Ciò che ti illumina non è mai casuale
Ciò che ti illumina non è mai casuale
Non sempre la felicità fa rumore.
A volte è una tazza di caffè, una canzone, un panorama, imparare a notarla è il primo atto di consapevolezza.
Viviamo aspettando la grande svolta, il lavoro che ci realizza una volta per tutte, il viaggio che ci cambia per sempre, la persona che finalmente ci fa sentire a posto, e mentre aspettiamo quel momento enorme, straordinario, ci perdiamo una miriade di piccoli momenti che, in silenzio, ci stavano già tenendo in vita.
La frase che ho incontrato oggi diceva: “Ciò che ti riempie di vita non è mai casuale: presta attenzione a cosa ti illumina.”
Mi sono fermata a lungo su questa frase, perché se è vero che nulla che ci svuota è casuale, è ancora più vero il contrario: ciò che ci accende è un messaggio. È una bussola. Non è un caso che ami quella luce del pomeriggio, quella musica, quella passeggiata, quel tipo di conversazione, è la tua anima che ti sta dicendo: “Ecco, questa è la tua strada di casa”.
Oggi voglio parlarti di questo. Di come ritrovare ciò che ti illumina quando ti sei un po’ persa.
La domanda che non ci facciamo mai: cosa mi ha reso felice oggi, davvero?
Quando è stata l’ultima volta che ti sei fatta questa domanda? Non “com’è andata la giornata?”, non “cosa hai fatto?”; Ma: “cosa mi ha reso felice oggi, anche solo per un attimo?”
Spesso la risposta è imbarazzante per quanto è semplice: Il profumo del pane, il sole sulla pelle mentre stendi i panni, un messaggio vocale di un’amica, cinque minuti di silenzio in macchina prima di entrare a casa, un pisolino di venti minuti, sai perché non ce lo chiediamo perché non siamo allenati a farlo.
Dal punto di vista psicologico, il nostro cervello ha un bias, una preferenza innata, per il negativo. Si chiama negativity bias ed è un meccanismo di sopravvivenza antichissimo: per non morire, era più utile ricordare dove c’era il pericolo che dove c’era una bacca dolce. Il problema è che oggi non dobbiamo più scappare dai predatori, ma il cervello continua a funzionare così. Registra prima le mancanze, le minacce, le cose da sistemare, le mail non risposte, e se lo lasciamo in automatico, alla fine della giornata la storia che ci raccontiamo è: “è stata una giornata pesante, manca sempre qualcosa”.
Allenare lo sguardo opposto non è fare finta di essere felici, non è positività tossica, è una pratica di igiene mentale e spirituale, è dire al cervello: “Ehi, guarda anche qui. Guarda anche cosa ha funzionato.”
La psicologia positiva lo chiama savouring, l’arte di assaporare. E la spiritualità lo ha sempre saputo: dove metti attenzione, metti energia. Chiedersi ogni sera “cosa mi ha illuminato oggi?” è il modo più semplice per riprogrammare il tuo sguardo sulla vita.
Quando gli equilibri si disallineano, perdiamo la capacità di vedere la luce
Quando gli equilibri si disallineano e succede a tutti, succede periodicamente, la prima cosa che perdiamo non è la gioia in sé, è la capacità di vederla, non è che le piccole luci smettono di esistere, ci sono ancora, c’è ancora il caffè caldo, c’è ancora la canzone, c’è ancora il tramonto; ma tu sei spenta dentro. E quando sei spenta dentro, fuori tutto ti sembra grigio.
È come guardare il cielo attraverso una finestra sporca. Il cielo è sempre lì, luminoso, vasto., ma tu vedi solo le macchie sul vetro: i pensieri che girano, le preoccupazioni, la lista infinita delle cose da fare, il senso di colpa per non fare abbastanza.
