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Intervista a Nicola Maldini: Lo spirito di chi non si arrende mai

Intervista a Nicola Maldini: Lo spirito di chi non si arrende mai

TDM: Imprenditore nel mondo della notte e della ristorazione con una travolgente anima romagnola, a ventisei anni hai aperto il tuo primo bar sfidando le convenzioni della montagna tra pareti tropicali, arredi etnici e un cocktail di “sburonaggine, ignorantezza e patacchismo”. Da dove nasce questa tua vocazione viscerale per l’accoglienza e qual è stato il momento esatto in cui hai capito che creare locali non sarebbe stato un semplice lavoro, ma un modo di vivere?

Non l’ho mai programmato. Non ho mai pensato che questa sarebbe stata la mia direzione, il mio vento. A dire il vero, qualche segnale era arrivato prima, quasi senza che me ne accorgessi: organizzare eventi con gli amici, mettere insieme persone e situazioni, organizzare Capodanni, Ferragosti, serate. Sono sempre stato quello che proponeva, trascinava, guidava, metteva insieme i pezzi. E c’era una cosa che mi piaceva particolarmente: la sensazione che arriva quando una serata riesce bene. Ancora non sapevo dar loro un nome, ma erano già lì: alcune delle competenze trasversali che poi avrei sviluppato per vent’anni.

La domanda, a un certo punto, è diventata molto semplice: perché non provare a trasformare quella sensazione in un lavoro?

Il mio primo locale era una stanza vuota, all’inizio. Ci ho passato dentro giorni, immaginando cosa avrei voluto intorno a me: oggetti, colori, suoni, facce, atmosfera. Quando il quadro fu chiaro, su le maniche. E cominciiai. Sì, dipingendo le pareti. Poi è arrivata quell’inaugurazione. Una specie di battesimo del fuoco decisamente poco ortodosso: un locale nuovo, un DJ convintissimo con i suoi vinili, uno chef arrivato da Amman, una cucina fusion e, nel bel mezzo della serata, il vetro del forno che esplode.

Panico.

Eppure, invece di fermarsi tutto, è successo qualcosa di strano: abbiamo iniziato a ridere. Io, gli ospiti, le persone che lavoravano con me. Abbiamo gestito il problema, abbiamo continuato la serata e quello che sembrava un disastro è diventato quasi il momento più memorabile della serata. Probabilmente è lì che ho capito qualcosa. Da allora di imprevisti ne sono arrivati moltissimi. Ma l’approccio è rimasto quello: abbattersi e incrociare le braccia serve a poco. Pensare, agire e risolvere, anche quando il tempo è tuo nemico, fa la differenza tra gestire un imprevisto e farsi gestire dall’imprevisto.

Focalizzarsi sulla soluzione, mai sul problema. Papà — anzi, babbo — era un romagnolo doc, di Cesena, mare. Mamma era dell’Altopiano di Asiago, montagna. Due mondi, due visioni, due mentalità. Io, metà e metà: tra leggerezza e pragmatismo, tra solarità e rigore, tra sabbia e neve. Ospitalità e lavorare sodo. Ero già spacciato.

TDM: Nel panorama della grande ristorazione, dell’ospitalità e dell’arte del saper vivere, pionieri della spensieratezza e maestri dell’intrattenimento all’italiana hanno dimostrato che la gente non cerca solo un drink, ma un’emozione. Guardando alla tua filosofia del “Paura Zero”, quanto senti tua questa tradizione?

“Paura Zero” è un concetto estremizzato. Non avere paura è da sciocchi, così come averne costantemente. Per me significa non permettere alla paura di decidere al posto tuo. Trasformare una serata in un’esperienza dovrebbe essere lo scopo di chiunque lavori in questo settore. Quella che chiamiamo guest experience non dovrebbe essere soltanto un insieme di tecniche: dovrebbe diventare quasi un mantra.

