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Intervista a Mariagrazia Lettieri: Dalla linguistica all’AI

Intervista a Mariagrazia Lettieri: Dalla linguistica all’AI


TDM: Ciao Mariagrazia! Il tuo percorso unisce le radici umanistiche della linguistica con le strategie di marketing e l’implementazione dell’IA. Pensando a grandi figure che hanno fatto della sinergia tra tecnologia e linguaggio il proprio marchio di fabbrica — come ad esempio la linguista e saggista Vera Gheno per la cultura digitale o un’icona del marketing strategico —, in che modo lo studio della semantica ti aiuta a costruire e addestrare i modelli di intelligenza artificiale per le aziende?

Credo che i miei percorsi di studio, all’apparenza molto diversi o persino contrastanti, abbiano in realtà una sinergia straordinaria e rappresentino esattamente chi sono e come lavoro. Se ci pensiamo, grandi innovatori come Steve Jobs hanno dimostrato che il vero valore nasce dall’intersezione tra tecnologia e discipline umanistiche: la semantica, la linguistica e la psicologia sono esattamente ciò che sta alla base della pubblicità, della comprensione dei needs delle persone e della costruzione di modelli di IA che sappiano davvero comunicare.

Banalmente, studiare per diventare pubblicista mi aiuta tantissimo anche oggi nell’elaborazione di testi SEO molto più performanti. Questo mix di studi mi rende la professionista che voglio essere: io non sono solo un’utilizzatrice di IA, sono la strategia; sono UX/UI design, sono colei che crea siti e scrive codice. Ma posso essere tutto questo solo grazie a questo mix di competenze, che è la mia vera cifra stilistica e professionale.


TDM: La moda rappresenta per te una grande passione, coltivata fin da adolescente con un blog dedicato e che mantieni come obiettivo editoriale per il futuro. Pensando ai grandi maestri dello stile e della comunicazione del fashion (come ad esempio la direttrice di moda Anna Wintour o celebri chef del gusto e dell’estetica), qual è la visione che credi l’Intelligenza Artificiale possa offrire a un settore basato su creatività e percezione sensoriale come quello della moda?

Sicuramente completare il mio percorso da pubblicista mi fa sognare di tornare a scrivere qualche riga per una rivista di settore: non sarebbe un semplice hobby, ma la realizzazione lato editoriale di tutto il mio percorso. Lavorando quotidianamente con l’Intelligenza Artificiale, però, ne scopro limiti e valori, e sul fronte editoriale e della moda credo che l’IA possa rappresentare anche un grande limite. Mi spiego meglio: oggi il “copia e incolla” e la clonazione dei contenuti sono all’ordine del giorno.

Basta passare un testo all’IA — che io immagino sempre “donna”, perchè sa un po’ tutto, proprio come noi! — per rimuovere la percentuale di plagio, e lo stesso vale per la moda. Prima ci volevano mesi, se non anni, per creare, pensare e produrre una collezione o un editoriale. Oggi è tutto troppo semplice e incredibilmente economico. Gestisco ad esempio la pagina di un negozio: produrre contenuti accattivanti e performanti è facilissimo. Ma mi chiedo: quanto era bello strutturare uno shooting da zero, creare moodboard fisiche, vivere l’energia e la frenesia di quelle giornate di lavoro? Oggi basta un computer e qualche foto, magari anche fatta male, per generare un contenuto visivamente “perfetto”. Il rischio è che, perdendo la fatica e la ricerca, si perda anche quell’anima e quella percezione sensoriale che fanno della moda un’arte unica.


TDM: Dopo l’esperienza corporate a Milano in realtà come L’Oréal, hai scelto di stabilire la tua vita e la tua attività professionale a Genova. Quanto ha influito il fascino e la dimensione di questa città di mare nella tua decisione di radicare qui la tua consulenza per le imprese locali e nazionali?

A dire il vero, probabilmente non avrei mai scelto Genova di mia sponte. Milano era la città che avevo scelto, nel bene e nel male; ma a volte si fanno scelte di cuore, per seguire persone che in quel momento credi possano essere il tuo futuro. Quando poi quel “vaso” si è rotto, avevo pensato di tornare a Milano. Invece ho trovato in Genova una realtà molto diversa, che a oggi mi piace moltissimo. Questo mi permette di mettere sulla bilancia due mentalità differenti e di portare qui quel know-how tipicamente milanese che ormai mi appartiene.

