Il nostro posto segreto
Il nostro posto segreto
I luoghi hanno memoria? O siamo noi che li infestiamo con i nostri ricordi? Esiste un angolo di mondo che era solo nostro, dove il tempo si fermava e il mondo fuori non poteva trovarci. Un rifugio invisibile agli altri. Era il nostro posto segreto. Oggi ci sono tornato da solo, cercando l’eco delle nostre risate, l’impronta dei nostri corpi. Ho trovato solo silenzio. Ho capito una verità terribile: quel posto non esiste più. Anche se gli alberi sono gli stessi, quel luogo è stato sconsacrato. Questa è una lettera sulla nostalgia, sull’intimità perduta che cerca disperatamente una coordinata geografica dove tornare a casa.
I luoghi hanno memoria?
«I luoghi hanno memoria?» Ho fatto io questa domanda al dottore oggi. Lui stava scrivendo qualcosa e si è fermato, la penna a mezz’aria, guardandomi oltre la montatura degli occhiali.
«I luoghi sono sassi, cemento e alberi. I luoghi non ricordano niente. Siamo noi che li infestiamo. Tu non torni in un luogo, torni in un tempo. E quello che cerchi non è la coordinata geografica, è la coordinata emotiva che hai lasciato lì.»
«Sono tornato lì» ho ammesso, con la voce che si abbassava per la vergogna. Lui sapeva già di cosa stavo parlando. Non servivano troppe spiegazioni per descrivere il nostro posto segreto, quel perimetro che custodiva i nostri respiri.
«E cosa hai trovato?» mi ha chiesto semplicemente.
«Niente. Era solo… un posto.»
«Ecco» ha detto lui, chiudendo il taccuino. «La magia non era nel luogo. La magia eravate voi. Senza di lei, quel posto… non è più nulla.»
Camminare attraverso una terra vuota
Eccoci a una nuova lettera. La scrivo con le scarpe ancora sporche di terra, perché sono appena rientrato da quel viaggio a ritroso. Nelle cuffie c’è un pianoforte incalzante, martellante, e una voce pulita che tenta di dominare la terra vuota, quella sospesa tra i ricordi e il desiderio. È così che mi sono sentito oggi. Come l’ultimo uomo sulla terra.
Ti scrivo per dirti che sono tornato a cercare quello che eravamo. Non ti dirò dove. Se quel muretto nascosto vicino al fiume, o quella panchina isolata nel parco. Tu sai perfettamente di quale parlo. Quello era il nostro posto segreto, la nostra bolla privata.
Mentre il mondo fuori esplodeva di doveri, di famiglie, di sensi di colpa e di scadenze, lì dentro il tempo si fermava. Ricordi? Dicevamo sempre: «Qui non ci possono trovare». Era il nostro piccolo regno, invisibile agli occhi degli altri, un pezzo di terra sottratto alla realtà.
Il posto vuoto
Oggi ci sono andato da solo. Volevo vedere se c’eri ancora. Non fisicamente – sapevo che non ti avrei trovata – ma volevo capire se l’assenza avesse lasciato un’impronta. Volevo vedere se c’era ancora l’eco delle nostre risate.
Ho trovato solo silenzio.
Ho trovato un albero caduto, foglie secche e l’incuria del tempo che passa indifferente. I rami sembravano guardarmi, accusatori, come a chiedermi dove fossi finita. Mi sono seduto lì, dove eravamo soliti isolarci dal resto del mondo, e ho aspettato. Ho aspettato di sentire quella sensazione di calore, di “casa”, che provavo quando ero con te. Ma non è arrivata. È arrivato solo il freddo. Un freddo umido che mi è entrato nelle ossa.
Il dottore mi aveva avvertito di non cercare di rivivere i momenti attraverso lo spazio fisico. Mi aveva detto che è come cercare di rivedere un film sullo schermo spento. Le immagini non sono nel televisore, sono nella corrente. E quella corrente non passa più. Ma io non l’ho ascoltato. Dovevo verificare con i miei occhi se il nostro posto segreto avesse conservato una parte di noi.
La cosa semplice che se n’è andata
La nostra storia, vissuta in quell’angolo protetto, sembrava la cosa più semplice del mondo. Era facile amarti lì. Non c’erano complicazioni, non c’erano mariti, non c’erano mogli, non c’era il giudizio della gente. C’eravamo solo io e te, e la promessa che sarebbe durato.
Mi sono sentito vecchio, seduto lì da solo. Come un superstite che torna sul luogo della battaglia e non trova nemmeno le macerie, solo l’erba e il tempo che ha nascosto tutto. Ho cercato i segni della nostra presenza. Quella scritta che avevi inciso con la chiave sul legno della panchina. Le nostre iniziali. Ma il legno era stato verniciato di nuovo. Qualcuno aveva cancellato anche quello. Era come se il mondo stesse cercando di negare che siamo mai esistiti.
Ti scrivo perché vorrei poterti dire: «Andiamo lì e parliamone». Se solo avessi un minuto. Se solo potessimo tornare in quel territorio franco, forse riusciremmo a spiegarci. Forse, lontani dalle pressioni della tua vita giusta e dal dolore della mia vita sbagliata, potremmo ritrovare quella semplicità. Potrei guardarti negli occhi senza vedere la paura. Saremmo di nuovo solo noi.
Ma mentre ero lì, ho capito una verità terribile. Il nostro posto segreto non esiste più. Anche se gli alberi sono gli stessi, anche se il muretto è lo stesso… il luogo è stato sconsacrato. Lo abbiamo profanato noi. Tu andandotene, io cercandoti troppo.
Chi ero io
Ho guardato quel paesaggio vuoto e ho capito che non è il luogo che mi manca. Mi manca chi ero io quando ero lì con te. Mi manca l’uomo che credeva di avere un segreto bellissimo, non un segreto vergognoso. Mi manca l’uomo che si sentiva vivo, non quello che si sente in colpa per essere vivo.
In quel posto, per un breve momento della mia esistenza, sono stato la versione migliore di me stesso. Ero coraggioso, ero passionale, ero presente. Non pensavo al passato né al futuro. Esistevo solo in quel momento, in quel metro quadrato di mondo che era nostro. E ora quel me stesso è sepolto lì, sotto le foglie secche.
Il dottore dice che devo smettere di cercare quella versione di me nel passato. Dice che esiste ancora, ma che la troverò solo andando avanti, costruendo nuovi spazi e nuovi momenti in cui sentirmi vivo. Forse ha ragione. Ma non oggi. Oggi voglio solo piangere la morte di quel passato.
La geografia emotiva dell’assenza
Sono scappato via quasi correndo. Non riuscivo a sopportare la vista di quel vuoto. Era come guardare un cadavere. È questo il posto che amavamo? Sì. Ma ora è solo un posto qualunque in una città qualunque, sotto un cielo che non appartiene a nessuno.
Metto la lettera nella scatola. Dentro c’è un po’ di terra che mi è rimasta sotto le unghie. Terra del nostro rifugio. Ora è solo sporcizia. Ma forse un giorno, quando tutto questo sarà bruciato e trasformato in cenere, potrò tornare in quel posto e vedere solo alberi. Solo panchine. Solo sassi e cemento. Potrò camminare lì senza sentire il fantasma di chi eravamo.
Ma non oggi. Oggi quel posto è ancora infestato. E io sono il fantasma che lo infesta.
Il nostro posto segreto
Dario Fossati
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