Intervista a Ginevra Aperuta: Tra Musica -doppiaggio e l’anima del Cosplay
Intervista a Ginevra Aperuta: Tra Musica -doppiaggio e l’anima del Cosplay
Ginevra, si può dire che tu abbia respirato la musica prima ancora di nascere, dato che tua madre ha cantato sul palco per tutta la gravidanza e a 13 anni facevi già gavetta con lei nei piano bar. Eppure, dopo le apparizioni in TV, l’ansia da giudizio ti ha spinto a lasciare i provini per inseguire il tuo vero sogno d’infanzia: lavorare con la voce ma “dietro lo schermo”, dando l’anima a principesse Disney o a personaggi iconici come la Beatrix Kiddo di Kill Bill. Come si compie psicologicamente questo passaggio dal voler essere al centro del palco al desiderare di essere la voce invisibile che dà vita alle emozioni altrui?
In realtà non credo che sia mai stata una scelta tra il voler stare davanti o dietro. Io comunico con la voce, ed è sempre stato questo il punto. Che sia sul palco di un teatro, davanti a una telecamera o dentro una sala di registrazione, ciò che mi emoziona è riuscire ad arrivare alle persone attraverso la mia voce.
Molti negli anni mi hanno fatto i complimenti per la presenza scenica, ma la verità è che quando canto o mi esibisco entro completamente in un altro mondo. A volte chiudo gli occhi, a volte li tengo aperti, ma quasi non vedo nemmeno quello che ho davanti. Esistono solo la musica, le emozioni e quello che sto raccontando. Forse il mio sogno più grande è proprio questo: essere riconosciuta per la mia voce. Così come io riconosco e ammiro i grandi doppiatori, mi emozionerebbe sentire qualcuno dire un giorno: “Ma tu sei la voce di…”. Credo che potrei morire felice.
Dopo cinque anni di studio e lavoro nel doppiaggio a Napoli, hai deciso di frequentare un corso di doppiaggio cantato a Roma, un ambiente che purtroppo si è rivelato ostile e ti ha ferita al punto da farti quasi abbandonare il tuo sogno. Oggi, però, quella “lucina” dentro di te è ancora accesa e insegni canto privatamente, guidando le tue giovani allieve. Insegnare a queste ragazze a non arrendersi mai e a evitare gli ostacoli che hai incontrato tu, ti sta aiutando a guarire quella ferita e a mantenere vivo il tuo legame con il doppiaggio?
Le mie alunne non mi hanno solo aiutata: mi hanno letteralmente salvata. Rendersi conto di riuscire a trasmettere qualcosa e vedere che quel qualcosa viene apprezzato è un’emozione che non ha prezzo. Ma ancora più bello è assistere ai loro miglioramenti giorno dopo giorno, vedere crescere la loro sicurezza e accompagnarle nel loro percorso.
Non voglio nascondere che esistono ancora giornate difficili. Ci sono momenti in cui quella ferita torna a farsi sentire e penso che mi piacerebbe essere di nuovo io l’alunna, ricominciare da capo e vedere dove sarei oggi se alcune esperienze fossero andate diversamente. Però la risposta è sì: insegnare mi ha aiutata tantissimo e continua a farlo ogni giorno. Se è vero che io ho dato qualcosa a loro, è altrettanto vero che loro hanno dato tantissimo a me.
A 32 anni gestisci contemporaneamente tre occupazioni: un lavoro d’ufficio, le serate di piano bar e le lezioni di canto. In un’epoca in cui spesso si cerca la stabilità a tutti i costi sacrificando l’arte, o viceversa, come riesci a organizzare le tue energie quotidiane in questa “corsa” continua, facendo in modo che la routine dell’ufficio non spenga la tua urgenza creativa?
Non è semplice, questo è sicuro. Ci sono giornate in cui arrivo a sera stanchissima, ma penso che sia normale quando si cerca di dare il massimo in tutto quello che si fa. In fondo, in passato ho gestito anche più lavori contemporaneamente, e alcuni mi piacevano molto meno di quelli che ho oggi.
