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Intervista a Federica: Salute mentale nell’era dell’AI

Intervista a Federica: Salute mentale nell’era dell’AI


Sei una psicologa psicoterapeuta che ha scelto di fare divulgazione sia offline sia online attraverso i social e le piattaforme di streaming. Come nasce l’esigenza di portare la psicologia della salute nel contesto digitale e quali sono le sfide principali nel comunicare il benessere mentale sul web?

L’esigenza di portare la psicologia nel digitale, nel mio caso, è nata in modo del tutto spontaneo: da nativa digitale per me è stato naturale usare il web prima per condividere la mia passione da studentessa e poi, una volta abilitata, per raccontare la mia professione. All’inizio eravamo pochissimi pionieri, spesso guardati storto da un ambiente professionale molto rigido, e facevo pura divulgazione; col tempo, ed è giusto essere onesti, a questo si è affiancato anche un obiettivo di personal marketing per farmi conoscere. 

Oggi lo scenario è completamente ribaltato e la sfida principale è proprio il sovraffollamento: c’è un’infodemia assurda sulla salute mentale e chiunque si sente in diritto di parlarne, spesso senza competenze o basi scientifiche. Per questo il mio focus si è spostato dalla curiosità iniziale a un vero e proprio lavoro di sensibilizzazione e debunking, per smontare le tante banalizzazioni che girano sui social e si diffondono anche offline. Anche se oggi l’impatto non è più quello degli inizi a causa della saturazione dei contenuti, sono felice della mia community su Instagram e Twitch, dove posso portare avanti un’idea di salute di cui si parla ancora troppo poco: il concetto che la psicologia non serva solo quando si sta male per aggiustare qualcosa che si è rotto, ma nasca soprattutto per fare prevenzione, promuovere il benessere e imparare a stare bene.


Tra i tuoi ambiti di ricerca approfondisci l’impatto della content creation sulla salute mentale e l’evoluzione delle community. Dal tuo punto di vista clinico, quali sono i rischi e le opportunità psicologiche più significativi per chi sceglie di esporsi e creare contenuti online oggi?

La content creation si muove oggi su un crinale sottile tra dinamiche fortemente logoranti e straordinarie risorse psicologiche. Tra i rischi più significativi spiccano senza dubbio il workaholism e la digital fatigue, alimentati da un ecosistema digitale che normalizza l’iperattività, la reperibilità e l’esposizione costante. L’algoritmo non si ferma mai e questo azzera i confini tra vita privata e professionale, generando una pressione della performance che, a lungo andare, svuota il creator e lo trascina dritto verso il burnout. D’altra parte, però, questa professione offre opportunità uniche e potenti risorse salutogeniche: la totale flessibilità e l’indipendenza dell’essere capi di se stessi generano un forte senso di autonomia, mentre la natura intrinsecamente stimolante della creatività permette una profonda espressione e gratificazione del sé. Inoltre, la community non è solo fonte di stress, ma può trasformarsi in uno spazio di confronto arricchente, riscontro diretto e senso di appartenenza. La vera sfida per chi si espone online oggi sta quindi nello sviluppare una consapevolezza solida e una costante autoriflessione, necessarie per mettere dei paletti e proteggere il proprio benessere, usando la libertà e il legame autentico con il proprio pubblico come scudo contro i ritmi tossici delle piattaforme.  


Un tema estremamente attuale e affascinante di cui ti occupi è la relazione tra esseri umani, intelligenza artificiale e companion robot. In che modo queste nuove forme di interazione tecnologica stanno ridefinendo il nostro bisogno di connessione e l’idea stessa di legame affettivo?

L’interazione con l’AI e i companion robot sta letteralmente riscrivendo le regole del gioco dei nostri bisogni affettivi: in pratica, queste tecnologie ci stanno abituando a una connessione senza attriti; le relazioni umane sono complicate, richiedono compromessi e ci espongono al rischio del rifiuto, mentre un’AI è lo specchio perfetto, sempre disponibile, totalmente focalizzato su di noi e privo di qualsiasi pretesa. Questo rischia di impigrirci emotivamente, facendoci preferire la gratificazione immediata e “sicura” di un software alla complessità disordinata di un legame reale. Un trend attuale che mi preoccupa non poco è il fatto che moltissime persone oggi usino i chatbot di AI al posto della psicoterapia, magari per sfogarsi o cercare risposte a disagi profondi. Ma un’AI non ha una mente, non ha un corpo, non ha un’etica e simula un calore umano che non esiste. La psicoterapia si basa sulla relazione e sull’alleanza terapeutica tra due esseri umani, un processo vivo che nessun algoritmo potrà mai replicare; usarla come surrogato significa solo cercare una pillola magica digitale che anestetizza il problema senza risolverlo. 