Tutta la mia storia — anche le curve inaspettate — mi ha resa il punto di riferimento che oggi sono per tante aziende. Ora come ora non cambierei la mia vita a Genova per la frenesia di Milano, anche se, chissà, magari un giorno casa mia sarà di nuovo lì. Per ora mi godo il mare e tutto quello che sto costruendo con grande sacrificio, con l’obiettivo di rendere l’azienda in cui lavoro un posto sempre migliore. C’è un aspetto che per me non ha prezzo: non cambierei nulla, soprattutto il mio capo, che oggi si fida ciecamente di me e del mio punto di vista per la crescita dell’azienda. E sentirmi stimata e apprezzata dai clienti è un valore aggiunto enorme che, in contesti giganteschi e corporate come quelli milanesi dove spesso sei solo un numero, capita molto più raramente. Oggi Genova mi sta servendo anche a questo: a credere di nuovo profondamente in me stessa.


TDM: Ti stai formando per diventare pubblicista sportivo unendo due tue grandi passioni come la scrittura e il calcio. Come riesci a integrare l’analisi rigorosa dei dati di marketing e business con la narrazione calda e passionale tipica del giornalismo sportivo?

Io amo il calcio prima di tutto perchè mi lega a mio padre: con lui avevo un rapporto speciale e, anche se crescendo le cose sono un po’ cambiate, amo custodire quella parte di me così vicina allo sport. Fin da piccola sono sempre stata molto attiva e adoravo andare allo stadio, sia con lui che con i miei amici. Ho avuto anche una grande passione per il basket, che resta uno sport straordinario, ma il calcio ha quel “non so che” di magico. Amo il calcio del passato — la storia di Pelè, ad esempio, è per me un vero e proprio insegnamento di vita — e allo stesso tempo vedo quanto questo sport sia un business colossale che si intreccia profondamente con la moda.

Colori, brand e capsule collection dedicate: non parlo solo della classica divisa, ma di maglie che sono veri capolavori di design e che farebbero invidia ai brand del lusso. Come si lega tutto questo all’analisi dei dati e del business? Nel mio lavoro quotidiano, l’integrazione è naturale: i dati di marketing, le metriche e le analisi di mercato rappresentano la base tecnica e rigorosa, un po’ come la tattica e la preparazione atletica in campo. Ma i dati da soli sono freddi se non vengono raccontati. La narrazione calda e passionale del giornalismo sportivo mi insegna a dare un’anima a quei numeri, a trovare la storia dietro a una strategia, proprio come fa un portiere che ha la visuale aperta e guida la squadra. In fondo, è il mio modo di essere: unire la rigidità dei dati alla passione della scrittura, facendo convivere mondi diversi che in me trovano il loro perfetto equilibrio, esattamente come i miei studi.


TDM: Guardando all’evoluzione dell’IA, molte realtà temono il cambiamento nei processi aziendali. Quali sono i prossimi obiettivi della tua attività di consulenza e quali strumenti pratici intendi sviluppare per accompagnare le imprese verso un’innovazione tecnologica che rimetta sempre al centro la comunicazione e l’elemento umano?

Credo che il momento in cui gli asset aziendali dovranno evolversi sia sempre più vicino, ed è esattamente quello che spieghiamo a chi lavora con noi. Ma va chiarito un punto fondamentale: bisogna agire con etica, e l’azienda in cui opero ha la trasparenza e l’etica come capisaldi. Il nostro approccio non è sostituire le persone, ma delegare alle macchine i compiti ripetitivi e meccanici, per liberare tempo prezioso da dedicare alle relazioni umane, all’approfondimento strategico e alla cura del pensiero creativo.

Vi porto un esempio concreto: ho sviluppato un software per un cliente che, prima, per non rubare tempo al lavoro durante la settimana, era costretto a passare ogni singolo sabato in ufficio a elaborare dati. Oggi, grazie alla soluzione che abbiamo creato, tutto quel lavoro si è ridotto a circa un’ora. Ma c’è una regola ferrea che insegniamo ai nostri clienti: tutto ciò che fa la macchina deve essere controllato dal professionista. Le nostre intelligenze artificiali non premono mai il tasto “invio” da sole; quel gesto spetta sempre all’essere umano. L’IA fa il lavoro di calcolo, ma la supervisione e l’empatia restano saldamente nelle mani della persona. Nel frattempo, però, quel professionista può passare il sabato a casa con la sua famiglia. E ditemi: c’è qualcosa di più importante o di più umano di questo?

Mariagrazia Lettieri


Intervista a Mariagrazia Lettieri: Dalla linguistica all’AI

Redazione The Digital Moon

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