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Intervista a Luca Fiocca: L’architetto della seduzione

Intervista a Luca Fiocca: L’architetto della seduzione


Architetto, scrittore, autore e figura mediatica riconosciuta come “L’Architetto della Seduzione” e “Casanova 2.0”, vanti una presenza eclettica che spazia dai servizi su Il Sole 24 Ore e RaiNews fino alla copertina su Éclair Magazine. Da dove nasce questa tua capacità di coniugare il rigore dell’architettura alla cultura dello stile e qual è stato il momento esatto in cui hai capito che il tuo gusto personale avrebbe dato vita a un personaggio mediatico così visivamente e narrativamente potente?

Credo che architettura e seduzione abbiano molto più in comune di quanto possa sembrare. L’architettura mi ha insegnato il valore delle proporzioni, dell’equilibrio, del dettaglio e soprattutto che ciò che appare spontaneo spesso nasce da una precisa sensibilità estetica. Lo stesso accade nello stile e nelle relazioni umane. Non ricordo un momento esatto in cui abbia deciso di costruire un “personaggio”.

In realtà è successo il contrario: il personaggio è nato mentre io continuavo semplicemente a essere me stesso. Il modo di vestire, gli occhiali, la barba, i foulard, il linguaggio, l’ironia, il corteggiamento appartenevano già alla mia vita. A un certo punto sono stati gli altri, e poi i media, a riconoscere in questi elementi un’identità precisa. “L’Architetto della Seduzione” nasce proprio da questa sovrapposizione: progetto spazi da architetto, ma da sempre osservo anche gli spazi invisibili che si creano tra le persone. E forse la seduzione comincia esattamente lì.


Nel panorama dello stile, della televisione e del costume contemporaneo, grandi icone dell’eleganza maschile e del fascino d’altri tempi — pensiamo alla classe e alla presenza scenica di personaggi capaci di trasformare la propria immagine in un marchio inconfondibile di seduzione e cultura — hanno ampiamente dimostrato quanto l’impatto visivo sia la prima forma di comunicazione. Guardando ai tuoi segni distintivi, dagli occhiali importanti alla barba bianca fino ai foulard e ai gioielli, quanto senti vicina questa scuola del fascino italiano?

Mi sento molto vicino a quella scuola, ma non per nostalgia. L’eleganza autentica non appartiene a un’epoca: appartiene a un atteggiamento. Ho sempre pensato che un uomo comunichi molto prima di iniziare a parlare. Gli occhiali, la barba bianca, un foulard, un anello o un particolare apparentemente secondario diventano interessanti quando non sono travestimento, ma continuazione della personalità.

Nel mio caso non sono stati studiati a tavolino per creare un’immagine: sono diventati nel tempo una sorta di grammatica visiva. La grande tradizione italiana ci ha insegnato proprio questo: distinguersi senza dover gridare. Oggi, quando l’immagine viene consumata in pochi secondi sullo schermo di un telefono, essere immediatamente riconoscibili è ancora più importante. Ma c’è una condizione: dietro l’immagine deve esserci un uomo, altrimenti rimane soltanto una fotografia.


Dalle presenze su UnoMattina in famiglia su RaiPlay a Rai Radio 1, Sportitalia e i rotocalchi di costume come Novella 2000, la tua figura spazia con disinvoltura dall’approfondimento culturale all’intrattenimento leggero. In un panorama televisivo e digitale spesso omologato, in che modo riesci a mantenere il perfetto equilibrio tra ironia, cultura e quel tocco di provocazione anticonvenzionale che ti contraddistingue?

Probabilmente perché non considero ironia, cultura e provocazione tre mondi separati. La cultura senza ironia può diventare pesante; la provocazione senza cultura diventa rumore; l’ironia senza contenuto dura il tempo di una battuta. In televisione ho sempre cercato di portare la stessa persona che esiste fuori dallo studio.

Posso discutere seriamente di relazioni, architettura o costume e, trenta secondi dopo, prendermi in giro. Questo mi consente anche di affrontare temi come la seduzione senza trasformarli né in una lezione accademica né in una caricatura. Viviamo inoltre in un’epoca in cui moltissimi cercano di assomigliarsi. Io ho sempre preferito correre il rischio opposto: essere riconoscibile, anche a costo di non piacere a tutti. Credo che un personaggio pubblico senza una piccola dose di anticonformismo finisca inevitabilmente per diventare prevedibile.


Attraverso i tuoi scritti e le interviste su testate come L’Opinione, dove hai analizzato la “Seduzione 2.0 e come cambia l’attrazione nel XXI secolo”, affronti il tema delle relazioni con uno sguardo insieme colto e moderno. Quali sono, dal tuo osservatorio di “architetto delle relazioni”, gli elementi fondamentali che costruiscono oggi una vera attrazione emotiva e visiva in un mondo sempre più accelerato e digitale?

La tecnologia ha modificato gli strumenti dell’attrazione, non la natura umana. Possiamo incontrarci attraverso uno smartphone, scegliere una persona scorrendo delle immagini e iniziare una relazione con un messaggio, ma continuiamo ad avere bisogno delle stesse cose: curiosità, desiderio, immaginazione, attenzione. Il problema è che oggi abbiamo moltiplicato le possibilità e ridotto l’attesa.

E invece la seduzione vive anche nell’attesa. Nel non dire tutto, nel lasciare all’altro uno spazio da scoprire. L’attrazione visiva naturalmente conta, e sarebbe ipocrita negarlo. Ma dopo il primo impatto deve accadere qualcosa di più: bisogna avere una storia, una personalità, una voce, qualcosa che renda desiderabile un secondo incontro. Per questo considero fondamentale la curiosità. Sedurre non significa convincere qualcuno: significa suscitare nell’altro il desiderio di conoscerti ancora un po’.


Con un profilo ideale per spaziare dal cinema nei ruoli di carattere al ruolo di testimonial, fino al booking per grandi eventi e format televisivi dedicati al lifestyle, la tua presenza scenica si apre a nuovi palcoscenici. Quali sono i prossimi progetti speciali che stai preparando per lo schermo o per l’editoria e quale messaggio di stile e autenticità desideri lanciare a chi vuole fare della propria identità un’opera d’arte?

Sto vivendo una fase particolarmente interessante perché alcuni percorsi che fino a poco tempo fa sembravano distinti stanno iniziando a incontrarsi. C’è il cinema, con un progetto di cortometraggio nato da una mia sceneggiatura che sta entrando in una fase di confronto produttivo; c’è l’editoria, con nuovi lavori nei quali continuo a osservare con ironia e libertà il comportamento umano; e c’è una dimensione sempre più internazionale legata all’immagine, allo stile e alla possibilità di collaborare con realtà che condividano questa visione.

Non mi interessa però diventare qualcosa di diverso da ciò che sono per adattarmi a un nuovo palcoscenico. Semmai voglio portare ciò che sono su palcoscenici nuovi. Se dovessi lasciare un messaggio sarebbe questo: lo stile non consiste nell’indossare qualcosa che faccia voltare gli altri. Consiste nel diventare qualcuno che gli altri ricordano. E per riuscirci non bisogna costruirsi un personaggio artificiale. Bisogna avere il coraggio di rendere visibile la propria identità…

Luca Fiocca


Intervista a Luca Fiocca: L’architetto della seduzione

Redazione The Digital Moon

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