Intervista a Tinuviel Greenwood: Una scrittrice italiana legata all’Irlanda
Intervista a Tinuviel Greenwood: Una scrittrice italiana legata all’Irlanda
Ecco la rielaborazione dell’intervista, organizzata e formattata secondo i parametri ottimali per l’editor di WordPress:
L’Irlanda, il mito e la memoria: la narrazione senza tempo di Tinuviel Greenwood
TDM: Scrittrice italiana legata da un profondo legame d’amore con l’Irlanda, pubblichi le tue opere con lo pseudonimo di Tinuviel Greenwood. La tua narrativa spazia dalle atmosfere avvolgenti della saga fantasy Dalle ceneri del tempo (Le sfumature dell’anima e L’antico respiro di Polimeria) fino alla collana di fiabe per bambini Le avventure di Wilson & Penny. Da dove nasce la scelta di questo nome d’arte così evocativo e in che modo la terra d’Irlanda ha plasmato il tuo immaginario e il tuo modo di raccontare il destino e la memoria?
La scelta del nome Tinuviel Greenwood nasce dall’incontro tra due parti profonde del mio immaginario. Tinúviel è un omaggio alla letteratura fantasy che, fin da giovane, mi ha insegnato quanto una storia possa diventare un luogo reale dell’anima. L’etimologia significa anche “figlia del crepuscolo” e credo che proprio il crepuscolo rappresenti bene la dimensione nella quale prendono vita le mie storie: un momento sospeso, una soglia in cui la luce incontra l’ombra, il presente sfiora il passato e ciò che sembra perduto può tornare a rivelarsi. Non l’ho scelto soltanto per la sua bellezza o per il legame con l’universo di Tolkien, ma perché racchiude qualcosa di lieve e, nello stesso tempo, eterno: un richiamo al canto, alla libertà, alla luce che resiste e a tutto ciò che riesce a sopravvivere allo scorrere del tempo.
Greenwood, invece, evoca la natura, i boschi e quel verde capace di custodire storie antiche. È inevitabilmente legato anche all’Irlanda, una terra che non considero soltanto un’ambientazione, ma una parte profonda della mia storia personale. Fin dalla prima volta in cui vi ho messo piede, mi sono sentita a casa. È stata una sensazione immediata, difficile da spiegare razionalmente, come se una parte di me riconoscesse quei paesaggi prima ancora di averli davvero conosciuti. Ancora oggi, quando penso all’Irlanda, avverto qualcosa di simile al richiamo di antiche memorie. Non so dire da dove provenga, ma è come se quella terra custodisse frammenti lontani della mia esistenza, tracce invisibili che il cuore riesce a riconoscere anche quando la mente non sa dare loro un nome. I suoi prati, la nebbia, le scogliere, le rovine e il vento dell’Atlantico mi trasmettono un senso profondo di pace e di tranquillità.
In Irlanda riesco a sentirmi in armonia con me stessa, come se il rumore del mondo si attenuasse e rimanesse soltanto ciò che conta davvero. Aver vissuto lì per diversi anni ha rafforzato ulteriormente questo legame e ha cambiato il mio modo di osservare la realtà. In Irlanda ho spesso avuto la sensazione che il passato non fosse davvero scomparso, percependo come continui a respirare nelle pietre, nei sentieri, nelle leggende e nelle storie tramandate. È proprio da questa percezione che nasce una parte importante della mia scrittura. Nei miei romanzi il tempo non procede semplicemente in avanti: ritorna, lascia tracce, riapre domande e riconduce i personaggi verso ciò che credevano perduto. Anche la memoria non è mai soltanto ricordo, ma una presenza viva, capace di influenzare le scelte e trasformare il destino.
Potrei dire che l’Irlanda mi ha insegnato a percepire ciò che rimane invisibile a un primo sguardo: il confine sottile tra realtà e leggenda, tra ciò che siamo e ciò che forse siamo già stati. Tinuviel Greenwood rappresenta proprio questo spazio. Non è un nome dietro il quale nascondermi, ma quello attraverso il quale riesco a rivelare la parte più autentica, spirituale e immaginifica di me.
