Intervista a Niko Gargiulo: E il suo approccio cinematografico
Intervista a Niko Gargiulo: E il suo approccio cinematografico
Come nasce il tuo approccio cinematografico su YouTube e in che modo ha influenzato il tuo modo di raccontare storie?
Il mio approccio “cinemello” (come mi piace dire) nasce da un’esigenza molto semplice: non volevo limitarmi a pubblicare contenuti, volevo far vivere un’esperienza. YouTube, per molti anni, è stato visto come un luogo in cui bastava comunicare qualcosa. Io invece ho sempre sentito il bisogno di costruire un’atmosfera, un ritmo, un’immagine che restasse addosso.
Ho iniziato a guardare la piattaforma non come un contenitore di video, ma come uno spazio in cui il linguaggio del cinema poteva incontrare la velocità del digitale. Questo ha cambiato completamente il mio modo di raccontare. Non penso mai solo a cosa dire, penso a come farlo sentire. Un’inquadratura, un silenzio, una musica, una pausa nel voice over possono dire molto più di una frase perfetta. Alla fine il mio obiettivo è questo: prendere la profondità del cinema e portarla dentro l’immediatezza di YouTube, senza perdere autenticità.
Nei tuoi contenuti parli spesso di scelte e identità: quanto c’è di personale e quanto di costruito nella tua narrazione?
C’è moltissimo di personale, ma c’è anche una costruzione narrativa consapevole. Credo che questa sia la differenza tra esporsi e raccontarsi davvero. Non basta mettere sé stessi davanti a una camera per essere autentici. L’autenticità non è il caos totale. È scegliere con precisione quale parte di te mettere in scena per arrivare in modo più chiaro agli altri.
Nei miei contenuti parto quasi sempre da qualcosa che ho vissuto, sentito o attraversato davvero. Però poi quel materiale emotivo va trasformato in racconto. Quindi sì, c’è una regia, c’è una scrittura, c’è una visione. Ma non per falsare quello che provo. Al contrario, per renderlo più leggibile, più universale. In fondo io non racconto mai solo me stesso. Uso la mia esperienza come una porta per far entrare dentro anche quella degli altri.
Cosa significa oggi creare contenuti che abbiano davvero un impatto, oltre alle visualizzazioni?
Oggi avere impatto significa riuscire a restare nella testa o nello stomaco di qualcuno anche dopo che il video è finito. Le visualizzazioni sono un dato, l’impatto è una conseguenza emotiva, culturale, a volte persino esistenziale.
Un contenuto ha davvero valore quando non si limita a essere consumato, ma genera una reazione. Quando ti costringe a fermarti, a riflettere, a rivedere qualcosa di te, oppure semplicemente a sentire che non sei solo in una certa emozione. Io credo molto in questa idea: i numeri misurano la portata, ma non sempre misurano la profondità.
Per me il digital storytelling funziona davvero quando non chiede soltanto attenzione, ma lascia una traccia. Anche piccola. Anche invisibile. Però reale.
Nel tuo percorso hai collaborato con realtà importanti: come si mantiene autenticità lavorando con brand e istituzioni?
L’autenticità si mantiene ricordandosi che una collaborazione non deve mai essere un travestimento. Deve essere una traduzione. Io non credo nel prendere il linguaggio di un brand e ripeterlo in modo pulito. Credo nel filtrarlo attraverso una visione autoriale riconoscibile.
Quando lavoro con brand o istituzioni, la domanda che mi faccio è sempre la stessa: come posso raccontare questo messaggio senza smettere di essere io? Se il mio tono, il mio sguardo, il mio modo di costruire una storia spariscono, allora non sto creando valore, sto solo eseguendo. Paradossalmente, i progetti che funzionano meglio sono proprio quelli in cui c’è fiducia reciproca. Quando dall’altra parte capiscono che la mia autenticità non è un ostacolo, ma il motivo per cui mi hanno scelto. È lì che nasce una collaborazione credibile, e quindi anche più efficace.
Qual è l’errore più comune che vedi nei creator emergenti e cosa consigli a chi vuole distinguersi davvero?
L’errore più comune che vedo è pensare che per emergere basti imitare ciò che sta già funzionando. È una tentazione comprensibile, perché oggi siamo circondati da format, trend e linguaggi che sembrano offrire una scorciatoia. Ma il problema è che, se rincorri solo ciò che funziona, rischi di diventare bravo a esistere nell’algoritmo e invisibile nella memoria delle persone.
Io ho aperto il mio canale nel 2010, in un pomeriggio di puro cazzeggio con i miei amici. Se loro non mi avessero appoggiato, probabilmente non avrei mai iniziato da solo e oggi la mia vita sarebbe completamente diversa. Questo per me è importante dirlo, perché ricorda una cosa fondamentale: spesso i percorsi più veri non nascono da un calcolo perfetto, ma da un’intuizione, da un’energia spontanea, da qualcosa che fai prima ancora di sapere che un giorno potrà diventare un lavoro. Negli anni poi ho avuto la possibilità di lavorare dentro un noto portale educational, e quell’esperienza mi ha insegnato tantissimo. Non solo sul fare contenuti o sulla gestione social, ma anche sulle dinamiche interne della creator economy, su come si muove il settore, su cosa distingue chi costruisce davvero qualcosa da chi invece rincorre solo il momento.
Oggi sono responsabile social, autore e content creator, e credo che continuerò a esserlo ancora a lungo, magari con meno costanza, forse in modo più marginale, ma sempre presente. Perché questa, prima di essere una professione, è una passione che mi porto dietro da quando non veniva nemmeno considerata un lavoro vero. Il consiglio che darei a chi vuole distinguersi davvero è questo: non partire dalla domanda “come faccio a piacere?”, ma dalla domanda “cosa voglio lasciare?” Perché quando cerchi solo approvazione, ti adatti. Quando invece cerchi un segno da lasciare, inizi a costruire una voce. E alla lunga è quella voce che fa la differenza.
Intervista a Niko Gargiulo: E il suo approccio cinematografico
Redazione The Digital Moon
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