René Favaloro: L’eroe della medicina raccontato da Luca Serafini
René Favaloro: L’eroe della medicina raccontato da Luca Serafini
Cosa l’ha spinta a scrivere una biografia romanzata su René Favaloro?
Me ne parlò il cardiochirurgo Cesare Beghi, già primario all’ospedale di Varese, perché da studente si recò a Buenos Aires per apprendere dall’inventore del bypass. Il primo a impiantarlo nel 1967. Favaloro era cresciuto con i nonni italiani emigrati da Salina, nelle Eolie, ed era molto legato al nostro Paese. Ascoltava Toscanini, cucinava all’italiana, parlava benissimo la nostra lingua. Quindi prese sotto la sua ala Cesare con grande affetto e nacque tra loro una profonda amicizia. Mi documentai e decisi di accettare l’invito, anche se molte volte mi sono chiesto cosa c’entrasse un giornalista sportivo italiano con la biografia romanzata del più grande medico della storia argentina, e uno dei più grandi del mondo. Si vede che Dio ha deciso così.
Come ha condotto la ricerca per ricostruire la vita di Favaloro?
Conosco lo spagnolo, ho tradotto due suoi diari, mentre altri due suoi libri autobiografici li hanno tradotti con punteggio gli studenti della SSMLP.MLORIA. Il direttore, Daniele Gallo, è un amico e ha anche scritto la prefazione, inquadrando bene il contesto politico e storico argentino. Sono stato in Argentina due volte, entrambe per molti giorni. Visitando i luoghi della vita di René, il Maestro: a Buenos Aires, a La Plata, nella Pampa a Jacinto Arauz. Ho incontrato i suoi nipoti, Roberto e Liliana, che dirigono la Fondazione Favaloro nella capitale. Ho raccolto testimonianze di persone che lo hanno conosciuto, primo fra tutti il chirurgo Eduardo Dulbecco, che mi ha ospitato a casa sua durante il mio lavoro e che, purtroppo, ci ha lasciati.
Quali aspetti della personalità di Favaloro l’hanno colpita maggiormente?
Non ce n’è uno in particolare: sono rimasto stregato dalla sua figura come scienziato, ma soprattutto come uomo. Retto, deciso, filantropo, equo, inattaccabile. Una figura maestosa. La sua abnegazione, la sua passione, l’amore per l’umanità, per la natura, per i valori della vita mi hanno ricordato mio padre, i miei genitori. E in effetti vivo ormai il ricordo di René Favaloro come quello di un familiare.
In che modo la figura di Favaloro può essere un esempio per la medicina odierna?
Per la sua attenzione al paziente, il rispetto, la pazienza. Diceva che senza umanità un medico non può essere considerato tale. Lui, considerato un’icona (il Washington Post lo inserì tra le 400 persone che hanno cambiato la vita del pianeta). Ha sempre voluto essere ricordato come un medico rural, un medico di campagna. Ha lasciato un decalogo e moltissimi altri pensieri che oggi sono la stella polare della medicina: ogni capitolo del mio libro inizia infatti con una sua frase, la maggior parte delle quali pronunciate proprio da lui.
Ha incontrato difficoltà nel bilanciare la narrazione romanzata con la fedeltà ai fatti storici?
No, non molte, perché il lavoro di ricerca è stato lungo, minuzioso, capillare, e la scrittura, nei silenziosi e tristi mesi del lockdown, è venuta di conseguenza. Nel libro non c’è un aneddoto, un episodio, un personaggio che non siano realmente accaduti o esistiti. Ho dovuto soltanto inventare nomi e dialoghi, che nei suoi diari – salvo rare eccezioni – non erano contemplati: lui scriveva “la donna, la puerpera, il ragazzo, l’anziano…”. Nella costruzione mi ha aiutato moltissimo Vittorio Alemani, un caro amico, docente universitario di letteratura, che partecipa alla stesura di tutti i miei libri.