TDM: Nel panorama della letteratura fantasy e del mito moderno, grandi maestri del genere e icone internazionali — pensiamo alla profonda mitologia di J.R.R. Tolkien, a cui il nome Tinúviel rende omaggio, o alle magiche atmosfere celtiche evocate da autrici come Marion Zimmer Bradley — hanno dimostrato come il fantasy possa esplorare l’anima umana, le vite che si riconoscono nel tempo e la forza della rinascita. Guardando alla tua saga ambientata a Polimeria, in che modo ti colleghi a questa grande tradizione narrativa per parlare al cuore dei lettori adulti?
Polimeria è nata proprio dall’incontro tra immaginazione e ricerca. Prima ancora di diventare un luogo narrativo, ha preso forma attraverso anni di letture e approfondimenti su argomenti molto diversi tra loro: le civiltà perdute, i miti legati ad Atlantide, le suggestioni e le teorie nate intorno alla Tartaria, le antiche leggende, i racconti tramandati nel tempo e gli enigmi custoditi dalle rovine delle civiltà del passato.
Come spesso accade nel fantasy, non ho voluto riprodurre fedelmente una singola tradizione, né presentare queste fonti come verità storiche. Ho raccolto frammenti provenienti dalla storia, dal mito, dalle leggende e dalle domande ancora prive di una risposta, trasformandoli attraverso la fantasia. Mi affascina tutto ciò che il tempo ha cancellato o reso indecifrabile: città scomparse, conoscenze dimenticate, simboli ricorrenti in culture lontane tra loro e tracce di popoli dei quali riusciamo a intravedere soltanto una piccola parte.
Un’altra importante fonte d’ispirazione è stata la figura di Nikola Tesla, in particolare i suoi studi e le sue intuitions sull’energia, sulle frequenze, sulla risonanza e sulle possibilità ancora inesplorate della natura. Da queste suggestioni sono nati alcuni aspetti della civiltà polimeriana: il suo rapporto con l’energia eterea, l’impiego dei cristalli, del suono e del colore, le architetture in armonia con l’ambiente e l’idea di una conoscenza scientifica che non sia separata dalla dimensione spirituale dell’essere umano. Tutti questi elementi, però, rappresentano soltanto le fondamenta del mondo narrativo. Il vero cuore di Polimeria non risiede nella sua tecnologia o nella sua grandezza, ma nelle domande che la sua storia lascia al presente: che cosa resta di una civiltà quando vengono dimenticati i valori sui quali era stata costruita? Il progresso è davvero tale, se non procede insieme alla consapevolezza e alla responsabilità? E quanto di ciò che consideriamo perduto continua, in realtà, a vivere dentro di noi?
È qui che la saga si rivolge soprattutto ai lettori adulti. Dietro la magia, le antiche città e i misteri del tempo si trovano esperienze profondamente umane: il dolore della perdita, il peso delle scelte, il senso di colpa, il tradimento, il perdono, l’amore che attraversa le epoche e la possibilità di rinascere dopo essersi smarriti. I miei personaggi non sono eroi perfetti: cadono, sbagliando, si feriscono e, spesso, devono ritrovare parti di sé che credevano perdute. Polimeria diventa così lo specchio di un’umanità che ha raggiunto vette straordinarie, ma che rischia di distruggere ciò che ha costruito quando perde il legame con la propria anima. La sua caduta non appartiene soltanto a un passato immaginario, può essere anche un avvertimento rivolto al nostro tempo. È questo, per me, il significato più profondo del fantasy: creare mondi che non esistono per aiutarci a comprendere meglio quello in cui viviamo. Attraverso Polimeria cerco di parlare alla parte adulta del lettore che, nonostante le ferite e le disillusioni, continua a interrogarsi sul destino, sulla memoria e sulla possibilità che dalle ceneri possa nascere qualcosa di nuovo.
TDM: Con il mondo incantato di Cappeluna e la collana Le avventure di Wilson & Penny, ti dedichi con grande delicatezza alla letteratura per l’infanzia, affrontando temi fondamentali come l’amicizia, il rispetto per la natura e il valore delle diversità. Qual è la sfida più bella nel calarsi nella mente dei più piccoli e quale responsabilità sente un’autrice quando scrive per un pubblico così puro e intuitivo?