Detto questo, non dobbiamo neanche demonizzare la tecnologia, perché se guardiamo ai companion robot l’impatto può essere straordinario, specialmente nel contesto dell’invecchiamento e della solitudine geriatrica. Penso a robot antropomorfi o zoomorfi usati con gli anziani, anche affetti da demenza: in questi casi l’automa non sostituisce l’affetto umano, ma attiva risorse pazzesche. Stimola il canale sensoriale e tattile, risveglia l’istinto di accudimento, riduce l’agitazione e l’ansia tipiche di certe patologie e abbassa i livelli di cortisolo. Per un anziano isolato, quel robot diventa un mediatore emotivo, un “ammortizzatore” contro il silenzio della solitudine cronica che può persino riattivare la voglia di comunicare con i caregiver o i familiari. La vera sfida per il futuro è proprio questa: evitare che l’AI diventi un guscio in cui i giovani si isolano per fuggire dal mondo reale, e valorizzarla invece dove può davvero supportare la fragilità, rimanendo un ponte verso l’umanità e mai un sostituto.


Oltre all’attività clinica, collabori a progetti internazionali di europrogettazione dedicati a inclusione sociale, salute e partecipazione giovanile. Quali sono le priorità e i bisogni più urgenti che riscontri nelle nuove generazioni quando si parla di benessere psicologico?

Quando lavoro a livello internazionale sui progetti europei, mi rendo conto che, al di là delle differenze geografiche o culturali, esiste un bisogno transculturale assoluto e universale tra i giovani: quello di essere ascoltati. Le nuove generazioni oggi sono profondamente spaventate e arrabbiate e lasciatemi dire che hanno tutti i motivi per esserlo, visto il mondo precario e complesso che le generazioni precedenti hanno lasciato loro in eredità.

Una delle priorità più urgenti che riscontro sul campo è la lotta contro gli stereotipi, che purtroppo i ragazzi finiscono per interiorizzare. Nei progetti dedicati all’inclusione sociale, ad esempio, mi capita spesso di lavorare con ragazzi immigrati di seconda generazione: su di loro pesa come un macigno il pregiudizio sociale che sembra aver già segnato la loro strada verso l’abbandono scolastico o la criminalità. Questo crea una gabbia psicologica che spegne sul nascere qualsiasi prospettiva differente di futuro.

L’obiettivo urgente di questi progetti di europrogettazione non è quindi solo assistenziale, ma anche strutturale: dobbiamo dare a questi ragazzi gli strumenti psicologici, sociali e pratici affinché possano scardinare questi binari già scritti. La vera priorità per il benessere psicologico dei giovani oggi è creare spazi sicuri in cui il loro potenziale possa sbocciare e in cui i loro sogni siano legittimati, lavorando per lasciare loro un mondo decisamente migliore di quello attuale.


Sostieni che il futuro della salute mentale passi dall’intersezione tra clinica e innovazione. Guardando alle sfide del mondo contemporaneo, come immagini l’evoluzione della psicoterapia nei prossimi anni e in che modo la tecnologia potrà supportare i professionisti nel rispondere a questi cambiamenti?

Se guardo al futuro della psicoterapia, ammetto di avere una visione in parte pessimista, ma non a causa dell’Intelligenza Artificiale, quanto per la deriva che sta prendendo il mercato della salute mentale online. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di piattaforme digitali che hanno trasformato la psicologia in un business spietato, un prodotto commerciale usa-e-getta che ricorda dinamiche da fast food o, peggio, da dating app della salute mentale. Spesso queste realtà si nascondono dietro lo slogan della “terapia accessibile a tutti”, ma la verità è che tantissimi di noi lavoravano già online con etica e professionalità ben prima del loro arrivo. Queste piattaforme, a mio parere, non nascono per rispondere a un reale bisogno di salute degli utenti, ma piuttosto per speculare sulla disperazione di migliaia di giovani colleghi immersi in un mercato saturo, disposti ad accettare condizioni economiche e cliniche svilenti pur di lavorare. 

Se proviamo a tralasciare questa deriva commerciale e guardiamo al potenziale virtuoso dell’innovazione, la tecnologia può diventare un alleato straordinario per la clinica. Immagino un’evoluzione in cui gli strumenti digitali integrano e potenziano la terapia tradizionale senza mai svalutarla. Penso all’uso della Realtà Virtuale (VR) in studio come palestra emotiva per trattare fobie o ansia sociale in un ambiente controllato; penso a diari digitali intelligenti, magari supportati dall’AI, interconnessi con il terapeuta che può monitorare i feedback e l’andamento del paziente tra una seduta e l’altra; o ancora, ad app ad hoc pensate per la prevenzione e la promozione di stili di vita salutari, che intercettino un disagio prima che si cronicizzi. La tecnologia del futuro sarà uno strumento davvero utile, a patto che rimanga un mezzo per amplificare l’efficacia clinica e non un fine per fare profitto sulla pelle di pazienti e professionisti. Il cuore della terapia resterà sempre la relazione umana e la tecnologia deve solo aiutarci a proteggerla e a farla funzionare meglio.

Federica Casula


Intervista a Federica: Salute mentale nell’era dell’AI

Redazione The Digital Moon

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