C’è una frase che ripeto spesso a chi lavora con me: “Noi non salviamo vite. Gestiamo e apparecchiamo il tempo libero delle altre persone.” Le tecniche si imparano, ma quel mood deve essere già lì, dentro di noi. Essere ospitali è una forma mentis. È il piacere autentico dell’ospitare, che si traduce in un sorriso sincero e in un approccio mai puramente transazionale.

Perché se una persona arriva da te dopo una giornata di lavoro e viene accolta con un sorriso, accompagnata al tavolo, aiutata magari persino a scegliere cosa bere e cosa mangiare, si rilassa, fa due chiacchiere e per qualche ora riesce a staccare dalla propria vita e dai propri pensieri, allora hai fatto bene il tuo lavoro. E magari quella persona torna. Magari la volta dopo la riconosci. Magari nasce una confidenza. Magari diventa semplicemente “il posto dove vado perché lì sto bene”.

Quella è fidelizzazione, certo. Ma prima ancora è relazione. Per questo non credo che l’ospitalità debba ridursi a incasso, tecniche di vendita o standard di servizio. Tutte cose necessarie, naturalmente. Ma sotto deve esserci una vocazione. People serving people, exceptionally well. Persone che fanno stare bene altre persone. Poi qualcuno, magari, sceglie anche di farne un lavoro.

TDM: Nel tuo esilarante racconto dell’inaugurazione evochi una scena degna di un film: tra un DJ in vinile molto convinto, lo Chef Shanti di Amman con la sua cucina fusion e il botto improvviso del vetro del forno esploso in diretta, il panico si è trasformato in una standing ovation grazie a una risata liberatoria. In che modo l’autoironia e la prontezza di spirito ti hanno salvato la vita in quella notte e in tutte le avventure successive?

Praticamente sempre. E da sempre. L’ironia e soprattutto l’autoironia sono armi di difesa. Servono a restare sani di mente e, qualche volta, a trovare un risvolto positivo proprio quando tutto sembra andare nella direzione opposta. È una filosofia di luce nel buio: prendere le cose seriamente, ma non sempre troppo sul serio.

La prontezza di spirito, invece, è lo scudo. È lucidità, è pragmatismo, è la capacità di capire rapidamente cosa sta succedendo e decidere cosa fare. Mi ha salvato da imprevisti sul lavoro e mi ha insegnato a improvvisare nelle situazioni difficili. Ma soprattutto mi ha insegnato a non farmi travolgere dalle difficoltà. A volte, in fondo, funziona anche nella vita come in servizio: inciampi, cerchi di non cadere e, possibilmente, cerchi di non far cadere anche quello che hai intorno. Perché un problema, soprattutto quando lavori con altre persone, raramente riguarda soltanto te.

TDM: In difesa hai “solo” un cognome importante come Maldini — senza aver mai giocato a calcio —, ma sul campo dell’imprenditoria hai sempre attaccato a testa alta, dalle cinque notti passate a dipingere pareti fino alle pulizie a notte fonda a locale sfitto. Quanto conta il lavoro sporco, la fatica vera e il rigore dietro le quinte per fare in modo che davanti al banco tutto sembri una festa fluida e “Paura Zero”?

Bisogna mettersi nell’ordine di ideas che avere un’attività di somministrazione significa fare impresa. È un’azienda a tutti gli effetti, con una particolarità: si va in scena molto più spesso di quanto sembri. Il motore deve essere rodato. Ogni componente deve funzionare, ogni persona deve conoscere il proprio ruolo e capire quanto il proprio lavoro contribuisca al risultato finale.

Io ho sempre imparato tutto quello che potevo da ogni incarico, da ogni ambiente, da ogni sistema di lavoro. Assimilando il giusto e lasciandomi alle spalle lo sbagliato. Solo oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto che ogni esperienza mi stava preparando automaticamente alla sfida successiva. La fatica è parte del gioco. Puoi improvvisare quando qualcosa non va come avevi pianificato, ma l’esperienza ti insegna anche a riconoscere in anticipo quante cose potrebbero andare storte.