La sfida più bella consiste nel riuscire a guardare il mondo con gli occhi dei bambini senza mai sottovalutare la loro intelligenza. I più piccoli possiedono una sensibilità straordinaria: forse non conoscono ancora tutte le parole con cui gli adulti definiscono le emozioni, ma percepiscono immediatamente ciò che è sincero e ciò che non lo è. Per questo, scrivere per loro significa trovare un linguaggio semplice senza rendere semplici le grandi domande della vita.
È anche una responsabilità molto importante. Le fiabe accompagnano la crescita e possono contribuire a formare il modo in cui un bambino guarderà sé stesso, gli altri e il mondo. Le parole ascoltate durante l’infanzia lascian tracce profonde: per esperienza, so quanto possano alimentare paure e pregiudizi, oppure insegnare ad accogliere, comprendere e rispettare. Quando scrivo una storia destinata ai più piccoli, sento quindi il dovere di farlo nel rispetto di principi etici fondamentali. Questa responsabilità è diventata ancora più concreta da quando sono madre. Anch’io ho una figlia e non desidero farla crescere raccontandole un mondo falso, nel quale non esistano difficoltà, ingiustizie, paure o delusioni. La fantasia non dovrebbe essere una bugia usata per nascondere la realtà, ma un linguaggio attraverso il quale imparare ad affrontarla. Una fiaba può dire a un bambino che nel bosco esistono zone buie, purché gli insegni anche che può attraversarle, che chiedere aiuto non è una debolezza e che nessuno dovrebbe essere lasciato solo.
Attraverso Cappeluna vorrei trasmettere soprattutto un messaggio di uguaglianza, armonia, amore reciproco e amicizia autentica. Un’amicizia che non nasca dalla convenienza e che non chieda nulla in cambio, ma che insegni il valore di aiutarsi perché il bene di un altro riguarda tutti. Wilson, Penny e i loro amici sono diversi per aspetto, carattere, capacità e fragilità, ma proprio queste differenze permettono loro di affrontare insieme ciò che nessuno riuscirebbe a superare da solo. La diversità non è un ostacolo da tollerare, ma una ricchezza da riconoscere!
Un altro tema per me fondamentale è il rapporto con la natura. Viviamo in un’epoca nella quale i bambini rischiano di trascorrere sempre più tempo lontani dall’esperienza concreta del mondo: dalla terra, dagli alberi, dalle stagioni e dal contatto rispettoso con gli animali. Con le storie di Cappeluna vorrei restituire loro almeno una parte di questa meraviglia, invitandoli a osservare una foglia, ascoltare il vento, conoscere un animale e comprendere quanto sia prezioso il mondo nel quale sono nati. Sotto questo aspetto, Cappeluna e Polimeria, pur rivolgendosi a lettori di età differenti, condividono la stessa anima. Entrambe raccontano la necessità di convivere con la natura anziché dominarla, di rispettare l’ambiente e di comprendere che il mondo non ci appartiene, piuttosto è la casa che ci ospita e che abbiamo il compito di custodire. Nei romanzi dedicati a Polimeria questo messaggio assume toni più complessi e drammatici; nelle fiabe di Cappeluna passa attraverso piccoli gesti quotidiani, accessibili ai bambini.
Vorrei inoltre che ogni storia aiutasse i più piccoli ad avere fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Crescendo, molti bambini imparano troppo presto a confrontarsi, a vergognarsi di ciò che li rende differenti o a nascondere la propria voce per paura di non essere accettati. Le fiabe possono ricordare loro che non devono assomigliare agli altri per avere valore. Possono imparare a riconoscere le proprie qualità, ad accogliere le fragilità e a esprimere ciò che sentono senza paura e senza vergogna. Scrivere per l’infanzia, per me, significa seminare. Non possiamo sapere immediatamente quali parole rimarranno nella mente di un bambino, ma possiamo scegliere con cura ciò che affidiamo alla sua sensibilità. Se attraverso le avventure di Wilson e Penny un piccolo lettore imparasse a rispettare un animale, ad aiutare un compagno senza aspettarsi una ricompensa, a non vergognarsi della propria diversità o a trovare il coraggio di chiedere aiuto, allora Cappeluna avrebbe raggiunto il suo scopo più importante.
