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Intervista a Giulia: Scopriamo il suo percorso

Intervista a Giulia: Scopriamo il suo percorso


Giulia, ti definisci una persona fatta di tanti contrasti, cresciuta tra la periferia e il centro di Roma. In che modo queste due realtà così diverse hanno influenzato la tua sensibilità e come convivono oggi in te il lato legato alla moda e alla femminilità con le passioni per le auto sportive e gli orologi?

Sì, credo che il fatto di essere cresciuta tra periferia e centro di Roma mi abbia influenzato molto, anche se da bambina non ne percepivo davvero la differenza. Ho vissuto il centro per tutta la scuola, dalle elementari fino al liceo, e solo crescendo ho iniziato a capire davvero quanto fossero due realtà diverse.
Il centro mi ha dato un’esposizione a un mondo più “strutturato”, anche a livello sociale e culturale: compagni di scuola con background molto diversi, un certo tipo di educazione e un’attenzione diversa all’immagine. La periferia invece è sempre rimasta presente attraverso la mia famiglia, le amicizie e le mie origini, e quando poi ci siamo tornati a vivere prima dei 18 anni ho visto ancora più chiaramente queste due dimensioni.

Questo mix mi ha insegnato a muovermi in contesti molto diversi tra loro senza sentirmi fuori posto. Ho sempre avuto amicizie e rapporti che venivano da mondi completamente differenti, e questo mi ha reso molto adattabile, spesso più descritta come un camaleonte, capace di gestirmi e adattarmi alle varie situazioni senza perdere la mia identità. A questo si aggiunge l’influenza della mia famiglia: da mia madre e mia sorella ho preso tutto il lato più legato alla moda e alla femminilità, cresciuta anche a contatto con un certo tipo di estetica e brand. Da mio padre invece ho preso la parte più curiosa e “tecnica”, legata alle auto, agli orologi e a interessi più maschili. Alla fine tutte queste cose convivono in me in modo molto naturale: non le vedo come contraddizioni, ma come pezzi diversi della stessa identità.


Il rapporto con tuo padre e la tua famiglia ha impresso un’impronta importante sul tuo carattere, portandoti anche a lavorare per anni nell’attività di autodemolizione di famiglia. Com’è stato far valere la tua identità in un contesto lavorativo tradizionalmente maschile e cosa ti ha spinta poi a compiere una svolta radicale verso il mondo del beauty come lashmaker?

Il rapporto con la mia famiglia e soprattutto con mio padre ha avuto un impatto importante sul mio carattere. Crescendo a contatto con lui ho sviluppato un carattere molto diretto e sicuro, a volte anche troppo, ma che mi ha sempre portata a non sentirmi intimidita facilmente.
L’autodemolizione è sempre stata parte della mia vita. Non è una scelta arrivata dal nulla, è un ambiente che conoscevo e in cui mi sentivo a mio agio. Ho anche lasciato l’università per andare a lavorare lì, quindi è stata una decisione vera e consapevole, non qualcosa capitato per caso. Anche il modo in cui venivo percepita dentro e fuori da quell’ambiente è sempre stato particolare.

Spesso, quando le persone mi conoscevano e scoprivano il mio lavoro, rimanevano sorprese, soprattutto gli uomini, perché non si aspettavano una figura femminile in quel contesto. Dentro lo sfascio venivo a volte sottovalutata o scambiata per la segretaria, e all’inizio questa cosa mi faceva anche sorridere, perché creava un contrasto evidente tra quello che ero e quello che gli altri immaginavano. Allo stesso tempo però mi piaceva molto stare in quell’ambiente, perché mi dava una sensazione di presenza e sicurezza. Vedere le reazioni e gli sguardi mi faceva sentire ancora più centrata in quel ruolo. E spesso, quando poi le persone capivano realmente la mia posizione, cambiava completamente anche il loro atteggiamento, passando da sorpresa a rispetto. Col tempo però la gestione del lavoro in famiglia è diventata più complessa a livello personale. Per non deteriorare il rapporto familiare, ho scelto di allontanarmi da quell’ambiente e creare uno spazio mio. Già da tempo mi occupavo delle extension ciglia su me stessa e questa cosa era diventata naturale per me, oltre al fatto che veniva notata anche dagli altri. Così ho deciso di formarmi seriamente e trasformarla in una professione, costruendo un percorso autonomo.


L’equitazione è lo sport che ti ha accompagnata fin da bambina e ancora oggi possiedi due cavalli. Al di là dell’aspetto atletico, quanto è stato fondamentale il legame con questi animali nel trasmetterti valori profondi come la disciplina, la costanza e la responsabilità di prenderti cura di un altro essere vivente?

