Intervista a Linda Villano: Fondatrice di AIDA
Intervista a Linda Villano: Fondatrice di AIDA
L’idea di fondare l’Associazione Italiana Donne per l’Automotive (AIDA) nasce a inizio 2024. Qual è stata la spinta principale dietro questa iniziativa?
L’idea nasce dalla consapevolezza che, nonostante i progressi compiuti in molti settori, l’automotive resta ancora oggi uno dei contesti più fortemente connotati da una presenza maschile, soprattutto nei ruoli tecnici, decisionali e manageriali.
Sentivamo il bisogno di creare uno spazio che non fosse solo di rappresentanza, ma di azione concreta: un luogo dove promuovere la parità di genere, l’inclusione e la valorizzazione di tutte le diversità come leve fondamentali di innovazione e sostenibilità.
Qual è la missione di AIDA e a chi si rivolge?
AIDA – Associazione Italiana Donne per l’Automotive – è nata con l’obiettivo di costruire un ambiente più equo e sostenibile nel settore, attraverso percorsi di formazione, mentoring, orientamento e comunicazione.
Ci rivolgiamo non solo a donne e ragazze di ogni età, ma anche a tutte le realtà che credono nel valore della collaborazione tra i generi.
Quali sono stati gli ostacoli più significativi nella creazione dell’associazione?
Uno degli ostacoli principali è stato scardinare stereotipi culturali radicati, non solo fuori ma a volte anche dentro l’ambiente professionale.
La resistenza al cambiamento spesso non è esplicita, ma si manifesta in piccole esclusioni, nella mancanza di modelli di riferimento, in una narrativa che fatica ancora a includere lo sguardo e le competenze femminili.
Qual è l’importanza della comunicazione in questo percorso?
Una delle difficoltà è la mancanza di visibilità: troppe professioniste valide rimangono ancora ai margini del racconto pubblico del settore.
È per questo che AIDA lavora anche sul fronte della comunicazione: per dare voce, spazio e riconoscimento a chi oggi costruisce il futuro dell’automotive con approcci nuovi e inclusivi.
Che relazione c’è tra sostenibilità sociale e ambientale nella vostra visione?
Crediamo fortemente che la sostenibilità ambientale e quella sociale debbano procedere insieme, e che il cambiamento passi anche – e soprattutto – dalle persone.
Con AIDA vogliamo essere uno dei motori di questo cambiamento.
Nel suo ruolo di ESG Ambassador, qual è il suo obiettivo principale nelle aziende con cui lavora?
Il mio obiettivo è facilitare un cambio di prospettiva: aiutare le aziende a trasformare i principi di sostenibilità e responsabilità sociale in azioni concrete, integrate nei progetti, nella cultura aziendale e nella comunicazione.
Come si traduce operativamente questo approccio?
Accompagno le imprese nel collegare i valori ESG alla loro identità, supportando la coerenza tra ciò che l’azienda è, ciò che fa e ciò che comunica.
Questo può significare costruire una narrativa più consapevole, scegliere partner e processi sostenibili, oppure attivare percorsi di inclusione e ascolto autentici, che coinvolgano persone, territori e comunità.
Come definisce oggi la sostenibilità nel contesto aziendale?
La sostenibilità non può più essere un elemento accessorio. È un driver strategico che richiede visione, ma anche strumenti operativi per essere portata avanti con efficacia.
Il mio compito è contribuire a dare forma a questa visione, rendendola visibile, credibile e misurabile.
Come si concretizza, in pratica, il suo lavoro quotidiano in questo ambito?
Il mio lavoro è soprattutto di connessione: tra strategia e comunicazione, tra governance e impatto sociale, tra impegno ambientale e coinvolgimento umano.
È qui che l’approccio ESG diventa reale – quando riesce a parlare alle persone e a generare valore condiviso.
Hai una formazione in Design Industriale e Transportation Design. In che modo ha influenzato la tua visione della mobilità del futuro?