TDM: I tuoi romanzi intrecciano costantemente il presente e il passato, mostrando come i ricordi e le connessioni tra le persone possano superare le barriere del tempo. Quanto c’è della tua esperienza personale e del tuo vissuto all’estero in questo senso di ricerca, appartenenza e trasformazione che caratterizza i tuoi personaggi?
Nei miei romanzi c’è molto del mio vissuto interiore, anche se le vicende raccontate, ovviamente, non sono autobiografiche. Credo che ogni scrittore affidi ai propri personaggi qualcosa di sé: una paura, una domanda, un rimpianto o una parte ancora in cerca di comprensione. Fin da bambina percepivo molto intensamente le emozioni degli altri, talvolta fino a confonderle con le mie. Non sapendo ancora come gestire una sensibilità così profonda, crescendo ho cercato di proteggermi chiudendomi in me stessa. Quando ho compreso che quella difesa mi aveva precluso esperienze e possibilità importanti, alcune cose non potevano più essere recuperate. Ho però imparato che il passato non può essere cambiato, ma può essere compreso e trasformato. Credo che molti degli errori compiuti nell’età adulta, così come alcune dinamiche che tendiamo a ricreare nella nostra vita, derivino proprio dall’incapacità di affrontare ciò che ci è accaduto. Mi riferisco innanzitutto al passato di questa esistenza, alle ferite ignorate, alle emozioni represse e ai comportamenti che ripetiamo senza conoscerne davvero l’origine.
Lavorare su noi stessi non significa cancellare ciò che siamo stati, ma impedire che il passato continui a scegliere al nostro posto. Soltanto così possiamo costruire un futuro più consapevole. Questa convinzione attraversa anche i miei personaggi: essi tornano verso ciò che hanno perduto non sempre per riaverlo, ma per comprenderlo e attribuirgli un significato nuovo. La memoria, nelle mie storie, non offre necessariamente la possibilità di riscrivere ciò che è stato, ma offre la consapevolezza necessaria per non smarrirsi di nuovo.
I libri mi accompagnano fin dall’infanzia. Ogni storia era per me un’avventura e ogni pagina un luogo da esplorare; attraverso la lettura sognavo i viaggi che avrei compiuto da adulta. Con l’Irlanda, però, è accaduto qualcosa di diverso. Prima di visitarla non ne avevo letto molto e non avevo costruito particolari aspettative, eppure, appena vi ho messo piede, qualcosa ha smosso profondamente la mia anima. Non mi sono sentita soltanto in un Paese nuovo: in qualche modo, ho provato la sensazione di essere tornata a casa. Vivere all’estero mi ha insegnato che l’appartenenza non coincide necessariamente con il luogo in cui siamo nati. A volte una terra incontrata per la prima volta riesce a risvegliare in noi una pace e una familiarità che non sappiamo spiegare.
Nel corso degli anni ho approfondito filosofie e religioni differenti e sono diventata insegnante di yoga. Questo cammino mi ha insegnato soprattutto l’importanza di andare oltre i confini delle proprie convinzioni e di continuare a interrogarsi. Credo nella reincarnazione e nelle vite passate, anche perché mi sono trovata a confrontarmi con sensazioni e frammenti interiori apparentemente scollegati dalla mia esperienza presente. Non considero questa mia visione una verità da imporre, ma certamente rappresenta una delle radici del mio immaginario. Da qui nascono, nei miei romanzi, le anime che si riconoscono oltre il tempo, i luoghi capaci di risvegliare antiche memorie e i legami che resistono alla distanza e alla perdita. Pur non essendo esperienze direttamente vissute, appartengono a un mondo interiore che sento profondamente mio. Per me scrivere significa anche questo: dare voce a ciò che non sappiamo spiegare e trasformare il passato in uno strumento di consapevolezza, affinché non diventi una prigione, ma il punto dal quale ricominciare.
