Il gioco nell’attività motoria deve avere senso
Il gioco nell’attività motoria deve avere senso
Premessa
Dal mio lavoro sul campo con bambini di diverse età (3-4, 6-8, 8-12 anni), ho osservato come l’attività motoria venga spesso trattata in modo superficiale, scollegata da reali obiettivi di sviluppo. Per non parlare delle azioni endocrine della fascia adolescenziale, che si interrompono con lo sviluppo fisico.
Il contesto scolastico
Molte attività proposte a scuola, seppur divertenti, non sviluppano coordinazione, resistenza e controllo motorio. Giochi come “acchiapparella” o “campana” hanno un valore ludico, ma un impatto motorio minimo, soprattutto se ripetuti nel tempo senza varianti o progressioni. Sono attività che non hanno alcuna utilità per lo sviluppo coordinativo e fisico.
È vero che il gioco ha un’importanza fondamentale, non solo per lo sviluppo della motivazione e del coinvolgimento emotivo, ma dovrebbe avere anche un retroscena tecnico con obiettivi di sviluppo motorio.
Altrimenti, tutto ciò rischia di essere inutile: giochi come “Lupo mangia frutta”, rincorrere una palla o il gioco della campana hanno un tempo di adattamento molto breve, cioè i bambini si abituano presto. Il divertimento c’è, ma il feedback biologico (biofeedback) è abbastanza basso.
Nei centri sportivi
Nei centri sportivi, i genitori spesso interferiscono con il processo educativo. Vogliono risultati, non percorsi.
Hanno paura della fatica dei loro figli, senza capire che l’adattamento passa attraverso piccoli sforzi costanti, non dal puro “gioco libero”.
Fondamentalmente, sia i centri sportivi che le attività motorie svolte a scuola vengono spesso fatte in modo del tutto inutile, senza obiettivi precisi.
Sono solo un modo per riempire le ore didattiche, e questa è una realtà evidente, anche se purtroppo voluta, visto che le famiglie si lamentano di tutto, più di ieri. Attaccano i docenti per i troppi compiti e lo studio eccessivo, figurarsi se si fa qualche attività fisica e motoria a scuola che non piace.
Questa è la situazione dalla scuola elementare fino alla media. Per quanto riguarda invece i centri sportivi, si apre un altro scenario.
Per le fasce più piccole, dai 3 ai 4 anni e dai 5 ai 6 anni, i genitori hanno molte obiezioni: “Si affaticano troppo”, “Il maestro non li fa giocare”, “Il maestro è troppo burbero”, e via con altre definizioni, fino ad arrivare all’antipatia o all’incomprensione delle motivazioni per cui un insegnante approccia i bambini con un certo modo, che altri potrebbero definire poco elastico, antipatico o burbero.
Il vero motivo per cui pubblico questo articolo, e forse attirerò antipatie, è che mi sono stancato di vedere persone che portano i figli a scuola o in centri sportivi e pretendono, in modo irrealistico, che il loro bambino diventi un futuro Cristiano Ronaldo, Muhammad Ali, Conor McGregor o un velocista di alto livello.
Il problema è che le persone sono così annebbiate, nel senso positivo del bene che vogliono ai loro figli, ma spesso in modo sbagliato: vogliono tutto e subito, senza mettere in conto un vero sacrificio, né da parte loro né dei loro figli.
Quando vedono il bambino piangere o soffrire durante un ciclo di attività, fanno di tutto per toglierlo, senza capire che questa azione può danneggiare la crescita fisica e psicologica del bambino.
Non mi proclamo genitore, ovviamente, ma credo che il sacrificio di crescere un bambino, di portarlo a scuola e di affrontare anche difficoltà e sacrifici, sia un valore fondamentale.
Purtroppo, sembriamo essere una generazione che non poteva fare figli, troppo annebbiata dai social, dalla televisione e dai personaggi pubblici senza valore, che hanno credibilità solo grazie agli influencer e alle figure famose di oggi.
La mia proposta di attività:
Percorsi motori con resistenze leggere (polistirolo, plastica), esercizi a corpo libero, movimenti a quattro zampe sono più efficaci anche in età prescolare. Questi stimolano davvero lo sviluppo fisico e mentale del bambino, abituandolo al movimento in modo naturale e progressivo.
Cosa fare?
Innanzitutto, la questione è che, per educare le giovani generazioni, bisogna partire dal creare una popolazione che faccia da guida a queste.
E come farlo? Rieducando le giovani coppie, nonni, nonne, zii e zie, tutti, perché è il contesto che deve cambiare, poiché influenza le giovani generazioni e i bambini.
Per farlo, bisogna rieducare gli adulti al sacrificio e alle abitudini sane, che si tratti di esercizio fisico, condotta morale, educazione civica, alimentare e anche finanziaria.
Come farlo? Facendo emergere un influencer guida che consenta di indirizzare verso questa direzione.
Non si tratta di avere un influencer che faccia video di condotta ecc., ma di una collaborazione tra programmi televisivi e social, che induca e piloti verso una certa tipologia di scelte, visto che i social sono la nuova televisione.
È importante quindi promuovere e indirizzare le persone verso uno stile di vita e di educazione che favorisca il benessere e lo sviluppo equilibrato dei giovani.
Conclusione:
Non si tratta di essere rigidi o “burberi”, ma di avere una visione chiara e formativa.
Educatori e tecnici non devono cercare di compiacere sempre i genitori, ma devono anche educarli, aiutandoli a capire che la crescita passa per la fatica, l’impegno, e non solo per il sorriso immediato.
Il gioco nell’attività motoria deve avere senso
Daniele
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