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Intervista a Mattia Stefanelli: La sua vocazione educativa

Intervista a Mattia Stefanelli: La sua vocazione educativa


Ciao Mattia! La tua passione per l’educazione e la pedagogia è nata durante l’esperienza di volontariato nell’oratorio del tuo paese. Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che stare accanto ai bambini e ai ragazzi non era solo un interesse, ma una vera e propria vocazione di vita?

Ho vissuto l’Oratorio del mio paese fin da piccolo, le classiche esperienze di un bambino che viene accompagnato dalla propria madre presso la parrocchia del paese. La mia parrocchia aveva un oratorio ispirato alla figura di Don Bosco: un personaggio straordinario che ha dato la sua vita ai giovani e ha creato un nuovo sistema educativo, stiamo parlando del 1800, che fonda tutto sulla prevenzione.

All’età di 15 anni il parroco di allora mi propose un piccolo incarico, di guidare un piccolo gruppo e di lì che ho sentito accendersi una scintilla, una piccola scintilla, che ha dato vita a quella che io chiamo una vocazione. La scelta radicare di intraprendere questa strada e renderla una professione è nata, come sempre accade, da un incontro particolare: conobbi un ragazzo poco più piccolo di me, un pestifero direbbe mia nonna, uno di quelli che non ti lascia scampo: prepotente, arrabbiato, giudicante e sprezzante. Era diventato il mio punto fisso: volevo aiutarlo. Sentirmi una sorta di “fratello maggiore” che potesse essere una testimonianza mi faceva sentire al posto giusto. È da lì che è iniziato il mio cammino che mi ha portato alla fondazione di “Officina Giovani”.


    Per te l’educatore ha un ruolo fondamentale sia per orientare il futuro dei giovani sia per guidarli nel “qui ed ora”. In che modo questa filosofia si traduce nel lavoro quotidiano sul campo, specialmente quando ti trovi ad accompagnare minori che vivono situazioni di difficoltà economica, sociale o contesti a rischio?

    In un’epoca in cui il pensiero corre più veloce della parola e tendiamo a lasciarci andare a giudizi frettolosi verso i ragazzi di oggi, il mio piccolo escamotage è proprio quello di creare una relazione “parlante”. Sicuramente all’inizio vi è un po’ di spazio riservato alla conoscenza, dopo, cerco di stabilire una relazione fondata specialmente sulla parola, sull’accompagnamento continuo e sull’abbraccio. Mi piace ricordare la leggendaria Ornella Vanoni che, durante un’intervista data a Fabio Fazio nel suo programma domenicale, affermò che oramai è in disuso l’abitudine ad abbracciarsi. L’abbraccio credo sia uno degli strumenti educativi più potenti da adoperare al giorno d’oggi: l’abbraccio è calore e presenza. Un abbraccio conferma la presenza nella vita di una persona e la fa sentire protetta.

    Dovremmo abbracciare di più e ricordarci che ognuno di noi e anche i nostri figli non sono altro che persone in divenire, in crescita per meglio dire, e il giudizio talora sprezzante verso di loro non fa altro che generare un vulnus sociale molto profondo. Vi sono al giorno d’oggi due estremi che mi piace sottolineare a tal proposito: c’è chi si avvicina al bambino o al giovane mettendosi alla pari degli stessi o c’è chi si pone sul piedistallo fermandosi al giudizio. Questi due aspetti non fanno altro che generare un’immagine dei ragazzi alterata e poco realistica: da un lato li rendiamo incapaci di vivere e fare delle scelte, da un’altra degli ameba che non conoscono null’altro che il linguaggio della violenza. La violenza non è innata nel nostro DNA, ma è appresa. Da dove nasce voi mi direte? L’aggressività, secondo Bandura, nasce proprio dalla frustrazione ed essa è la mancata accettazione del fallimento. I primi episodi di fallimento possiamo rivederli, ad esempio, nei “NO” che un genitore dovrebbe dire. Se ci pensate nel corso della vita i “NO” sono sicuramente maggiori delle vittorie, siano essi in ambito scolastico, relazionale, affettivo e lavorativo. Se non accompagniamo un giovane nel tortuoso percorso di accettazione e “gestione” della frustrazione diamo vita a tanti piccoli “fantasmi” sociali che vivono nella perenne omologazione, mancando di identità, e nella perenna rabbia di non essere quelli che si è realmente. Un capitolo importante sicuramente va dedicato anche alla comunicazione, sia essa verbale e non verbale, che va modulata in maniera asservita e non distruttiva.
    PAROLA E AZIONE sono due componenti del mio vocabolario educativo: la testimonianza che si esprime prima con le parole e poi con le scelte concrete, ha un ruolo fondamentale nel percorso di vita di un piccolo che ci osserva.


