Intervista a Laura Martina Pasanisi: Scopriamo l’inglese con lei
Intervista a Laura Martina Pasanisi: Scopriamo l’inglese con lei
Qual è stato il momento in cui hai capito che l’inglese studiato a scuola non era sufficiente per la vita reale?
Avevo sei o sette anni quando, durante uno scambio interculturale del liceo di mia sorella, abbiamo ospitato una ragazza francese. Loro comunicavano in inglese… a modo loro – mia sorella era molto brava perché le è sempre piaciuto – e io mi chiedevo ingenuamente come fosse possibile che, pur studiandolo fin dalle elementari, non lo parlassero in modo fluente.
Quell’intuizione si è confermata durante le mie elementari: regolette varie, scrittura e parole a caso, zero dialogo e zero ascolto attivo. Poi, alle medie, è arrivata un’insegnante fantastica – hello, Mrs Bruno! – che ha completamente cambiato la mia prospettiva e mi ha ispirata più di quanto potessi immaginare. Da lì è nata l’idea di Inglese pratico: percorsi di inglese personalizzati per imparare un inglese autentico, utile, vivo, costruito su misura per ogni persona – sui tuoi obiettivi, sul tuo modo di imparare, sulle sue inclinazioni. Non più regole astratte, ma inglese che si vive davvero, dentro e fuori la classe.
In che modo le tue esperienze personali e familiari hanno influenzato il tuo approccio umano all’insegnamento?
Ho interiorizzato una cosa che può sembrare banale, ma che è difficile da applicare: ognuno porta con sé un bagaglio infinito, che in un modo o nell’altro resta sempre, anche nelle azioni più quotidiane.
Come professionista, preferisco – se la situazione lo richiede o permette – dire apertamente che è una giornata no o “ni”, senza entrare nei dettagli, invece di far finta di essere sempre un raggio di sole (anche se lo sono quasi sempre a lavoro, nonostante tutto).
Allo stesso modo, incoraggio i miei studenti a essere onesti con me e con se stessi. Ogni conversazione, centrale in ogni lezione individuale, si basa sia sulla vita quotidiana sia sul motivo per cui lo studente è in classe con me: lessico di settore, espressioni pratiche e frasi utili nel loro campo di riferimento.
Un’altra cosa che ho capito “grazie” alle mie esperienze, è che la fiducia e l’onestà reciproca creano un ambiente dove l’inglese diventa naturale, non forzato, e che il modo in cui si sente uno studente in un dato momento influenza direttamente quanto assorbe e quanto vuole partecipare.
Cosa rende il tuo metodo di insegnamento diverso da quello tradizionale e perché funziona anche con chi “pensa di non essere portato”?
Grazie per le virgolette, in effetti sono necessarie 🙂 È vero che esistono delle propensioni, ma tutto si può allenare con costanza e motivazione. Spesso ci si convince di non essere portati quando i contesti, i mezzi o le persone intorno a noi non ci supportano o non sono presenti o accessibili.
Non saprei dire con precisione perché il mio metodo sia diverso, perché in realtà è cucito addosso a ogni studente. Ti faccio un esempio: le risorse che creo non sono mai riciclate o fatte con AI. Ogni materiale è scritto o progettato esclusivamente per quella persona, e varia in base all’area di utilizzo dell’inglese richiesta.
Oltre a questo, ogni risorsa è personalizzata considerando:
- il tipo di learner (visivo, uditivo, cinestetico, ecc.)
- le difficoltà specifiche e i punti di forza
- le esperienze e interessi personali
- gli obiettivi concreti e la motivazione dello studente
- il ritmo e la capacità di concentrazione
- eventuali blocchi emotivi o insicurezze legate all’apprendimento
- Questo approccio trasforma l’inglese in qualcosa di vivo e personale, anche per chi ha sempre pensato “non fa per me”.
C’è un traguardo raggiunto da uno studente che ti ha emozionata più di altri e che racconta bene il senso del tuo lavoro?
Sceglierne uno è difficile, e non perché “ho rivoluzionato la vita a centomila persone con un click” 😅, ma perché ognuno dei miei studenti è sempre stato capace di raggiungere traguardi incredibili… con tanto lavoro, eh!
Però fa figo raccontare queste cose, no? Ok… parliamo di P.
P. è un medico ora in pensione, nei suoi settanta, che arriva da me con un inglese incerto, sconnesso: poche parole, molta confusione. Gli chiedo: “P., ma perché vuoi imparare l’inglese?”
Risponde senza esitazione: “Per viaggiare… e perché non è normale andare ai congressi internazionali e non capire niente, figuriamoci parlare… che figura!”
Da quel momento, P. ha iniziato un percorso fatto di self-confidence e pratica costante, lavorando sulle basi, sulle espressioni quotidiane e sulla curiosità. Non si è mai fermato di fronte alle difficoltà.
La sua ultima “milestone”? Durante un congresso importantissimo del suo settore, è stato l’unico medico tra i presenti a introdurre un collega anglofono e a curare la sessione di Q&A, offrendosi quasi come interprete. Ma questo è solo uno degli episodi: i suoi viaggi, le conversazioni improvvisate con persone che parlano inglese, la voglia di mettersi in gioco ogni volta… mostrano che più conosce, più si sente autorizzato a fare, a provare, a comunicare.
E qui si nasconde un nodo centrale del mio metodo: la consapevolezza.
La perfezione non esiste, e spesso blocca chi studia. Ma anche imparare poco o male e accontentarsi di comunicare “così così” non basta. Occorre mettere insieme curiosità, basi solide e pratica reale, anche quando le parole non sono perfette.
P. è la dimostrazione vivente che, con il giusto mix di fiducia, strategia e motivazione, qualsiasi studente può trasformare il proprio inglese in uno strumento reale, utile, vivo… e, soprattutto, personale.
Perché credi che imparare davvero l’inglese possa non solo aprire opportunità, ma anche rendere la vita più libera e divertente?
Imparare davvero l’inglese non è solo acquisire parole o regole: è avere accesso a mondi che prima erano chiusi. Puoi viaggiare senza barriere, fare amicizie con persone di culture diverse, capire film, libri e conversazioni senza filtri. Ma soprattutto ti rende più libero di esprimerti, provare, osare senza paura di sbagliare, e di pensare direttamente in inglese, senza passare per la traduzione mentale.
Per alcune persone, imparare a usare davvero l’inglese è come sbloccare una nuova personalità: più spigliata, curiosa, audace. È un modo di vivere le situazioni con leggerezza e creatività, come se ti fosse data una nuova prospettiva sul mondo.
La vera libertà arriva quando non devi più tradurre nella testa o fermarti per paura di sbagliare: allora puoi ridere, scherzare, improvvisare… e goderti la vita in modo più leggero e divertente. L’inglese diventa così non solo uno strumento di comunicazione, ma una porta verso esperienze più intense, più spontanee… e decisamente più divertenti.
Intervista a Laura Martina Pasanisi: Scopriamo l’inglese con lei
Redazione The Digital Moon
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