Intervista a Diandra Elettra: Il suo percorso artistico
Intervista a Diandra Elettra: Il suo percorso artistico
Quali sono le tappe principali della formazione artistica di Diandra Elettra Moscogiuri?
I miei genitori avevano dei negozi di abbigliamento e vivevano per il loro lavoro. Per questo passavo le giornate, fin da piccolissima, nel “retrobottega”, tra videocassette di cartoni animati, il Magic English, peluches e fogli per disegnare. I miei erano un po’ preoccupati che guardassi troppe videocassette, così mi regalarono una macchina da scrivere di Barbie. Da quel momento mi divertii molto a scrivere le mie prime storie, che ovviamente non avevano né capo né coda. Tuttavia strappavano qualche risata quando le raccontavo. Poi nella mia vita arrivò la danza, un modo per sfuggire alla monotonia di una cittadina del Salento in cui mi sentivo un po’ fuori posto.
Ciò che amavo di più del ballare era la possibilità di raccontare e interpretare una trama: avevo una grande passione per il balletto di repertorio. Insieme alla danza arrivò il teatro, in cui cercai di buttarmi a capofitto nonostante avessi poca fiducia in me stessa, soprattutto a causa del mio accento. Cosa che poi ho scoperto essere un problema comune, e in alcuni contesti nemmeno un problema. Per tutta la mia adolescenza rimasi convinta di voler fare teatro, ma poi un mio amico mi fece vedere Eyes Wide Shut. Fu per me come una folgorazione. Presi il diploma sia al liceo che alla scuola di balletto e appena mi fu possibile, fuggii a Roma per cominciare una nuova vita. Tra l’università e i provini per cercare di inserirmi nel settore. La Roma di quegli anni non aveva molto spazio per i sogni. I ragazzi erano sempre poco fiduciosi nel futuro e rancorosi verso un sistema che sembrava andar loro contro ma io ho sempre visto le difficoltà come una sfida.
In che modo la fondazione di Demodami Studios ha influenzato la sua carriera nel cinema?
Quando incontrai David Milesi mi ero trasferita a Milano già da un anno o due, sempre per continuare gli studi. Il clima in quella città era molto più positivo, anche se di norma non sarebbe il primo posto in cui andresti per fare film; eppure, nella città della moda, avevo fiutato delle opportunità. Mentre spaziavo tra cinema, teatro e programmi tv, conobbi David in occasione di un progetto molto lungo per Prime Video. Eravamo entrambi poco convinti del lavoro che stavamo svolgendo: io ero relegata a ruoli stereotipati e poco profondi, mentre lui, non potendo firmare la regia ma limitandosi al ruolo di aiuto regista, non poteva esprimersi davvero.
Decidemmo di metterci in proprio, sia per creare un ambiente sano e positivo, sia per realizzare progetti nostri. Per un anno producemmo una docuserie su YouTube, Tinte Noir, che raccontava casi di true crime con un’impronta cinematografica, come se ogni puntata fosse un piccolo cortometraggio con una narratrice esterna. Il fine era tenerci costantemente in allenamento, girando una puntata a settimana, in attesa di partire per le riprese di Dead Star. La serie si è interrotta una volta iniziato il film, ma adesso ho un grande desiderio di tornare sui miei passi e regalare un episodio conclusivo ai nostri iscritti.
Qual è la trama e il significato del film Dead Star?
Mi sono sempre reputata molto fortunata ad aver conosciuto Milesi, soprattutto per l’intesa creativa: non è facile trovare un altro autore con i tuoi stessi gusti e le tue stesse intenzioni, eppure è un elemento fondamentale, perché completamente da soli non si costruisce niente. Il nostro film è nato dall’amore per la letteratura russa e per il cinismo di Woody Allen, dalla passione per il cinema europeo e per le storie che seguono un personaggio fino alla sua completa distruzione.
