Intervista a Stefano Amon: Valore dell’ascolto oltre il mistero
Intervista a Stefano Amon: Valore dell’ascolto oltre il mistero
Cosa significa crescere “sensitivi” in una famiglia che riconosce questo dono prima ancora delle parole?
«Significa non aver mai avuto il lusso di dubitare che esistesse “altro”. Per me la sensibilità non è stata una scoperta fatta da adulto, è stata la mia prima lingua, l’unico modo che avevo per interpretare il mondo. Fin da bambino vedevo e sentivo presenze che per gli altri non c’erano: mi parlavano, mi cercavano, e io rispondevo loro con la naturalezza di un figlio che parla ai genitori.
Posso definirmi medium e sensitivo, ma voglio essere brutale su questo: trovo profondamente viscido e immorale lucrare sul dolore di chi ha perso qualcuno, farsi pagare per fare da ponte con l’aldilà. È un servizio che non offro e che mi rifiuto di vendere, per una questione di rispetto sacro verso chi non c’è più. In famiglia ero “questo”, quello che percepiva le vibrazioni e i pesi nel cuore delle persone prima ancora che aprissero bocca per salutare. Ho imparato a leggere gli sguardi e le energie molto prima di imparare l’alfabeto sui banchi di scuola. Crescere così ti carica di una responsabilità precoce e quasi spaventosa: capisci subito che ciò che vedi può essere una medicina, ma se non lo maneggi con la massima cura può diventare un’arma.»
In che modo la cartomanzia può diventare uno strumento di chiarezza e non di dipendenza per chi cerca risposte?
«Il segreto di un professionista serio sta nel rimettere il timone della vita nelle mani di chi ha di fronte, anche quando quella persona vorrebbe solo mollarlo. Io non dico mai “fai questo” o “succederà questo e basta”, io ti stendo davanti una mappa dettagliata. La dipendenza è una trappola sottile e purtroppo molti colleghi la alimentano per legare a sé i clienti, creando un bisogno emotivo malato. Io combatto tutto questo. La vera chiarezza nasce quando io, attraverso le carte, ti mostro quella verità che hai già sotto gli occhi, ma che il dolore, la paura o l’ossessione ti impediscono di mettere a fuoco. Le carte sono una bussola, ma la fatica di camminare, il sudore e la scelta della direzione spettano solo a chi consulta. Se tolgo la responsabilità alla persona, le sto rubando la sua libertà più grande. Io non voglio vendere catene emotive; il mio obiettivo è regalare la consapevolezza necessaria per tornare a camminare da soli.»
Perché definisci il cartomante un professionista dell’ascolto e non un mago?
«Perché la parola “mago” oggi puzza di trucco, di superiorità finta e, troppo spesso, di ciarlatano che promette l’impossibile. Io non ho bacchette magiche nascoste nella manica e non ho il potere di stravolgere il destino di nessuno con uno schiocco di dita.
Mi definisco un professionista dell’ascolto perché metto sul tavolo 17 anni di esperienza reale, di vite analizzate e di energie decifrate, per aiutare gli altri a fare ordine nel proprio caos interiore. La cartomanzia, per come la vivo io, è un’analisi psicologica ed energetica profonda, non un incantesimo da fiaba. Chi si siede davanti a me non deve aspettarsi un miracolo che cade dal cielo senza sforzo, ma un confronto onesto, a tratti crudo e senza sconti, fatto con quel distacco che è fondamentale per non affogare insieme al cliente nella sua stessa tempesta.»
Qual è il confine etico che non superi mai nel tuo lavoro, soprattutto davanti alla fragilità emotiva delle persone?
«Il mio confine è netto: io non sono Dio e non sono un medico. Nonostante le pressioni e le fragilità, non entro mai nel campo della salute. Se una persona sta male fisicamente, il mio unico consiglio è: “Vai da uno specialista”. Rimando categoricamente a chi di competenza, cioè non io. Inoltre, per me è la base essere chiaro sulla ritualistica: dico chiaramente che un rito può non portare a nulla o richiedere mesi, perché la ritualistica è un percorso a volte lungo e altre volte lunghissimo.
Non cavalco la disperazione, nemmeno quando arrivano minacce estreme o ricatti emotivi. La mia etica è la mia protezione ma soprattutto la vostra: preferisco un cliente deluso da una verità difficile che un cliente illuso da una bugia confortevole. Poi, per carità, è successo che ho sbagliato tante volte, ma proprio per questo pubblico sia le recensioni negative che quelle positive; sarebbe finto dire che ci sono solo quelle positive, non sarebbe una cosa realistica e veritiera.»
Dopo 17 anni di attività, cosa ti spinge ancora oggi a continuare questa missione nonostante le difficoltà?
«La risposta è racchiusa tutta in quelle pagine che ho scritto, nel mio libro Prima delle parole. Continuo perché, nonostante tutto, vivo per le persone. Vivo per quel momento preciso in cui, dopo ore di buio, vedo negli occhi di qualcuno la scintilla di chi ha ritrovato la propria strada. Ho iniziato a 11 anni, questa non è una carriera, è la mia pelle, è una vita intera dedicata a questo mistero.
Nonostante le pretese assurde, le cattiverie di chi non accetta i limiti umani e il carico psicologico devastante che questo mestiere ti scarica addosso, l’idea di essere stato anche solo un piccolo tassello nell’evoluzione di un’anima mi ripaga di ogni notte insonne. Sapere che una persona è tornata a respirare, che ha fatto una scelta giusta grazie a un mio consiglio onesto o alla spinta di un rito, è ciò che dà un senso profondo a ogni mia giornata. Non saprei essere nient’altro, perché questo è ciò che sono nel profondo: un uomo al servizio della verità degli altri.»
Intervista a Stefano Amon: Valore dell’ascolto oltre il mistero
Redazione The Digital Moon
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