L’equitazione mi accompagna fin da bambina e ancora oggi ho due cavalli, che vivono stabilmente in campagna da un amico di mio padre, in un ambiente il più possibile naturale. Al di là dell’aspetto sportivo, il legame con loro ha avuto un ruolo fondamentale nella mia crescita. Il rapporto con il cavallo è diverso rispetto ad altri animali: non è solo affetto, come può essere quello con un cane o un membro della famiglia, ma anche una relazione profonda fatta di fiducia e rispetto reciproco.

Allo stesso tempo, soprattutto nell’ambito agonistico, si crea un vero e proprio binomio: una squadra inscindibile che lavora in sintonia verso un obiettivo comune. È proprio questa doppia dimensione, tra legame affettivo e collaborazione sportiva, a rendere il rapporto unico, quasi come se fosse “io e lui contro tutto”, qualcosa che è difficile da spiegare a parole. Questa esperienza mi ha insegnato soprattutto il senso di responsabilità: prendersi cura di un cavallo significa garantire attenzione e costanza anche quando non si è presenti fisicamente, organizzando tutto in modo preciso e continuativo. A livello personale, l’equitazione mi ha formato molto: disciplina, costanza e perseveranza sono valori centrali. È uno sport che richiede continuità e programmazione, perché ogni risultato si costruisce nel tempo attraverso lavoro e dedizione.
Per me, in sintesi, è stata una vera scuola di vita, che mi ha insegnato responsabilità, equilibrio e fiducia, sia nel cavallo che in me stessa.


Per molto tempo hai vissuto appieno la movida romana e la vita notturna, contesti spesso legati all’apparire. Guardandoti indietro oggi, a quasi 34 anni, come descriveresti la tua evoluzione personale e il passaggio da quella fase alla tua attuale focalizzazione sulla crescita interiore e sul costruire qualcosa di unicamente tuo?

Guardandomi indietro, penso di aver vissuto pienamente quella fase della mia vita. Mi sono divertita molto, a volte anche oltre le righe, ma oggi la vedo come un passaggio naturale: sono esperienze tipiche di quell’età, in cui si sperimenta, si esagera e si costruiscono ricordi. A quasi 34 anni, considero quella fase conclusa nel senso di priorità, non di rinuncia. Ho vissuto la movida romana in tutte le sue sfumature, dalla parte più “patinata” ai contesti più alternativi e underground, e questo mi ha permesso di conoscere realtà molto diverse tra loro.

Oggi però il mio approccio è cambiato. Non sento più l’esigenza di vivere quel tipo di vita in modo costante: esco ancora e mi diverto, ma con una misura diversa. Le mie priorità si sono spostate verso la costruzione di una vita più stabile, soprattutto dal punto di vista personale ed economico, in cui possa sentirmi realizzata e indipendente. Più che un cambiamento netto, lo vedo come un’evoluzione naturale: dopo aver vissuto e sperimentato, arriva un momento in cui si cerca qualcosa di più solido e centrato su se stessi.


Ti descrivi come una persona molto riflessiva, emotiva e attenta ad analizzare te stessa e gli altri, alla costante ricerca di connessioni autentiche. Nel panorama attuale, dove i rapporti veri sembrano sempre più rari, come riesci a proteggere la tua emotività e a esprimere la tua creatività attraverso il tuo lavoro quotidiano?

Nel contesto di oggi, dove spesso i rapporti sono più superficiali e veloci, ho imparato a proteggere la mia emotività creando una sorta di barriera naturale. La parte più vera di me la mostro solo a pochissime persone, mentre con il resto mantengo un certo distacco. Nel lavoro riesco invece a esprimere molto la mia creatività: ogni set di ciglia è personalizzato in base alla cliente e a ciò che vuole valorizzare, quindi è un lavoro molto su misura e creativo allo stesso tempo. Nel rapporto con le clienti cerco sempre di essere paziente e disponibile, anche quando non è semplice.

Nella vita privata sono molto selettiva: negli anni ho ridotto molti rapporti perché ho capito che non tutti erano autentici o reciproci. Per me la reciprocità è fondamentale, quindi se non la sento tendo a distaccarmi.
Anche nelle relazioni amorose mi apro con molta cautela: ho bisogno di tempo e di vedere un’apertura reale dall’altra persona. Posso raccontare la mia vita, ma mantengo sempre un confine tra ciò che condivido e ciò che tengo per me. Anche con i social il mio approccio è cambiato: in passato li vivevo in modo più esposto e leggero, mostrando molto la parte più esterna e sociale della mia vita. Oggi sono molto più riservata, anche se a volte continuo a condividere momenti più “visibili”, perché è comunque quella la dimensione che più spesso emerge sui social. Ma la mia quotidianità reale la tengo quasi sempre per me.


Intervista a Giulia: Scopriamo il suo percorso

Redazione The Digital Moon

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