Intervista a Gianfranco Guzzi: Dall’arte di famiglia alle conferenze sui misteri dei Faraoni
Intervista a Gianfranco Guzzi: Dall’arte di famiglia alle conferenze sui misteri dei Faraoni
TDM: Ciao Gianfranco! L’arte e la creatività sono da sempre nel DNA della tua famiglia, ma fin da bambino la tua vera passione è stato il disegno di storie a fumetti, guidato dal fascino del professor Philip Mortimer e dalle sue avventure in Egitto. In che modo la curiosità di quel bambino di otto anni e l’amore per il fumetto avventuroso hanno tracciato la strada per tutte le tue esperienze successive?
Nella mia famiglia ci sono stati artisti, collezionisti d’arte ed esploratori, in più, ho il gusto della sfida. Me lo ha insegnato con i fatti mio padre: quando viaggiavamo all’estero, lo vedevo dialogare con tutti. Lui parlava il francese e il tedesco ma riusciva a farsi capire anche da inglesi, indiani o giapponesi.
Per comunicare, talvolta ricorreva perfino al latino, se scopriva che il suo interlocutore aveva studiato le lingue morte. Un caro amico di famiglia era editore che mi riforniva di risme di carta patinata prima solo per disegnare e poi, dagli otto anni in avanti, per creare veri e propri fumetti con le più varie ambientazioni (western, thriller, gialli, storici, di guerra) ma che avevano tutti, come comune denominatore, il fascino dell’avventura.
TDM: Nel corso della tua carriera hai sempre unito il rigore scientifico della tua laurea in Microbiologia a una spiccata visione artistica e comunicativa, portando persino l’arte concettuale sui famosi Post-it personalizzati. Pensando ai grandi divulgatori e visionari capaci di connettere mondi apparentemente distanti — come il celebre saggista e divulgatore scientifico Bruno Munari, che ha rivoluzionato il modo di comunicare il visivo — qual è secondo te il segreto per trasformare un semplice supporto quotidiano in un veicolo di cultura?
Non porre freno all’immaginazione. Il disegno mi ha sempre accompagnato durante tutta la mia carriera: quando ho iniziato a lavorare come specialista di prodotti chirurgici per l’oculistica negli anni ’80, preparavo protocolli di utilizzo di protesi corredandoli di disegni esplicativi per le fasi operative; diventato poi formatore per una importante multinazionale americana, ho completamente rifatto tutti i corsi base di marketing e vendita, che mi arrivavano pacchettizzati dagli USA, utilizzando prevalentemente un linguaggio per immagini.
Quando poi mi sono occupato del marketing e delle vendite del Post-it personalizzato foglio a foglio, mi è sembrato un sogno che si realizzasse: un prodotto che non faceva magazzino ma che doveva essere costruito ogni volta da zero. La mia creatività si è sbizzarrita per oltre un decennio. È come avessi avuto di fronte una tela bianca sulla quale dipingere qualcosa che unisse l’utilità pratica di lasciare un messaggio all’obiettivo di trasmettere la bellezza dell’arte.
TDM: Nel tuo percorso nel mondo dell’arte sei stato gallerista a Stresa e a Milano, oltre ad aver promosso l’arte italiana nei musei americani con una visione distante da quella dei meri businessmen. Quali sono le differenze principali che hai riscontrato tra il mercato dell’arte statunitense e quello europeo nell’approccio alla valorizzazione dei capolavori?
Ho conosciuto mercanti italiani ed europei che sono sinceri appassionati dell’arte al punto di avere una loro collezione privata. Negli Stati Uniti il gallerista è quasi sempre un uomo d’affari autocentrato, che vede il dipinto o la scultura come un prodotto dal quale ottenere il massimo profitto ed è molto difficile che accetti consigli da esterni. Gli ultimi veri appassionati d’arte in America li puoi trovare fra i curatori dei musei: perciò ho deciso di promuovere l’arte italiana solo in questo canale poco commerciale.
Tolte le importanti raccolte pubbliche o private delle grandi città, che conservano capolavori di respiro mondiale, i musei sparsi nei 50 Stati sono pensati e creati sulla realtà della contea: raccontano storia, usi e costumi locali che interessano un pubblico limitato, che appartiene al ristretto circondario. Ne consegue che ciò che da noi non verrebbe considerato nemmeno da un rigattiere, negli USA lo troviamo pomposamente in una bacheca perché è parte del loro passato.
TDM: Nelle tue conferenze dedicate all’antico Egitto utilizzi l’Intelligenza Artificiale come strumento puramente visuale per arricchire la presentazione, mantenendo però la massima accuratezza e il rigore scientifico sui contenuti. Come riesci a integrare queste tecnologie d’avanguardia con lo studio delle fonti e con quel coraggio, da “egittologo alternativo”, di esplorare i misteri della Terra dei Faraoni oltre i dogmi tradizionali?
Ho iniziato quest’anno a sfruttare l’intelligenza artificiale unicamente per creare immagini, mentre per la scelta dei contenuti uso esclusivamente la mia conoscenza della materia e fonti scientifiche che stimolano la mia curiosità. Ho scoperto che, grazie a questa automazione intelligente, riesco a ridurre i tempi espositivi dei miei racconti storico-architettonici. Costruisco immagini, mai esistite ma verosimili e rigorose anche sul piano filologico, che vengono apprezzate dal pubblico che mi segue.
Dopo alcuni mesi di prove, oggi utilizzo in contemporanea tre chat bot e ognuno ha un uso specifico: c’è quello che riesce meglio degli altri a ricostruire il volto di un personaggio partendo anche da bassorilievi rovinati o statue rotte; un altro crea le migliori ambientazioni per l’antico Egitto; un altro ancora riesce a trasformare vecchie immagini sfuocate e in bianco e nero in foto a colori come fossero state scattate oggi. Il risultato è una conferenza che diventa una multivisione quasi cinematografica.
TDM: Oggi ti dedichi a tempo pieno alla divulgazione tenendo conferenze per Comuni e associazioni in Italia e nel Canton Ticino, lasciando sempre un seme di curiosità nel pubblico. Quali sono i prossimi temi e i misteri egizi che intendi esplorare e ricostruire visivamente per i tuoi spettatori?
Parto sempre da una considerazione. Una fetta importante del PIL egiziano viene dal turismo: diretto, indotto e filiera arrivano all’8-10%. Quello che calamita i turisti laggiù è principalmente il mistero. Ho verificato che questo è anche il sentiment del pubblico che mi segue; perciò sviluppo conferenze che lo contengono e nei titoli che scelgo uso spesso termini come “segreto”, “mistero”, “enigma”, “perduto”. Studio egittologia almeno cinque ore al giorno anche per individuare argomenti che piacciano alla maggior parte dei miei auditori e catturino la loro attenzione, usando un linguaggio semplice ma didattico, senza cadere in eccessivi tecnicismi.
Mi definisco un egittologo “alternativo” in quanto non ho studiato all’università archeologia o lingue semitiche ma la mia formazione accademica mi porta a essere sempre molto critico sui ricercatori indipendenti che usano troppo la fantasia e poco il rigore scientifico. Il mio obiettivo è quello di fare conoscere quell’antica civiltà, informare i miei ascoltatori di tutte le ipotesi ma poi di lasciarli liberi di trarre le proprie conclusioni.
Intervista a Gianfranco Guzzi: Dall’arte di famiglia alle conferenze sui misteri dei Faraoni
Redazione The Digital Moon
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