Intervista a Luigi Pratesi: Strategia digitale e l’AI al servizio del business
Intervista a Luigi Pratesi: Strategia digitale e l’AI al servizio del business
Con circa 26 anni di esperienza nel digitale e come fondatore di Blippd, hai vissuto in prima persona tutte le grandi evoluzioni della rete. Come si è trasformato il tuo approccio alla digital media strategy e cosa significa oggi costruire una presenza online davvero efficace e misurabile?
Ho iniziato come web designer a fine 1999, in un’epoca in cui “presenza online” voleva dire poco più di un sito vetrina statico al massimo arricchito da qualche form per banali interazioni, aggiornato una volta all’anno se andava bene. C’erano anche ecommerce ma ancora abbastanza rari e molto costosi. Ho vissuto e attraversato l’arrivo dei social, il passaggio dal desktop al mobile, l’esplosione dello short video e ora la rivoluzione dell’intelligenza artificiale; per oltre 10 anni sono stato IT Manager in una grandissima azienda italiana, occupandomi anche di tutto ciò che riguardava comunicazione e marketing.
Ogni fase e ogni necessità professionale mi hanno costretto a disimparare qualcosa e a ricostruire il metodo da capo. Quello che è rimasto costante è l’idea che il digitale non è un canale, è un ecosistema: sito, social, formazione, contenuti, tutto deve parlare la stessa lingua. Con Blippd ho costruito un approccio integrato proprio partendo da questa convinzione, perché ho visto e continuo a vedere troppe aziende, troppi professionisti, con un sito curatissimo e una presenza social scollegata, o viceversa.
Oggi costruire una presenza online davvero efficace significa soprattutto una cosa: misurare tutto e affezionarsi ai numeri, non alle sensazioni. Follower e like sono vanity metric se non si traducono in contatti reali, richieste di preventivo, vendite; bisogna convertire! Il mio metodo parte sempre da lì, da cosa succede dopo il click, perché è lì che si vede se una strategia funziona davvero o se sta solo facendo scena. La viralità fine a se stessa serve veramente a niente!
I tuoi contenuti dedicati a tech, AI e digital raggiungono milioni di persone ogni mese, con una community che conta oltre 56.000 follower su TikTok e 42.000 su Instagram. Qual è il segreto per divulgare temi complessi come l’intelligenza artificiale in modo diretto, coinvolgente e capace di diventare virale?
Il segreto è togliere, non aggiungere. Chi parla di AI spesso complica per sembrare autorevole, riempie il video di terminologia tecnica pensando che questo trasmetta competenza; io faccio l’esatto opposto. Prendo un tema tecnico, anche complesso e lo riduco a un’idea semplice, spiegata come la spiegherei a un amico al bar davanti a una birra. Niente paroloni, niente slide da conferenza, niente introduzioni lunghe: nei primi tre secondi devi capire di cosa sto parlando e perché ti riguarda.
Uso un linguaggio diretto, un ritmo veloce e non ho paura di essere simpatico anche parlando di cose serie; l’ironia, per me, è uno strumento di comprensione, non un vezzo estetico, perché un contenuto che ti fa sorridere lo ricordi meglio di uno che ti annoia.
E poi c’è il lavoro sui dati, che è la parte meno visibile ma più importante: analizzo costantemente cosa performa e cosa no e se un formato non funziona lo cambio senza affezionarmi. Ho abbandonato quasi del tutto i caroselli per puntare su video diretti in camera, perché i numeri sia miei che dei miei clienti mi hanno confermato chiaramente che sul mio pubblico ma in generale sul pubblico dei nostri giorni, funzionano meglio; questo tipo di ascolto continuo dei dati è quello che, secondo me, fa la differenza tra un contenuto che diventa virale una volta e una community che cresce in modo costante nel tempo, creando interazioni e conversione.
Tra le tue attività principali c’è la formazione aziendale e la consulenza sull’integrazione dell’AI nei processi lavorativi. Quali sono i freni o i dubbi maggiori che riscontri nelle PMI quando si approcciano a questi nuovi strumenti tecnologici?
Il freno più grande non è tecnico, è psicologico: la paura di sbagliare, di investire tempo e budget su qualcosa che poi non useranno davvero, o peggio la paura, mai dichiarata ma sempre presente, di essere in qualche modo sostituiti. Molti imprenditori con cui parlo pensano all’AI come a una scatola nera complicata, riservata a chi ha competenze tecniche avanzate, quando invece nella maggior parte dei casi basta integrarla con criterio in due o tre processi ben scelti per vedere un ritorno concreto in poche settimane.