Dead Star racconta di un regista eclettico e di una produttrice disillusa alla ricerca di una nuova attrice. L’obiettivo è salvare il loro ultimo film, un progetto che, se non troveranno il volto adatto al ruolo che hanno in mente, non avrà speranza di uscire come desiderato. Durante un incontro con una delle candidate più promettenti, Stella, la ragazza rivelerà che la sceneggiatura del film racconta la sua stessa morte. È un viaggio introspettivo, costruito sull’alternanza tra flashback e presente, in cui spetta a noi decidere se credere o meno a ciò che ci viene mostrato. La vita dei protagonisti della vicenda è percorso costellato di scelte estreme e controverse, che è impossibile non giudicare.
Quali riconoscimenti ha ottenuto Diandra Elettra Moscogiuri come attrice e produttrice?
Stella, il personaggio che interpreto, è appesantito da un passato che influenza ogni sua scelta. Il suo egoismo la acceca, ma sotto c’è anche uno spesso strato di disperazione che muove le sue azioni. Per questo può essere un personaggio che dà fastidio, che suscita odio, ma allo stesso tempo può essere compreso e in qualche modo giustificato. Per me è stata la prima occasione di interpretare un personaggio che avevo creato in prima persona, ed è stata una sorpresa ricevere premi sia come attrice che come produttrice.
L’Eastern Europe Film Festival e i New Jersey Film Awards hanno premiato la mia interpretazione: sono molto orgogliosa di avere già due statuette come miglior attrice protagonista, che mi danno la forza e l’energia per continuare in questa direzione. Mi ha lusingata molto anche ricevere una nomination come miglior produttrice agli Independent Women Film Awards di Los Angeles. Il cinema si sta muovendo in una direzione nuova, e uno dei miei obiettivi come produttrice è anche quello di rappresentare al meglio la mia categoria.
Oltre al cinema, quali altri ambiti creativi esplora e quali opere ha pubblicato?
La scrittura è sempre stata il mio territorio più intimo, quello che esploro quasi quotidianamente.
A diciotto anni iniziai ad abbozzare i miei primi due romanzi, Tequila Suicide e Artemis’ Cabaret, che ho voluto lasciar “lievitare” a lungo prima di pubblicarli. Rispettivamente nel 2014 e nel 2019. Sono due romanzi di formazione che parlano di scelte sbagliate. Del sentirsi diversi e di come l’abbandono, che sia vero o percepito, possa modificare la traiettoria di una vita. Sono temi che, quando ho cominciato a scriverne, mi sembrava si toccassero ancora con troppa cautela. A me interessava invece andarci dritto, con frasi brevi, senza giri di parole.
Più tardi è arrivato L’uomo di spine, un noir psicologico ambientato in una Roma del 2070. Un libro molto diverso dai precedenti, in cui mi sono concessa di lavorare in un registro più cupo, parlando di colpa, ossessione e identità. Lo scorso anno ho anche fatto un esperimento insieme a David. Abbiamo pubblicato una nostra sceneggiatura, Morire di Desiderio, con l’intenzione di fare un piccolo esperimento, rendendo il lettore una specie di regista, immaginando le scene durante la lettura: un gioco che è piaciuto molto a chi ha acquistato il libro. In seguito a questa ultima pubblicazione però ci sono stati degli eventi spiacevoli che mi hanno portata alla decisione di cambiare casa editrice. Al momento io e David stiamo scrivendo il nostro primo romanzo a quattro mani, una storia che vi racconteremo anche sullo schermo: Un Bellissimo Inferno. Anya, una pugile americana appassionata di cinema, si trasferisce a Venezia per cambiare vita. In quella magica città farà incontri straordinari e troverà la sua vocazione. Non vediamo l’ora di condividere anche questa storia con il mondo!
Diandra Elettra Moscogiuri
Intervista a Diandra Elettra: Il suo percorso artistico
Redazione The Digital Moon
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