Intervista a Leonardo Rosi: Tra reportage e pensiero critico
Intervista a Leonardo Rosi: Tra reportage e pensiero critico
Nel tuo lavoro per L’Indipendente e Byoblu ti concentri spesso su temi poco trattati dai media mainstream: qual è la responsabilità principale di un reporter oggi?
Per me la responsabilità principale di un reporter, oggi più che mai, è non dare per scontata la versione dominante dei fatti. Viviamo in un tempo in cui l’informazione è spesso veloce, omologata, filtrata da interessi editoriali ed economici. Il compito di un giornalista non è rincorrere il consenso, ma aprire varchi, scavare nelle zone d’ombra, restituire complessità. Significa prendersi il tempo di ascoltare voci marginali, verificare i dati, non temere di essere controcorrente quando la verità lo richiede. Consapevoli del fatto che ogni raccolta di fatti costruisce una narrazione, e che la verità può sempre essere altrove. Ma partire dalla narrazione opposta rispetto a dove i grandi poteri mondiali puntano i soldi è già un buon inizio.
Rosi Edizioni nasce come progetto editoriale indipendente: qual è la visione che ti guida nella scelta dei contenuti da pubblicare?
Rosi Edizioni nasce da un bisogno molto semplice: dare spazio a ciò che altrove non trova spazio. Pubblico lavori che hanno un valore culturale, critico o contro-narrativo, opere che non inseguono la superficialità del mercato ma portano uno sguardo nuovo, anche scomodo. La mia visione è quella di un’editoria che non addomestica il pensiero, che non ha paura delle domande difficili e non pretende di offrire risposte prefabbricate. Voglio libri che aprano varchi, che disturbino quanto basta, che aiutino il lettore a vedere il mondo con occhi diversi.
Nel Fire Pit Podcast cerchi di abbattere le barriere ideologiche. Quali sono le difficoltà più grandi nel favorire un dialogo autentico tra persone con posizioni opposte?
La difficoltà principale è che oggi non si discute più per capire, ma per vincere. Le persone arrivano spesso già blindate nella propria identità ideologica, hanno paura di cambiare idea perché lo vivono come un cedimento. Il mio lavoro, nel Fire Pit, è creare un ambiente in cui nessuno debba difendere una bandiera: nessun nemico, nessuna tifoseria, solo persone. Ma non è facile: bisogna disinnescare l’aggressività, il bisogno di semplificare, la paura del confronto. E poi c’è la sfida più grande: accettare che si può parlare serenamente anche con chi la pensa in modo radicalmente diverso, senza trasformare il dialogo in una guerra di simboli.
Il tuo approccio documentaristico tende a privilegiare l’immersione diretta nelle storie: come scegli quali raccontare e cosa determina il tuo punto di vista narrativo?
Io scelgo le storie che non riesco a ignorare. A volte è una persona incontrata quasi per caso, a volte un fatto che non mi lascia dormire, altre volte un’ingiustizia che nessuno sembra vedere. Mi guida una regola semplice: se una storia merita qualcuno che la faccia emergere, allora io voglio esserci. Il mio punto di vista nasce sempre sul campo, dall’ascolto. Non arrivo mai con una tesi da dimostrare: arrivo con una domanda. E il documentario diventa il percorso attraverso cui quella domanda prende forma, cambia, si approfondisce. Racconto ciò che scopro, non ciò che voglio confermare.
Viviamo davvero in “non il miglior mondo possibile”, come suggerisci nel format del podcast? E se sì, quali potrebbero essere, secondo te, i primi passi per costruirne uno migliore?
Sì, viviamo in un mondo che potrebbe essere molto migliore. Ma non in un senso pessimista: in un senso responsabile. Il mondo non cambia da solo, cambia attraverso le scelte quotidiane, le relazioni, la qualità del nostro sguardo. Il primo passo è riconoscere che ognuno di noi è, nel suo piccolo, custode di un pezzo di realtà. Il secondo è smettere di delegare tutto a qualche entità governativa deresponsabilizzante. Secondo me è necessario tornare a praticare una cosa assurda: “Essere” umani, che vuol dire essere curiosi, sapere che la verità non si può raggiungere, studiare, farsi venire il pelo allo stomaco e ammettere che “esseri” non umani gestiscono le nostre esistenze e lo fanno nella misura in cui noi deleghiamo ogni aspetto delle nostre vite, della nostra attenzione, dei nostri soldi, dei nostri figli, della nostra terra a loro. Riprendiamocela.
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Redazione The Digital Moon
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