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Intervista a Gabriele Bernareggi: Alla scoperta del suo percorso

Intervista a Gabriele Bernareggi: Alla scoperta del suo percorso

TDM: Scrittore, viaggiatore e attento osservatore della realtà, ami condividere attraverso i tuoi scatti e le tue riflessioni social l’essenza dei luoghi che attraversi. Da dove nasce questa duplice esigenza di esplorare il mondo in prima persona e di tradurre poi ogni viaggio in una narrazione capace di far riflettere chi ti segue?

Per risponderti in maniera fantasiosa, forse in un’altra vita ero un viaggiatore, un marinaio! Sono sempre stato molto attratto dal viaggio, ma oggi scelgo di partire solo per quei luoghi che riescono a colpirmi profondamente.

Ho viaggiato seguendo criteri diversi, ma adesso cerco soprattutto spiagge bianche e mari blu. Sono quei posti in cui, più che sentirmi in vacanza, mi sento proprio a casa. Il viaggio che cerco è quello che, alla fine, mi fa pensare: «Non vorrei tornare a Milano».

L’esigenza di condividere quello che vivo sui social, invece, nasce anche da logiche molto più moderne. Quello che realmente vivo durante un viaggio, in fondo, lo tengo per me. Il resto lo condivido. Sì, oltre al viaggio, cerco anche i follower. Diciamo che oggi le due cose possono convivere: una parte del viaggio la vivo, un’altra la pubblico.

TDM: Nel panorama del fotogiornalismo e della letteratura d’indagine d’autore, grandi reporter e narratori di viaggio — pensiamo alla capacità di raccontare le crepe dell’umanità di Tiziano Terzani o alla sensibilità sociale degli scatti di Sebastião Salgado — hanno dimostrato che il reportage acquista senso solo quando sa mettere in discussione i luoghi comuni. Guardando alla tua produzione letteraria e fotografica, quanto senti vicina questa missione di racconto senza filtri?

Onestamente, non conosco i professionisti che hai citato. Posso però dirti come vedo oggi il problema del raccontare senza filtri. Raccontare attraverso un libro o attraverso una fotografia passa inevitabilmente attraverso un algoritmo e forse, quando va bene, attraverso un controllo umano. Non puoi sempre fotografare quello che vuoi, non puoi sempre pubblicarlo come vuoi e soprattutto, non puoi sempre mostrare ciò che vorresti denunciare.

Quando sono stato in Messico, per esempio, ci sono state situazioni in cui fare una fotografia era davvero pericoloso. Eppure, una volta tornato, quella stessa immagine finisce sui social e viene giudicata da un algoritmo che decide se può rimanere online oppure no. Sembra quasi che sulle piattaforme siamo tutti invitati a pubblicare soltanto immagini divertenti, felici e rassicuranti. Se mostri qualcosa di più duro, scomodo o controverso, arrivano i link ai T&C a ricordarti che quel contenuto potrebbe non essere “adatto”.

Lo stesso vale per i libri. Hate speech, legge Mancino: oggi qualsiasi cosa tu dica può essere interpretata come offensiva o non gradita. Il risultato è che le piattaforme possono decidere di bloccare o cancellare un contenuto.

TDM: Attraverso libri dal forte impatto provocatorio e civile come Gli evasori sono eroi, il saggio 35 euro sul tema dell’immigrazione e Three Moons sulla condizione delle persone omosessuali in Iran, affronti tematiche viscerali e spesso sgradite al dibattito pubblico. Qual è il filo conduttore che lega opere apparentemente diverse e cosa ti spinge a fare luce su queste realtà controverse?

Il filo conduttore, soprattutto nei libri 35 euro e Three Moons, è stato quello di provare a denunciare la realtà attraverso l’ironia. Ho inventato dei personaggi, li ho messi in un mondo molto simile al nostro e ho cercato di mettere in evidenza, portandole quasi all’assurdo, tutte le contraddizioni di quel mondo.

In 35 euro, in particolare, ho cercato di osservare il sistema dell’accoglienza nel nostro Paese da una prospettiva volutamente provocatoria: quella dei 35 euro. Una cifra che diventa il cardine di un sistema nel quale tutti sono intenti a scambiarsi favori, appalti e interessi attorno a quel piccolo “miraggio” economico.

Three Moons, invece, nasce da un’altra contraddizione che mi ha sempre colpito. Da una parte c’è chi critica continuamente l’Occidente per le sue contraddizioni e per il modo in cui affronta i diritti; dall’altra, spesso sono le stesse persone a sostenere o giustificare realtà nelle quali quei diritti sono molto più lontani… dei miraggi. Penso, per esempio, all’Iran e alla condizione delle persone omosessuali. Mi colpisce vedere persone scendere in piazza con le bandiere della Palestina, sostenuta dall’Iran e contemporaneamente criticare l’Italia sul tema dei diritti LGBT. Mi sembra una contraddizione enorme: è come se delle pecore decidessero di simpatizzare per i lupi.