In psicologia lo chiamiamo restringimento attentivo da stress: quando il sistema nervoso è in sovraccarico, l’attenzione si restringe sul problema, perde la periferia, perde la bellezza. Non è un difetto, è una risposta allo stressa. E dal punto di vista spirituale, è lo stesso: quando sei disallineata dalla tua anima, ti disallinei anche dalla vita. Non senti più cosa ti nutre e cosa ti svuota, fai tutto in automatico, per dovere. Ecco perché la perdita di gioia non è il problema, è il sintomo, è il campanello più gentile che la tua psiche ha per dirti: “Ehi, ti sei allontanata da te! Torna, ho bisogno che tu torni a prestarmi attenzione”. Non dobbiamo aggiungere altro da fare per stare meglio. Dobbiamo fermarci e pulire il vetro.
La pratica della curiosità consapevole: come tornare a nutrire ciò che ti nutre
Come si torna a vedere la luce? Non cercando di essere più felici a tutti i costi, ma diventando più curiosi. La curiosità è l’antidoto alla rassegnazione, è la forma più alta di spiritualità, secondo me, perché la persona curiosa non giudica, osserva, non pretende, si meraviglia.
Ti lascio tre pratiche che fanno parte della mia quotidianità e che condivido sempre nei percorsi di Consapevolezza. Sono piccole, ma se le fai con costanza cambiano lo sguardo.
Il diario delle 3 luci
Ogni sera, prima di dormire, prendi un quaderno e scrivi tre cose che oggi ti hanno dato anche solo un piccolo bagliore. Una frase per ciascuna, non devono essere cose eclatanti, anzi, meglio se sono minuscole: “la luce arancione in cucina alle 18”, “l’abbraccio di mia figlia o figlio o di chi ami”, “il profumo del bagnoschiuma”. Dopo sette giorni, rileggi tutto, vedrai un disegno emergere. Un filo rosso, quel filo non è casuale, quel filo sei tu, la tua essenza che ti sta indicando cosa ti fa stare bene davvero.
La pausa dei 2 minuti alla finestra.
Metti un timer, due minuti, senza telefono, vai alla finestra e guarda fuori, senza scopo. Cosa vedi? Dove va la luce? Che suoni senti? Che temperatura fa l’aria? È una meditazione che non sembra una meditazione, ma riporta il sistema nervoso nel presente. La crescita personale non è sempre fare di più, spesso è fare meno ma con più presenza.
La domanda filtro: mi riempie o mi svuota?
Questa è la più potente. Durante la giornata, almeno tre volte, fermati e chiediti con totale onestà: “Quello che sto facendo, pensando, dicendo in questo momento, mi sta riempiendo o mi sta svuotando?”.
Non serve cambiare subito tutto ciò che ti svuota, a volte dobbiamo fare anche cose che ci svuotano. Ma notarlo è già un atto di consapevolezza che cambia tutto, perché smetti di vivere in automatico e inizi a scegliere. E la psicologia dell’autodeterminazione ci dice proprio questo: il benessere non arriva da quanto fai, ma da quanto senti che ciò che fai è allineato ai tuoi valori più profondi.
Non devi cambiare vita, devi solo cambiare sguardo
Siamo cresciute con l’idea che per essere felici dobbiamo cambiare tutto: cambiare città, cambiare lavoro, cambiare relazione, cambiare noi stessi. Ma la verità che ho incontrato nel mio percorso, è un’altra, più dolce e più vera, non devi cambiare vita, devi solo cambiare sguardo sulla vita che già hai, ciò che ti illumina è già qui, è nelle cose semplici che hai smesso di guardare perché le hai date per scontate, è nella tua quotidianità, non in una vita ideale che non arriva mai.
Prestarvi attenzione non è un esercizio da guru illuminato, è un atto di amore quotidiano verso te stessa, è dire: “Io conto. Ciò che mi fa stare bene conta. E lo scelgo”.
Quindi oggi, non domani, ti chiedo di fermarti un attimo, appena finisci di leggere questo articolo, chiudi gli occhi, fai un respiro, e chiediti: cosa, oggi, mi ha illuminato anche solo per un secondo? Non importa quanto piccolo, nutrilo, seguilo, dagli più spazio domani.
Perché ciò che ti riempie di vita non è mai casuale, è la tua bussola interiore che ti sta riportando a casa, e casa non è un luogo, è uno stato di allineamento.
Non cercare una vita straordinaria, impara a vedere lo straordinario nella vita che già hai, è lì che abita la tua luce.”
Ciò che ti illumina non è mai casuale
Shelly
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