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Intervista a Simone Lustrati: Dentro la Cucina di Pastigioca

Intervista a Simone Lustrati: Dentro la Cucina di Pastigioca

Quando hai capito che cucinare era più di una passione?

A questa domanda non so mai bene come rispondere, perché spesso leggo di persone che ricordano con precisione il momento in cui hanno capito quale sarebbe stata la loro strada.
Io, invece, ricordo solo di essere sempre stato attratto dalla cucina. Fin da piccolo, quando andavo al mercato con mia mamma, restavo rapito dai profumi e dai colori.
Crescendo, questa passione si è rafforzata e mi rendevo conto che, in cucina, molte cose mi venivano in modo del tutto naturale.
Con il tempo ho capito che era ciò che avrei voluto fare per sempre: a modo mio, con i miei tempi, ma per sempre.

Come nasce un tuo piatto? Istinto, ricordi o tecnica?

Per me la tecnica è sempre molto importante: imparare le basi ti permette di cavalcare e domare una ricetta, e poterla fare tua.
In quest’ottica entra in campo anche l’istinto, perché conoscendo gli ingredienti e le tecniche una ricetta può prendere vita anche nella mente.
Questi pensieri devono essere riportati sul piatto. Il risultato, spesso, è come te l’aspettavi, altre volte l’idea era meglio in teoria che in pratica.
Fin da piccolo vedevo cucinare in casa e ci sono tanti piatti che mi riportano alla mente i ricordi dei pranzi della domenica.
Questi sapori cerco sempre di inserirli nei miei piatti. Un esempio sono i miei tortelloni di puntarelle e acciughe: le puntarelle mi legano a casa e a Roma.

C’è un ingrediente che ti rappresenta? Perché?

Onnipresenti nei miei piatti sono pomodori, limoni e nocciole, ma se devo dirti un ingrediente che mi rappresenta ti rispondo: la farina.
La farina è il legante tra lievitati, dolci e pasta fresca. È un prodotto vivo che aspetta solo di prendere forma.
Ecco, datemi della farina e sarò felice.

Se potessi cucinare solo un piatto per il resto della vita, quale sarebbe?

Oddio, domanda complicata.
Se me ne concedi due, ti direi il ragù alla bolognese e i croissant.
Ecco, di questi due piatti potrei non stancarmi mai.

Come reagisci quando un piatto non ti viene come volevi?

Sarò sincero: mi rode.
Ci rimango malissimo, e comincio a chiedermi cosa possa essere andato storto.
Lo rifaccio, e lo rifaccio ancora. Non importa se è tardi la sera o presto la mattina.
Ti assicuro che non mi fermo finché non ottengo il risultato che voglio.
Poi magari quel piatto non lo pubblico, o non lo rifarò spesso, ma devo sentire che è riuscito come dico io.

Cosa ti ha spinto ad affacciarti al mondo dei social?

Devo dirti che, fino alla fine del 2021, non avevo nemmeno i social e non mi attiravano particolarmente.
Forse perché li conoscevo poco. La cucina, per me, era solo a casa e sul lavoro, durante le varie esperienze che ho fatto.
Ma io ho bisogno di stimoli, e sentivo il desiderio di fare qualcosa di nuovo.
Sempre più spesso, dopo aver preparato un piatto, qualcuno mi chiedeva la ricetta.
Così ho iniziato a pensare che forse avevo davvero qualcosa da raccontare e che, addirittura, c’erano persone interessate a ciò che avevo da dire.
All’inizio non avevo il coraggio di metterci la faccia, né il nome. I primi post erano solo ricette fotografiche.
I video sono arrivati molto, ma molto dopo.

Quanto è difficile far convivere creatività e algoritmi?

Agli inizi è stato difficile, perché il primo anno entravo in uno spazio non mio.
Dovevo capire come funzionasse questo “mondo parallelo”, e devo dirti che il fatto di essere sempre stato al di fuori mi ha aiutato a non farmi condizionare dagli algoritmi.
Il mio stile e la creatività sono e saranno sempre al centro dei contenuti.
Ovviamente curo molto la parte visiva e scritta, che con il tempo ho imparato a conoscere.
Difficilmente seguo trend o ricette virali al solo scopo di ottenere like o visibilità.

Com’è cambiato il tuo modo di vivere la cucina da quando la condividi online?

Non ti nascondo che è cambiato.
Cucinare per se stessi, per la famiglia, amici, per lavoro o solo sperimentare è diverso da dover creare dei contenuti da condividere online.
Può sembrare che basti accendere il telefono e registrare mentre cucini, ma oltre a creare la ricetta penso sempre a quale inquadratura usare, in modo che quel passaggio renda al meglio.
In sintesi: quando cucino per condividerlo online, penso sempre a chi c’è dall’altra parte. Voglio che abbia la migliore esperienza possibile e capisca bene i passaggi.
Per questo dedico 2/3 giorni a settimana per registrare i miei contenuti, incastrando le varie ricette, pianificando passaggi e lievitazioni.

Hai mai sentito pressione nel dover “piacere”?

Se c’è una cosa che ho imparato è che non bisogna chiedersi “cosa vorrebbe vedere la gente”, ma sempre “cosa ho io da raccontare”.
Perché se quello che racconto è solo mio, riesco a dominarlo. Ma se seguo dei percorsi già tracciati da altri diventi un semplice esecutore, uno tra i tanti.
Creare un tuo racconto, invece, ti rende padrone della narrazione: tu e solo tu potrai esprimerlo in quel modo.
Ed è per questo che le persone ti seguiranno, non solo per ciò che pubblichi, ma per come lo racconti.
E questo non potrà copiartelo nessuno, perché sarà autenticamente tuo, unico e irripetibile.
Questo percorso è più lungo, ma dà molta più soddisfazione e ti libera dalla pressione di “dover piacere”.