La cosa bella è che la mia parte creativa non si spegne mai. Nemmeno mentre sono in ufficio. È come se il mio cervello riuscisse a fare due cose contemporaneamente: da una parte porto avanti il mio lavoro con concentrazione, dall’altra continuo a immaginare nuovi cosplay, nuovi progetti, nuove idee da realizzare. Credo che quella parte di me non andrà mai in pausa. Ed è proprio questo che mi permette di non perdere mai il contatto con ciò che amo davvero.
Da dieci anni il Cosplay rappresenta la tua isola felice, uno spazio vissuto senza l’ansia della prestazione, ma per pura gioia. Negli anni hai imparato a costruire i tuoi costumi da sola e quest’anno hai persino ricevuto in regalo due macchine da cucire, sentendo risvegliare in te i “geni” di tua nonna sarta. Cosa ti dà, a livello terapeutico e manuale, il creare fisicamente un personaggio da zero — tra cucito, trucco e accessori — rispetto al lavoro puramente immateriale della voce?
Il cosplay rappresenta davvero il mio momento felice. Mi affascina tutto il percorso creativo: partire da qualcosa che non so fare, sbagliare cento volte, imparare, migliorare e vedere pian piano un personaggio prendere vita grazie alle mie mani. Non sarà mai perfetto come quello dei cosplayer più esperti, ma ogni volta è una soddisfazione enorme. Scelgo quasi sempre personaggi nei quali ritrovo qualcosa di me o che, per qualche motivo, sento profondamente vicini. E quando li porto in fiera non mi limito a indossarne il costume: cerco di interpretarli. Per me il cosplay è anche recitazione.
Spesso mi è stato detto che sembro assomigliare caratterialmente ai personaggi che porto, anche quando sono molto diversi tra loro. Credo sia perché dentro ognuno di loro metto una parte di me che, forse, Ginevra nella vita di tutti i giorni non riesce sempre a mostrare. Paradossalmente, fare cosplay per me non significa indossare una maschera. Significa toglierla. Passo praticamente tutto l’anno ad aspettare il Napoli Comicon. In quei quattro giorni non voglio più pensare ai problemi, al lavoro o alle preoccupazioni. Voglio solo vivere quella magia ed essere felice. E fino a oggi è sempre stato così.
La tua community social ha vissuto l’enorme successo (poi purtroppo bloccato per copyright) del tuo podcast su Harry Potter, ma oggi ti segue con affetto soprattutto per le tue creazioni cosplay. In questo 2026 stai finalmente per realizzare il sogno di una vita: viaggiare in Giappone, un Paese che studi da due anni e in cui ti piacerebbe vivere. Mentre ti prepari a questa avventura, come rispondi oggi a quella domanda sul “cosa farai da grande”, e in che modo questo viaggio rappresenta un nuovo inizio per la tua ricerca personale?
Credo che non riuscirò mai a rispondere davvero alla domanda “cosa farò da grande”, anche se mi piacerebbe tantissimo. Dentro di me convivono ancora la Ginevra bambina, piena di sogni, e la Ginevra adulta, che cerca di fare i conti con la realtà. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma so che quest’anno realizzerò uno dei sogni più grandi della mia vita. E, se devo essere sincera, è la prima volta che riesco a realizzare un sogno così importante grazie alle mie forze. Ormai non parlo praticamente d’altro: chi mi conosce lo sa! Non vedo l’ora di partire e scoprire finalmente quel Paese che ho sempre amato e studiato con tanta passione.
Una parte di me spera davvero che lì possa sentirsi più a casa di quanto si sia mai sentita altrove. È un pensiero che mi emoziona, ma che allo stesso tempo mi spaventa, perché costruire una vita in un altro Paese richiederebbe scelte e rinunce importanti. Se però posso concedermi il lusso di sognare, allora sogno in grande: mi piacerebbe vivere un giorno in Giappone insieme alla persona che amo… e magari riuscire anche a diventare una doppiatrice. In fondo i sogni, finché esistono, meritano sempre una possibilità.
Ginevra Aperuta |Ig: @gin_sunshine__
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Redazione The Digital Moon
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