Intervista ad Alessandro: La voce come arte-tecnica
Intervista ad Alessandro: La voce come arte-tecnica
In che modo la tua formazione accademica e la specializzazione in vocologia hanno influenzato il tuo approccio al canto moderno?
La specializzazione in Vocologia è arrivata in parallelo all’inizio del mio lavoro come insegnante, risultando quindi complementare e funzionale a stimolare la curiosità verso la ricerca della voce. È stato un percorso di scoperta, prima di tutto come cantante, perché tutti gli elementi studiati durante il corso hanno portato alla rivelazione di tanti piccoli pezzi del puzzle che compone la mia vocalità, all’inizio bloccata da freni, paure e limiti del pensiero.
Il master fornisce una vera e propria “borsa degli attrezzi” per diventare artigiani della voce e compagni di viaggio degli allievi che arrivano in studio. Da lì, però, ho sentito il bisogno di fare un ulteriore salto tornare alla musica, alla comunicazione e all’espressione libera del cantante che desidera raccontarsi attraverso l’arte vocale e la musica.
Hai studiato con numerosi insegnanti e metodi diversi cosa ti ha lasciato questa varietà di esperienze nella tua identità artistica e didattica?
Mi ha lasciato l’amore per la diversità, la bellezza delle possibilità e la voglia di uscire dagli standard e dalla parola “metodo”, per valorizzare la personalità vocale di ognuno. Tutto può servire, tutto può funzionare, ma il centro è l’allievo: il centro è l’esperienza e la consapevolezza. Il centro è il lavoro sul mindset, per andare oltre i tarli della mente che bloccano le nostre possibilità espressive.
Da qui nasce anche il nome del mio studio, “Free Your Mind”, oltre che il titolo di uno dei miei brani, nato dopo aver iniziato a esplorare la voce anche attraverso la meditazione.
Dal palco dei concerti alla strada come busker: che differenze hai trovato nel rapporto con il pubblico e cosa ti ha insegnato su di te come performer?
Negli anni la musica è cambiata il Covid ha ridimensionato gli spazi, le app di streaming hanno reso tutto estremamente democratico, ma spesso anche difficile da riconoscere come lavoro. Così, qualche anno fa, mi sono detto: “basta trovare problemi alle soluzioni, è il momento di fare un salto”, o, come dice il mio maestro Albert Hera, di “tornare al canto agricolo, quello del fare con le mani sulla terra della musica”.
E così ho deciso di trovare una strada — e l’ho trovata davvero. Nel busking ho recuperato l’umiltà del lavorare e del costruirsi il palco ogni sera, ma ho scoperto anche i sorrisi del pubblico, soprattutto straniero nelle città di vacanza. Ho mostrato anche a quello italiano che la musica può riaccendere un’emozione, spesso sopita dall’abuso dei social e dalla paura diffusa dell’ultimo decennio, tra malattie e guerre. Ho incontrato la curiosità dei bambini e scoperto, infine, una dimensione sorprendentemente valida anche come attività musicale.
Come integri il lavoro sul corpo, sulla postura e sul benessere emotivo nella didattica del canto e nella tua pratica artistica?
La voce nasce nel buio della laringe, da una sinergia di muscoli, respiro e memoria; la parola può mentire, ma la voce no, la voce cerca sempre di dire la sua verità, con tutto ciò che le sta attorno. Il sistema corpo-cuore-mente vive di postura e coordinazione, di compensi e di vissuti scritti in ogni cellula del corpo.
Trovare consapevolezza nel proprio corpo è il punto di partenza ed è anche un obbiettivo che si alimenta mentre lavoro con il canto, un elemento che non può essere escluso dal percorso. È un cammino di conoscenza di sé intrecciato con tecnica, musica e regole, spesso date proprio per essere superate, per rompere gli schemi e arrivare a scriverne di proprie.
D’altronde insegno canto moderno, dove la base della ricerca è l’unicità e la riconoscibilità della voce. Non si canta solo quando si sta bene, ma attraverso il canto si può imparare a vivere nonostante il bene e il male, trasformando il proprio sentire in una risorsa, affiché la voce sia una novità a ogni vocalizzazione. Non possiamo fare altro che cantare ciò che abbiamo nel momento in cui siamo, ascoltando profondamente il nostro stare nel corpo e il nostro sentire emotivo. Da questo ascolto profondo, l’intonazione diventa, poco alla volta, arte.
Il tuo progetto come cantautore Alex Fortin unisce pop, dance e hip hop che ruolo ha la sperimentazione musicale nel tuo percorso creativo?
È il centro: appena può, la mia vita cerca di uscire dalla routine, ha bisogno di novità. La scelta di partire dal pop è stata fisiologica, perché è il genere che cambia insieme al sentire della società e della vita, crea sfumature diverse con ogni cantante e in ogni canzone, in ogni disco. Può essere il pop di Madonna, ma anche l’altitudine rock di Pink, l’R’n’B di Beyoncé con le Destiny’s Child, che poi diventa country nel 2025; dalle boy band fino al disco di Natale di Mariah Carey. E’ Robbie Williams, Justin Timberlake, sono i Linkin Park e tutto ciò che c’è in mezzo.
Variare genere mi permette di ritrovare riflessi diversi della mia vita e della mia voglia di essere creativo, perché la creatività nutre — e ha nutrito — soprattutto nei passaggi più complessi della mia vita, regalandomi respiro e quel filo di speranza che cerco sempre di trasmettere quando canto e quando insegno.
Intervista ad Alessandro: La voce come arte-tecnica
Redazione The Digital Moon
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