L’altro dubbio ricorrente riguarda i dati aziendali: sicurezza, privacy, cosa succede alle informazioni condivise con questi strumenti, chi ha accesso a cosa; sono domande legittime e le prendo sempre sul serio invece di liquidarle. C’è poi un terzo freno più sottile, che è la frammentazione interna: spesso in azienda c’è già qualcuno che usa l’AI in autonomia, magari il team marketing o un singolo dipendente più curioso, ma senza una linea guida condivisa e questo crea disallineamento invece che efficienza, dando la sensazione di inefficacia per l’uso non consapevole o superficiale che se ne fa.
Per tutti questi motivi il mio primo lavoro con un’azienda non è mai “insegnare un tool”; è fare una mappatura reale dei processi, capire dove l’AI porta valore vero e dove invece sarebbe solo un vezzo tecnologico. Poi, si deve costruire un percorso formativo su misura, che tenga conto del livello di partenza delle persone coinvolte e le guidi passo passo verso l’obiettivo.
Attraverso Blippd offri una gestione integrata a 360°, dalla produzione video al web design, fino alle strategie Telegram e al copywriting. Quanto è importante per aziende e professionisti avere un’unica regia strategica invece di frammentare la comunicazione su più fornitori?
È fondamentale, ed è uno dei motivi per cui molti clienti arrivano da me dopo aver lavorato con tre o quattro fornitori diversi che non si parlavano tra loro. Il grafico non sapeva cosa stava scrivendo il copywriter, il copywriter non sapeva cosa stava postando il social media manager e il risultato finale era un brand con dieci voci diverse, incoerente agli occhi di chi lo guardava da fuori. Avere un unico interlocutore significa prima di tutto coerenza: stesso tono di voce, stessi obiettivi di fondo, stessi dati condivisi tra tutti i canali, dal sito al Telegram, dalla grafica al copy dei post.
Ma significa anche velocità decisionale: quando un’idea nasce, posso portarla dal concept al sito, al video, al post social nello stesso giorno, senza dover coordinare riunioni tra fornitori esterni che magari lavorano con logiche e tempistiche diverse.
Questo è particolarmente vero per canali meno presidiati come Telegram, che molte aziende trascurano completamente pur avendo un pubblico fedele lì e che invece può diventare uno strumento potente di comunicazione diretta se inserito in una strategia coerente col resto. Non è solo comodità operativa, è la differenza tra un brand che si riconosce a colpo d’occhio, ovunque lo si incontri e uno che si disperde in mille rivoli scollegati.
Il tuo metodo si basa su tre pilastri: Ascolto, Strategia ed Esecuzione guidata dai dati. Qual è il consiglio fondamentale che daresti a una startup o a un professionista che desidera posizionare il proprio brand nell’ecosistema digitale di oggi?
Non partire mai dall’esecuzione. Ci sono tantissimi professionisti, tantissime startup che aprono un profilo social, magari investono anche in produzione video di qualità e iniziano a postare senza essersi mai chiesti davvero chi stanno ascoltando, cosa vogliono ottenere ma soprattutto cosa sta cercando il pubblico e cosa si aspetta; il risultato è quasi sempre lo stesso, tanto sforzo e pochi risultati misurabili. L’ascolto viene prima di tutto: capire il pubblico, il mercato, cosa già funziona nel proprio settore e cosa invece manca, dove c’è uno spazio scoperto che nessuno sta occupando bene.
Poi arriva la strategia, che deve essere scritta e non tenuta in testa; deve avere obiettivi chiari, un posizionamento definito e una coerenza tra i canali, altrimenti resta un’intenzione vaga destinata a sgretolarsi alla prima difficoltà.
E infine l’esecuzione, che va sempre guidata dai dati e non dal gusto personale, perché quello che piace a te, al tuo team o persino ai tuoi amici non è detto che converta davvero sul tuo pubblico reale. Il consiglio che do sempre, e che vale sia per una startup che per un libero professionista, è semplice ma va preso sul serio: costruisci il metodo prima del contenuto, definisci il perché prima del cosa, altrimenti stai solo facendo rumore in un ecosistema digitale che di rumore ne ha già fin troppo.
Luigi Pratesi|Ig: @luigi_di_blippd|TikTok: @blippd
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Redazione The Digital Moon
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