Intervista a Simona Vitale: Aiutare le Donne
Intervista a Simona Vitale: Aiutare le Donne
Il suo metodo “Fai meno, ottieni di più” si fonda sull’idea di sbloccare la capacità di ricevere: quali sono i passi concreti che una persona può iniziare a fare subito per allenarsi a ricevere di più nella vita quotidiana?
Il primo passo concreto per allenarsi a ricevere è semplice, ma spesso sottovalutato: chiedere. Imparare a condividere le proprie preferenze e i propri bisogni significa creare lo spazio affinché l’altro possa accorgersene e rispondervi.
Nel mio lavoro incontro spesso persone iperindipendenti, abituate a fare tutto da sole. Questa modalità, seppur funzionale in alcuni contesti, può generare relazioni asimmetriche, dove una parte dà continuamente e l’altra riceve, senza reciprocità.
Allenarsi a ricevere significa iniziare a familiarizzare con la possibilità di chiedere aiuto anche nei piccoli gesti quotidiani:
• Chiedere a un amico il contatto di un professionista referenziato.
• Domandare un passaggio a un collega se l’auto è dal meccanico.
• Chiedere di chiudere una finestra se si ha freddo.
• Invitare qualcuno a casa, esprimendo il desiderio di condividere del tempo insieme.
Mostrarsi vulnerabili non è facile, soprattutto per chi ha sempre dovuto cavarsela da solo. Ma è proprio questo il primo passo verso relazioni più autentiche, bilanciate e nutrienti. Ricevere non è debolezza: è apertura, è fiducia, è presenza.
Le Sfide delle Donne Oggi: Nella sua esperienza di Woman Coach, qual è la difficoltà principale che riscontra nelle donne quando si tratta di raggiungere i propri obiettivi personali e professionali?
In oltre dieci anni di esperienza come sociologa, coach e counselor, ho riscontrato due ostacoli ricorrenti nelle donne che si rivolgono a me: da un lato, la tendenza a inseguire modelli di perfezione irrealistici; dall’altro, la difficoltà nel riconoscere il proprio valore personale. Questi due aspetti sono profondamente interconnessi: molte donne chiedono troppo a se stesse, non si sentono mai “abbastanza” e vivono in uno stato di perenne insoddisfazione, anche quando raggiungono risultati significativi.
Il mio lavoro consiste nel guidarle a rallentare, a fermarsi consapevolmente ad ogni traguardo raggiunto, per osservare la strada percorsa e riconoscere il proprio impegno. Questo processo genera un senso di pacificazione interiore e rafforza la continuità della propria identità.
Insegno anche a celebrare ogni successo, per quanto piccolo, e a vivere la fase del riposo con la stessa dignità e valore della produttività. Una delle sfide più profonde è proprio questa: trasmettere il messaggio che fermarsi, ricaricarsi, stare nell’ozio creativo o nel vuoto fertile non è una debolezza, ma un atto di amore verso se stesse. È un gesto necessario per bilanciare le energie e va vissuto senza senso di colpa, ma con consapevolezza e rispetto.
Lei ha un background accademico molto ricco, dalla laurea in sociologia al dottorato in ricerca sociale, fino alla formazione in psicologia Gestalt: in che modo queste diverse competenze si integrano nel suo metodo?
Il mio metodo nasce dall’integrazione profonda tra le diverse competenze maturate nel tempo: la sociologia, la ricerca sociale, la psicologia della Gestalt, il counseling e il coaching. Questo approccio multidisciplinare mi consente di accompagnare le persone in percorsi trasformativi che tengono insieme mente, corpo ed emozioni.
La formazione accademica come dottore di ricerca in sociologia mi ha fornito una struttura analitica solida e un pensiero critico rigoroso. Gli studi sulla cultura del femminile mi permettono di collocare ogni storia individuale all’interno di un contesto più ampio, cogliendo le connessioni con schemi culturali e sociali ricorrenti. Questo sguardo sistemico è fondamentale per comprendere le dinamiche profonde che influenzano il vissuto personale.
L’integrazione con il counseling, la psicologia Gestalt e il coaching rende il mio metodo estremamente efficace: lavoriamo sia sulla componente logico-razionale sia su quella emotiva e creativa. Le sessioni sono esperienziali e includono esercizi mirati che aiutano a sbloccare risorse interiori, favorendo nuovi comportamenti più allineati agli obiettivi desiderati.