    Questa sensibilità educativa ha trovato forma concreta in “Officina Giovani”, un’organizzazione giovanile nata di recente per sviluppare progetti educativi in realtà pubbliche. Quali sono le attività principali di questo progetto e qual è l’impatto che vi proponete di generare sul territorio?

    “Officina Giovani” è una realtà in divenire. Non vi ha nulla di programmato e prestabilito. Tale scelta è maturata dalla convinzione che i grandi progetti, e spero vivamente possa esserlo, si costruiscono da una lettura attenta dei bisogni della Comunità, in questo caso di quella giovanile. Una delle attività principali fino ad ora è stata quella di creare un Centro Estivo, “StepUp Camp” il suo nome, e ha voluto creare uno spazio di aggregazione e crescita presso l’Istituto Tecnico “Einaudi” del mio paese, Manduria. È stato pensato per unire divertimento e crescita personale.

    Attraverso sport, brevi laboratori, lettura, attività all’aperto e scoperta del territorio, abbiamo puntato a sviluppare autonomia, collaborazione, relazioni positive e senso di responsabilità. All’interno dello StepUp Camp ha visto la luce il progetto “V.I.D.A.” di Officina Giovani, realizzato in collaborazione con l’USSM e una comunità educativa del territorio di Manduria. È un percorso di inserimento e responsabilizzazione rivolto a giovani ospiti delle comunità educative, che hanno vissuto situazioni di errore e fragilità. Attraverso questa esperienza, i ragazzi hanno avuto l’opportunità di mettersi in gioco diventando “piccoli fratelli maggiori” per i bambini più piccoli: li hanno accompagnati, ascoltati, aiutati e, soprattutto, si sono dedicati a loro con responsabilità e attenzione. È stata un’esperienza fantastica di crescita e riscatto, in cui la parola d’ordine è stata cura: prendersi cura degli altri per riscoprire, forse, anche la cura di sé stessi, il proprio valore e la possibilità di costruire una nuova storia.


    Nel mese di giugno hai pubblicato con Balzano Editore il racconto lungo per ragazzi “L’abbraccio che resta”, che narra la profonda amicizia tra Tommaso e Giulio. Com’è nata la storia di questo libro e quali valori speri che i giovani lettori possano riscoprire attraverso le sue pagine?

    “L’abbraccio che resta” è nato un anno fa, nel mese di agosto del 2025. È l’insieme di tante storie ascoltate nel corso degli anni. Tommaso e Giulio non rappresentano altro che l’amicizia, un sentimento oramai poco diffuso al giorno d’oggi. I due giovani protagonisti si conoscono ai piedi un albero d’ulivo e crescono insieme attraversando lutti, momenti di crescita e di distacco. È un libro per ragazzi che non vuole sciorinare gli eventi personali dei due personaggi, ma più che altro vuole attraversare, così come dice il sottotitolo, le pagine della loro vita.

    Vi è un legame tra i due che, pur nella loro indipendenza, non si scioglie mai definitivamente e cresce così come crescono anche i personaggi della storia. La radice della parola amicizia è uguale a quella della parola amore. In fin dei conti l’amicizia è una forma d’amore anch’essa fatta di presenza costante, sostegno, condivisione, compromessi e soprattutto affetto. Pronunciando la parola amicizia mi rendo conto che le due labbra si toccano ed è qui che mi viene in mente il gesto di un “bacio”. Il bacio è l’espressione più altro dell’affettività, pertanto credo che già da questi piccoli spunti, possiamo dire e capire che forse sarebbe opportuno rispolverare i valori insiti e un po’ sopiti di questa antica forma relazionale. Questo libro vuole semplicemente raccontare questo, senza presunzione.


    Tra l’impegno nei progetti territoriali di “Officina Giovani” e la scrittura per ragazzi, qual è il messaggio più importante che vorresti lanciare a chi oggi si dedica alla crescita delle nuove generazioni?

    Di insegnare alle nuove generazioni l’importanza di non abbassare lo sguardo davanti alle proprie fragilità, ma di rendere la conoscenza di sé stessi come un’occasione per poter essere luce per sé stessi e per gli altri.

    Mattia Stefanelli|Ig: @mattia_stefanelli_97


    Intervista a Mattia Stefanelli: La sua vocazione educativa

    Redazione The Digital Moon

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