La mia formazione mi ha insegnato che ogni oggetto, ogni veicolo, ogni soluzione progettuale è il risultato di scelte precise: estetiche, certo, ma anche etiche.
Studiare Transportation Design mi ha fatto capire che la mobilità non è solo una questione di performance, ma di persone, di esperienze, di impatto sociale e ambientale.
Come immagini quindi la mobilità del futuro?
Per me il futuro della mobilità è accessibile, inclusivo e circolare. Significa progettare veicoli pensati per tutti – indipendentemente da genere, età o abilità – e farlo in modo responsabile, con un occhio alla sostenibilità e uno all’innovazione sociale.
Il design può e deve essere un atto politico, capace di generare cambiamento reale.
Essere inserita tra le 100 Donne dell’Anno di Forbes Italia: cosa rappresenta per te questo riconoscimento?
È un grande onore, ma soprattutto una responsabilità profonda. Non è solo un riconoscimento personale, è un messaggio collettivo: significa che anche da giovani, anche da donne, si può contribuire concretamente a riscrivere le regole di un sistema, anche in settori tradizionalmente maschili come l’automotive.
Cosa comporta questa visibilità a livello personale e professionale?
Porta con sé l’impegno a essere ogni giorno coerente con i propri valori, ad agire con integrità e a usare la propria voce per dare spazio a chi ne ha meno.
Significa costruire ponti, reti, relazioni. Creare opportunità concrete per altre donne, per i giovani, per chi vuole innovare senza dover chiedere il permesso.
Che idea hai della leadership?
Per me leadership non è occupare una posizione, ma essere al servizio del cambiamento.
Qual è il tuo rapporto con le nuove generazioni?
Mi sento particolarmente responsabile verso le nuove generazioni, perché so quanto sia fondamentale oggi avere modelli positivi, visibili e autentici.
Ragazze e ragazzi stanno cercando riferimenti per capire chi vogliono diventare, e credo che il nostro compito – come professionisti, educatori, attivatori di comunità – sia quello di accompagnarli. Non per imporre, ma per ispirare attraverso l’esempio.
Cosa ti motiva nel tuo percorso quotidiano?
Se il mio percorso può aiutare anche solo una persona a credere nella possibilità di cambiare le cose, a non arrendersi, a sentirsi legittimata a sognare in grande, allora sento di aver fatto qualcosa di giusto.
Il cambiamento non è mai opera di una sola persona. È un processo collettivo, che si costruisce insieme, giorno dopo giorno, con costanza, coraggio e, soprattutto, con cura.
Festivalcar è uno degli eventi più giovani del settore auto d’epoca, ma si è già distinto. Qual è il suo valore aggiunto secondo te?
Festivalcar si distingue per eleganza, qualità e capacità di creare connessioni autentiche. Il contesto unico del borgo pedonalizzato di Revigliasco Torinese, unito alla passione condivisa tra collezionisti e pubblico, rende questa manifestazione non solo una celebrazione del passato, ma anche un’occasione per riflettere sul futuro della mobilità.
Qual è il potenziale culturale di un evento come questo?
Credo che eventi come Festivalcar abbiano un enorme potenziale culturale. Possono raccontare la storia dell’automobile in modo nuovo, coinvolgendo anche chi fino a ieri si sentiva escluso da questo mondo – a partire dalle donne e dalle giovani generazioni.
Come si concilia l’eredità storica con l’innovazione?
Valorizzare il patrimonio storico automobilistico in chiave contemporanea è un modo intelligente per promuovere una visione sostenibile. Non solo attraverso l’innovazione tecnologica, ma attraverso la cura, il restauro e la narrazione responsabile.
Festivalcar può diventare un ponte ideale tra heritage e futuro, tra memoria e innovazione. Un luogo dove la cultura dell’auto non è riservata a pochi, ma diventa bene comune.
Intervista a Linda Villano: Fondatrice di AIDA
Redazione The Digital Moon
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