Ad esempio, se una persona desidera acquisire maggiore sicurezza nel parlare in pubblico, non basta comprendere razionalmente che sbagliare è umano. È necessario sentire nel corpo che il diritto di sbagliare è legittimo e che l’imperfezione può generare empatia e connessione con gli altri. In questo senso, la trasformazione avviene anche attraverso segnali corporei: una postura più aperta, le spalle che si rilassano, il respiro che si fa più lento e profondo, l’addome che si distende. È in questi micro-movimenti che si radica la nuova consapevolezza.
Il mio metodo non si limita a “capire”: invita a sentire, integrare e vivere il cambiamento.
Nelle sue ricerche e pubblicazioni, ha approfondito molto il tema dell’empowerment femminile. Secondo lei, quali sono oggi i principali ostacoli culturali che impediscono alle donne di valorizzarsi pienamente?
Tra i principali ostacoli culturali che impediscono alle donne di valorizzarsi pienamente, ne scelgo uno che, a mio avviso, racchiude molte delle dinamiche ancora oggi presenti: l’educazione alla rinuncia di sé.
Molte donne sono cresciute in contesti che hanno premiato il fare un passo indietro, il non disturbare, il non alzare la voce. Sono state educate a farsi carico dei bisogni altrui, a eccellere nel caregiving, spesso a discapito della propria autodeterminazione.
Quando questi valori vengono esasperati, si traducono in una difficoltà diffusa nell’autoaffermarsi, accompagnata da un senso di colpa nel prendersi cura di sé. Il risultato, sul piano professionale e personale, è una profonda frustrazione e una mancata realizzazione. Ma non è solo una questione individuale: è uno spreco di potenziale sociale.
Una società che non incoraggia le donne a esprimersi, a occupare spazio, a dire la propria, si priva di una risorsa vitale. E sul piano relazionale, questa paura di “dare fastidio” o di “essere di troppo” può portare all’accettazione di dinamiche abusanti, alla normalizzazione di relazioni squilibrate e alla difficoltà nel riconoscere segnali di tossicità.
L’empowerment femminile, dunque, non è solo un percorso di crescita personale: è un atto politico, culturale e sociale. È il recupero di una voce che per troppo tempo è stata educata al silenzio.
Ha parlato spesso dell’importanza del dialogo pacifico e paritario tra i sessi: come pensa che il suo metodo possa contribuire non solo alla crescita individuale, ma anche a un cambiamento sociale più ampio?
Grazie per questa domanda, che tocca il cuore del mio impegno professionale e umano. Il mio metodo non si limita a promuovere la crescita individuale. Mira a generare un impatto culturale più ampio, fondato su un modello relazionale paritario e profondamente rispettoso tra i sessi.
Ritengo che una delle derive più insidiose del dibattito contemporaneo sia la polarizzazione tra maschile e femminile, che rischia di alimentare ostilità e fratture sociali non funzionali. Comprendo e convalido il dolore e la rabbia che emergono di fronte a episodi di violenza di genere e femminicidio. Tuttavia credo che la risposta non possa essere una contrapposizione. Il problema della cultura patriarcale e delle sue degenerazioni — violenza, repressione emotiva, sottomissione — riguarda tutti. Non è “degli uomini”: è della società intera.
Alle donne è spesso negata la possibilità di esprimere rabbia, pena il distacco dall’immagine stereotipata della “fanciulla angelica”. Questo rende il percorso di autoaffermazione faticoso, pieno di ostacoli e sensi di colpa. Ma anche gli uomini sono vittime di condizionamenti culturali che reprimono l’espressione emotiva: piangere, mostrare vulnerabilità, dire “ti voglio bene” a un amico sono ancora vissuti come atti da censurare.
Il mio lavoro si propone di creare spazi di dialogo autentico, dove uomini e donne possano incontrarsi senza paura, senza maschere, senza ruoli imposti. Non è una battaglia tra “noi” e “loro”. É un cammino condiviso verso una cultura che metta al centro il rispetto dei corpi, delle emozioni, delle differenze.
Credo che tutto questo debba partire dall’educazione: non solo quella scolastica, ma anche quella emotiva, relazionale e affettiva. Le strutture formative dovrebbero insegnare non solo la geografia e la storia. Ma anche il riconoscimento dei propri bisogni, la legittimità delle emozioni, e la capacità di ascolto e di espressione. Questo lavoro non può fermarsi all’infanzia: deve diventare parte integrante delle politiche sociali, perché il benessere emotivo è un diritto e una responsabilità collettiva.
Intervista a Simona Vitale: Aiutare le Donne
Redazione The Digital Moon
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