E quindi prepararti, organizzare, formare, ridurre il margine di errore. Ma qui arriva la parte che per me è più interessante: People First. Lavoriamo con le persone, tra le persone. E le persone sono fallibili. Non saremo mai tutti i giorni la versione migliore di noi stessi. Sarebbe un’utopia. Può capitare anche al professionista più preparato di avere una giornata storta, una svista, un momento di defaillance. E questa, secondo me, è una delle vere difficoltà del nostro mestiere: gestire la componente umana.

A volte è stato più facile pulire un bagno alle tre di mattina che mantenere sorriso, empatia e standing per otto, nove, dieci ore di servizio, in locali ad alta affluenza. E vale anche per l’ospite. Anche il cliente è una persona, e può arrivare da noi completamente diverso a seconda della giornata che ha avuto o del frangente di vita che sta attraversando. Il nostro compito è accoglierlo, servirlo e gestirlo rispettando gli standard, ma senza dimenticare che dall’altra parte c’è sempre e comunque un altro essere umano. La vera incognita dell’hospitality sono proprio le persone. E forse è anche la parte più bella.

TDM: Dopo aver “battezzato la nave” con quel primo memorabile macello e aver sfornato drink a ritmo di fabbrica tra applausi, imprecazioni d’affetto e clienti appagati, la tua rotta nell’accoglienza è proseguita con molte altre storie da raccontare. Quali sono le prossime sfide o i nuovi progetti che desideri inaugurare e quale consiglio ti senti di dare a un giovane ventiseienne che oggi sogna di aprire le porte del suo primo locale?

Il primo consiglio sarebbe semplice: non sottovalutare questo tipo di imprenditoria. È un settore splendido, pieno di sfide, ma anche di burocrazia, responsabilità e mille aspetti che spesso non si vedono da fuori.

È un lavoro con orari completamente invertiti rispetto alla normalità: lavori quando gli altri si divertono e, se non fai attenzione, rischi perfino di isolarti socialmente. Ma in cambio ti regala una quantità enorme di competenze. Il mio consiglio è quello che ho cercato di applicare per tutta la mia carriera:

Impara ancora.

Studia. Sviluppa il tuo potenziale. Nota i dettagli. Fai domande. Comunica. Aggiornati. Rimani curioso. Guarda, ascolta, gusta, annusa, tocca, crea e ama quello che fai. E, mentre fai tutto questo, cerca sempre di sorridere. Se dovessi riassumere in poche parole quello che ho imparato in vent’anni, parlerei di sensibilità e ascolto, problem solving, attenzione ai dettagli, generosità e resilienza. Ma soprattutto della capacità di tenere insieme tutte queste cose quando davanti a te hai persone, situazioni e giornate che non sono mai uguali.

Non cercate l’autorità attraverso un titolo. Cercate l’autorevolezza attraverso quello che fate. Il rispetto, la stima e la fiducia non si pretendono: si costruiscono sul campo, attraverso empatia, accoglienza, cordialità e professionalità. Per quanto riguarda me, sento di avere ancora una strada davanti. Vorrei portare la mia esperienza a un livello superiore, confrontarmi con realtà internazionali più strutturate e continuare a crescere accanto a professionisti capaci di insegnarmi qualcosa che ancora non so. Dopo vent’anni di hospitality, sono ancora uno che pensa di non avere mai la valigia abbastanza piena.

Forse è proprio questo che continua a spingermi. A un ragazzo di ventisei anni direi quindi di cercare soprattutto una cosa: la gratificazione. Non quella facile, non quella del successo immediato. Quella sensazione che arriva quando, alla fine di una serata difficile, ti guardi intorno e pensi: “Czzo, però. Questa cosa l’abbiamo fatta proprio bene.” Per me, in fondo, una carriera nell’hospitality nasce proprio lì.*


Intervista a Nicola Maldini: Lo spirito di chi non si arrende mai

Redazione The Digital Moon

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