Gli evasori sono eroi, invece, è un libro diverso: non è una storia, ma una critica. Parte da una domanda molto semplice e volutamente provocatoria: se veniamo tassati continuamente e in cambio riceviamo servizi che considero insufficienti o gestiti male, fino a che punto è ancora legittimo chiedere al cittadino di pagare?

Se devo pagare l’IVA per finanziare una pista da bob da cento milioni di euro o per i famosi “banchi a rotelle”, personalmente faccio fatica a non chiedermi dove finisca il dovere fiscale e dove inizi una forma di sopravvivenza. È una provocazione, naturalmente, ma è proprio da queste provocazioni che nascono i miei libri: prendere un’assurdità, portarla davanti al lettore e chiedergli se, davvero, quella che consideriamo normalità sia poi così normale.

TDM: I tuoi lavori sembrano guidati da una vera e propria profezia sociale: portare l’attenzione su sfide e problematiche remote o sottovalutate che, inevitabilmente, sono destinate a diventare i problemi di tutti noi. Come riesci a cogliere in anticipo questi segnali nei tuoi viaggi e quali reazioni o dibattiti ti capita di accendere tra i tuoi lettori?

Penso semplicemente che molti dei problemi che domani saranno problemi di tutti noi siano già evidenti oggi. Sono talmente evidenti, però, che spesso la gente preferisce non guardarli.

Quello che mi colpisce è soprattutto il modo diverso in cui raccontiamo la stessa realtà. Prendiamo la cronaca: quando un femminicida è italiano, spesso ne conosciamo il nome, vediamo la fotografia, leggiamo la sua storia, magari vengono intervistati anche i genitori. Quando invece il responsabile è straniero, sui giornali diventa semplicemente “un uomo”.

Lo stesso meccanismo si verifica quando una madre uccide i propri figli: se è italiana, la cronaca racconta il nome, la vita, persino mostra fotografie; se è straniera, diventa semplicemente “una donna”. Per me questo non è un “segnale” da prevedere: è già una realtà davanti ai nostri occhi e credo che il problema sia proprio questo: abbiamo sviluppato una capacità straordinaria di vedere soltanto ciò che vogliamo vedere.

Lo stesso discorso vale per la libertà di espressione. Mi preoccupa una società nella quale esprimere online un’opinione può trasformarsi in un problema, mentre alcune vicende estremamente gravi vengono evitate o raccontate con estrema cautela.

Penso, per esempio, allo scandalo degli abusi di Rotherham nel Regno Unito: una vicenda che ha sollevato interrogativi enormi su come istituzioni e società abbiano affrontato un problema così grave. La regola d’oro è stata: NASCONDERE. Penso anche a episodi che sembrano quasi impossibili da ignorare, come quando la provocazione contro la religione arriva a forme estreme, per esempio utilizzando la sofferenza o la morte di animali messi in croce per ridicolizzare Gesù. Anche in questi casi vedo persone impegnarsi più a negare che il problema esista che a chiedersi cosa fare per risolverlo. Quindi non so se quello che faccio sia davvero una “profezia sociale”. Forse è qualcosa di molto più semplice: guardare nella direzione in cui gli altri non vogliono guardare e poi raccontare quello che vedo, anche quando è scomodo.

TDM: Mentre continui a condividere su Facebook frammenti del tuo percorso, le tue fotografie e i tuoi pensieri continuano a essere un ponte verso chi cerca un punto di vista fuori dal coro. Quali saranno le prossime tappe dei tuoi viaggi e quale nuova indagine o storia senti l’urgenza di raccontare nei tuoi prossimi progetti?

Ti confesso che mi sono innamorato. È nata questa storia, è nato questo progetto e poi, quasi senza che me ne accorgessi, ha preso una piega inaspettata quanto potente. In ogni istante della giornata, prima di addormentarmi e appena mi sveglio, ho sempre e solo in mente “il Mago”. È diventato qualcosa che va oltre il semplice personaggio: ormai è un mondo nel quale continuo a entrare e dal quale faccio fatica a uscire.

Quindi sì, se devo guardare al futuro, probabilmente lo vedo attraverso la sua sfera di energia magica. Parallelamente continuerò a lavorare anche su libri più scomodi, legati alla situazione attuale, come quello che sto scrivendo su una “pericolosa uominicida”. Ma nel futuro, almeno in questo momento, vedo soprattutto: un Mago, un terribile Mago Nero e tutto quello che succederà intorno a lui.

Forse la cosa più bella è proprio questa: quando una storia nasce e poi comincia a sorprenderti, significa che non sei più soltanto tu a raccontarla. In qualche modo, è lei che comincia a raccontare te.

La cosa più strana è che io, in realtà, non sto scrivendo niente. È il Mago che mi fa raccontare le sue storie. Io sono soltanto quello che le ascolta e le mette sulla carta.


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Redazione The Digital Moon

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