Un consiglio a chi vuole iniziare oggi a raccontare il cibo sui social?

Non mi metto in cattedra né pretendo di insegnare a qualcuno come fare, però mi sento di dare due piccoli consigli.
Il primo: cercate un vostro modo personale di raccontare il food, senza seguire la scia di video tutti uguali.
Fatelo solo se avete davvero passione, e non solamente perché è un trend che porta visibilità. La gente non è scema e sa riconoscere bene.
Il secondo: studiate le basi e la tecnica, perché quando si ha a disposizione una platea così ampia, si hanno anche delle responsabilità verso di essa.
Se porti rispetto alle persone, loro lo percepiranno, e otterrai rispetto a tua volta.

In cosa sei più severo con te stesso?

Io sono un pignolo e un perfezionista.
E visto che la perfezione non appartiene a questo mondo, capisci che è un circolo vizioso.
Con il tempo sto imparando a pretendere meno, ma senza mai abbassare gli standard.
Chiedere tanto da me stesso mi stimola a studiare e impegnarmi tanto, senza che diventi un’ossessione.

Essere maniacale è un difetto o una forza?

È un difetto verso chi ti sta vicino, perché spesso non è facile starmi vicino e so di essere complicato da gestire.
Per me stesso, però, è un punto di forza perché mi spinge ad ottenere il massimo.
Quindi, come sempre, è una questione di punto di vista.

Come gestisci i momenti di blocco o frustrazione creativa?

Sinceramente, non mi è capitato di avere blocchi creativi sul mio lavoro. Le idee non mancano, e neanche la voglia di fare.
Mi è capitato invece che i risultati ottenuti fossero parecchio diversi da quelli che mi sarei aspettato, e mi sono chiesto se quella intrapresa fosse la strada giusta.
Ma il sostegno della mia famiglia, e anche di chi mi segue, mi ha “sbloccato”.

Cosa ti fa davvero sentire soddisfatto, a fine giornata?

La soddisfazione più grande è che qualsiasi cosa possa accadere durante la giornata, le varie folate di vento che scompigliano i piani non possono togliermi il porto sicuro che è la mia famiglia.
Sul lavoro mi fa sentire soddisfatto quando vedo i risultati raggiunti partendo da zero, senza aiuti o spintarelle esterne.
Sono del parere che se ottieni le cose troppo facilmente, queste perdono di valore.
E se una cosa non ha valore, non fai di tutto per proteggerla: hai bisogno di volerne sempre di più, perché alla fine non fai fatica per averle.

Hai imparato qualcosa di importante… sbagliando?

Di errori ne ho fatti davvero tanti, com’è naturale per ogni essere umano.
Ma è stato il periodo in cui ho sottovalutato la bellezza della quotidianità e dello stare insieme a chi si ama a insegnarmi che certi momenti non vanno mai persi, perché sono irrecuperabili.

Cosa ti fa ridere di gusto?

Mi piace vedere le persone ridere. Regalare un sorriso mi fa stare bene.
Mi fanno tanto ridere i comportamenti irrazionali e senza senso che hanno spesso le persone.
Da questo nasce la mia passione per gli scherzi e le gag.

Come descriveresti l’energia che porti in una cucina di squadra?

Quando entro in un gruppo, anche di lavoro, lo faccio con trasporto e voglia di fare.
Molti esternamente mi dicono che questa energia sia contagiosa.
Questo mi fa piacere, perché creare gruppo è fondamentale in una cucina.

Roma: che sapore ha per te?

La mia passione per Roma è qualcosa di incontenibile. È una città tanto problematica quanto affascinante, con tutti i suoi difetti.
Ma quando si fa vedere senza maschere e veli, ti conquista e ti entra nell’animo con prepotenza.
Da quel momento non potrai più dimenticarla — oppure odiarla — ma solo amarla così, nella sua maestosità indomabile.
Roma, per me, ha un sapore deciso e opulento. Così lo descriverei. Per questo è sempre presente nella mia cucina.

Quando non cucini, cosa ti piace fare per staccare?

Non nego che il lavoro mi impegna molto tempo, ma quando voglio staccare mi piace vedere film o vecchie serie.
Quando gareggiano, recupero la MotoGP. Leggo libri per aggiornarmi e non manca mai l’occasione, quando capita, di uscire per un caffè o un aperitivo.
Tutto molto normale, ma che mi fa rilassare e stare bene.

Una cosa che in pochi sanno di te?

Nei commenti sotto i video Instagram e TikTok, nelle storie e soprattutto nei video YouTube, molti mi scrivono e rimangono colpiti da quanto io parli tanto e velocemente (a volte troppo!).
Ma non sanno che, quando ero piccolo, zagagliavo.
Molti non lo direbbero mai, ma alla fine mi sono sbloccato da solo.
Spesso sono le tante cose che hai da dire che si accavallano, ma trovare un canale di sfogo per tutte queste parole può servire.


Voglio solo aggiungere un grazie a te che mi hai concesso questo spazio per raccontarmi, e a chi dedicherà il suo tempo per leggere e conoscermi meglio.

Intervista a Simone Lustrati: Dentro la Cucina di Pastigioca
Redazione The Digital Moon

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