Alla fine di un capitolo, mi sono inventato un tango di René con una paziente terminale (a piedi nudi e in pigiama): mi serviva per un passaggio particolare, ma calza perfettamente alla figura di Favaloro, e sono convinto che, una volta, davvero l’abbia danzato quel tango in ospedale…
Grazie al lavoro dell’amica Graziela Frola, argentina di Buenos Aires che lavora a Torino al Colejo de Salamanca, e di mia sorella Beatrice, il libro è stato tradotto in spagnolo e in inglese. Questo loro atto d’amore ha dato un contributo decisivo all’approvazione dei parenti di Favaloro e all’interesse di diverse case di produzione per realizzare un film.
Quindi vedremo “Il cuore di un uomo” al cinema?
Sì. Una nota casa di produzione argentina ha recentemente acquisito i diritti del libro da Rizzoli e realizzerà una pellicola su René Favaloro, tratta dal mio romanzo. Ho un’età per cui gloria e denaro non sono prioritari. In verità non lo sono mai stati: sono solo molto, molto felice che – grazie al progetto cinematografico – Favaloro sarà conosciuto a livello internazionale. Oggi, infatti, di lui si ricordano soltanto in Argentina, dove è un eroe nazionale e dove ho visto monumenti, la sua Fondazione, murales che lo ritraggono accanto a Maradona…
Il contributo decisivo lo ha dato una giornalista argentina, Jimena Grandinetti, che dopo l’uscita del libro mi contattò via social. Da allora ha combattuto come una leonessa, parlando con registi e produttori: siamo stati vicini a chiudere accordi già due anni fa, adesso finalmente ci siamo riusciti. Anzi: ci è riuscita lei.
Come è stata accolta l’opera dal pubblico e dalla comunità medica?
Posso solo dire che in tre anni e mezzo, dall’uscita del libro nel gennaio 2022, sono stato invitato a più di 150 presentazioni in Italia, di cui due all’estero – a Malta e a Berlino – e ne ho ancora una mezza dozzina in calendario per questa estate. Moltissime nelle scuole, nelle università, negli ospedali. A parte i medici, nessuno in Italia conosceva la storia incredibile di questa eccellenza con sangue italiano: ora tutti ne sono appassionati.
Quali sono i messaggi principali che spera i lettori traggano dal libro?
Sul pianeta esistono anche persone oneste, persone d’anima, di cuore, di altruismo, votate al bene. Questo è il messaggio più forte.
Ha in programma di scrivere altre opere simili in futuro?
Tutti i miei romanzi sono ispirati a storie vere, poco conosciute, ma Il cuore di un uomo è la cosa più importante che ho fatto nella mia vita. Il prossimo libro racconterà tutt’altra vicenda, sempre ispirata a fatti realmente accaduti: la fantasia della realtà supera spesso la fantasia.
Come la sua esperienza nel giornalismo sportivo ha influenzato la scrittura di questo libro?
Moltissimo. Maurizio Mosca mi ha insegnato, in quasi trent’anni di lavoro insieme, che non esistono giornalisti sportivi – com’era lui e come sono io: si nasce giornalisti e lo si resta tutta la vita. Poi il caso, le opportunità, le passioni ti portano alla cronaca, allo spettacolo, all’economia, alla politica… Non fa differenza. Io ho fatto il cronista di nera in gioventù, per sette anni: questo mi ha aiutato a scrivere i miei romanzi documentandomi a fondo, andando sui luoghi, interrogando le persone, ricostruendo i fatti.
Qual è il ruolo dell’etica nella medicina secondo lei, e come Favaloro lo incarna?
Un ruolo primario, centrale, imprescindibile. Favaloro lo ha incarnato in ogni giorno della sua esistenza, dai pestaggi e gli arresti subiti ai tempi dell’università fino alla sua tragica fine: si è arreso togliendosi la vita pur di non cedere alla corruzione, al compromesso. Aveva 77 anni quando si sparò un colpo di pistola al cuore. Al cuore.
Redazione The Digital Moon
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