo concreto da compiere affinché “non succeda mai più”?
Il primo passo è smettere di trattare la violenza di genere come singolo episodio e riconoscerla come un problema strutturale.
Questo significa investire in prevenzione, rendere l’educazione sessuo-affettiva parte integrante dei percorsi scolastici, formare adeguatamente chi lavora nella giustizia, nella sanità e nell’educazione, e garantire un linguaggio istituzionale che non metta mai in discussione la parola delle vittime.
Che tutto questo non succeda mai più non può rimanere una semplice frase fatta e detta, ma deve tradursi in scelte politiche, sociali, e culturali coerenti capaci di interrompere la riproduzione della violenza alla radice.
Intervista: Educare per prevenire la violenza
Redazione The Digital Moon
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