TDM: Lavorare su due universi narrativi così differenti — l’epica interiore di Polimeria e la fiaba di Cappeluna — richiede una grande versatilità espressiva. Quali sono i prossimi passi del tuo viaggio letterario e quale messaggio finale speri che rimanga nel cuore di chiunque chiuda un tuo libro, che sia un adulto o un bambino?
Polimeria e Cappeluna possono sembrare due universi molto lontani, ma in realtà raccontano la stessa ricerca attraverso linguaggi differenti. Polimeria si domanda che cosa abbiamo dimenticato; Cappeluna prova a ricordarci ciò che non dovremmo mai dimenticare.
In questo momento sto ultimando una nuova raccolta di fiabe dedicata all’autunno a Cappeluna. Sarà una stagione di foglie dorate, cambiamenti e nuovi inizi, durante la quale Wilson, Penny e i loro amici scopriranno che persino una tempesta può insegnare qualcosa sul coraggio, sulla fiducia e sull’importanza di chiedere aiuto. Parallelamente, sto ampliando l’universo di Cappeluna anche oltre le pagine dei libri. Sul mio sito ho realizzato una mappa interattiva del villaggio, attraverso la quale bambini e famiglie possono esplorarne i luoghi, conoscere più da vicino ogni personaggio e scoprire le leggende che si nascondono tra il Bosco Fruscioso, il Ponte della Luna e gli altri angoli di questo mondo. Ho inoltre creato dei video dedicati ai suoi abitanti, pubblicati anche su YouTube, perché i bambini possano incontrarli attraverso immagini, musica e piccole storie. Il mio desiderio è che Cappeluna non rimanga soltanto un luogo da leggere, ma diventi un universo da visitare e nel quale tornare.
Anche il viaggio legato a Polimeria è tutt’altro che concluso. Sto scrivendo il terzo capitolo della saga e, questa volta, lo sguardo si rivolgerà soprattutto al nostro presente. Dopo aver attraversato i ricordi di una civiltà scomparsa e riscoperto parte delle sue conoscenze, i protagonisti tenteranno di riportarne alcuni frammenti nel mondo moderno. Ma una conoscenza rimasta sepolta per millenni non torna mai alla luce senza conseguenze. Sarà davvero possibile recuperare ciò che Polimeria aveva compreso senza ripetere gli errori che ne hanno provocato la caduta? E soprattutto… il nostro mondo è pronto ad accogliere verità capaci di mettere in discussione tutto ciò che crede di conoscere? Senza anticipare troppo, posso dire che il terzo capitolo non riguarderà soltanto ciò che è sopravvissuto di Polimeria, ma il modo in cui ogni scoperta ci obbliga a scegliere che cosa farne. Perché la conoscenza, da sola, non salva nessuno: sono le intenzioni, la consapevolezza e il coraggio con cui decidiamo di usarla a determinare se diventerà un dono oppure un nuovo pericolo.
Quanto al messaggio che vorrei lasciare, credo sia lo stesso per un adulto che chiude un romanzo e per un bambino che termina una fiaba: nessuno è troppo piccolo, troppo fragile o troppo diverso per contribuire a cambiare il mondo che lo circonda. Vorrei che i miei lettori ricordassero l’importanza di credere nelle loro capacità, di non smarrire sé stessi, di rispettare la natura, di accogliere le differenze e di non avere paura di chiedere aiuto. Soprattutto, vorrei che comprendessero che il passato può insegnarci molto, ma non deve imprigionarci: possiamo raccoglierne la memoria e trasformarla nel punto di partenza per qualcosa di nuovo. In fondo, sia Polimeria sia Cappeluna custodiscono la medesima speranza: ciò che sembra perduto può essere ritrovato e anche dopo la notte più lunga o la tempesta più impetuosa, esiste sempre un sentiero capace di ricondurci verso la luce.
Tinuviel Greenwood (Scrittrice) | Instagram: @tinuviel_greenwood_writer
Intervista a Tinuviel Greenwood: Una scrittrice italiana legata all’Irlanda
Redazione The Digital Moon
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