Il bisogno di essere visto
Il bisogno di essere visto
L’astinenza ha le sue fasi, ma sotto la superficie pulsa sempre un’unica ferita: il bisogno di essere visto. Prima c’è la negazione, poi il dolore, poi la disperata, umiliante ricerca di un surrogato. Le notti erano diventate il mio campo di battaglia. Il silenzio della casa, il respiro tranquillo di mia moglie nel letto accanto a me… tutto diventava un amplificatore del vuoto che avevo dentro.
La discesa nel digitale: quando il bisogno di essere visto esplode
L’astinenza ha le sue fasi. Prima c’è la negazione, poi il dolore, poi la disperata, umiliante ricerca di un surrogato. Le notti erano diventate il mio campo di battaglia. Il silenzio della casa, il respiro tranquillo di mia moglie nel letto accanto a me… tutto diventava un amplificatore del vuoto che avevo dentro.
La ballad spoglia e industriale che ascoltavo era diventata la mia unica compagna, ma non bastava più. Il dolore, da solo, non riempiva. E in una di quelle notti, nacque un’idea velenosa. Se era stato quello sguardo a farmi sentire vivo, se era stata la sensazione di essere “riconosciuto” a dare inizio a tutto, forse potevo trovarlo di nuovo.
Fu un tentativo patetico di rassicurarmi: non ero stato un illuso. Avevo solo una necessità impellente, il bisogno di essere visto da qualcuno, chiunque fosse, per sentirmi ancora reale.
Iniziai a cercare nel luogo più vasto e impersonale di tutti: internet. App di incontri, chat anonime, poi qualcosa di più diretto. Siti dove non servivano parole, dove tutto era ridotto all’essenziale: un bisogno, un prezzo, un indirizzo. Non cercavo sesso, non cercavo intimità. Cercavo un’eco.
Uno specchio da Luna Park: l’illusione di essere visti
Creai un profilo con una foto sfocata e poche frasi studiate: l’esploratore che non ha mai lasciato la costa. Le risposte arrivarono. Donne sole, curiose o semplicemente annoiate. All’inizio, sentii un debole brivido, l’ombra della vecchia euforia. Qualcuna rispondeva. Per qualche minuto, lo specchio sembrava funzionare di nuovo.
Ma era uno specchio da luna park. Ogni incontro era una transazione vuota. Corpi senza sguardi. Contatto senza connessione. E dopo, nel silenzio di una camera d’albergo anonima o nel buio dell’auto parcheggiata in una zona industriale, mi sentivo più solo di prima.
C’era una canzone che scoprii in quei giorni. Brutale, industriale, ossessiva. Parlava di vicinanza attraverso la carne, di cercare Dio in un corpo, di voler sentire qualcuno da dentro. La ascoltavo in loop perché diceva esattamente ciò che non osavo ammettere: che stavo cercando di sentirmi vivo attraverso la cosa più morta di tutte.
Ero un topo in un esperimento che premeva la leva anche quando il cibo era finito. La meschinità di quel bisogno mi soffocava, ma il bisogno di essere visto, anche solo per un istante fugace e mercenario, era più forte della vergogna.
Il tradimento silenzioso dietro la voglia di essere visto
Il culmine della mia discesa avvenne un giovedì sera. Ero sul divano, il telefono in mano, immerso in una conversazione con una donna che mi aveva mandato un indirizzo. Stavo per alzarmi, inventare una scusa, uscire di nuovo.
“Papà, mi aiuti a costruire la torre?”
Alzai lo sguardo. La luce blu dello schermo mi illuminava il viso come uno spettro. Mia figlia era lì, a due metri da me, con i suoi mattoncini colorati. Un mondo intero di realtà, di affetto, di bisogno autentico. E io ero “altrove”. In una conversazione con un fantasma digitale, nel disperato tentativo di rianimare il cadavere di una sensazione.
“Un attimo, tesoro,” dissi. E tornai a fissare lo schermo.
Lei aspettò. Poi, dopo un minuto di silenzio, iniziò a costruire la sua torre da sola.
In quell’istante, ho capito cosa fosse la vera solitudine. Non era la mancanza di lei. Non era il vuoto lasciato dall’illusione. Era essere seduto sul divano di casa mia, a pochi passi dalle persone che avrebbero dovuto essere il mio mondo e sentirmi un alieno.
Il mio tradimento non era stato solo quello fisico. Era questo. Questo tradimento silenzioso, quotidiano. L’assenza. Ero un uomo senza patria emotiva. Un apolide dell’anima.
Oltre il bisogno di essere visto: imparare a stare nel buio
Quella sera non uscii. Cancellai l’appuntamento. Cancellai il profilo. Ma non per virtù ritrovata. Lo feci perché finalmente avevo capito: non stavo cercando un altro specchio. Stavo cercando di distruggermi.
Ogni incontro era un modo per punirmi. Per confermare che ero vuoto. E in quella consapevolezza gelida, capii che dovevo scegliere. Non tra la fantasia e la realtà, ma se continuare a cercare me stesso negli occhi degli altri o se avere il coraggio di guardarmi da solo.
Mi guardai allo specchio del bagno per la prima volta da settimane. Non cercavo riflessi altrui. Cercavo il mio. E quello che vidi mi terrorizzò. La dipendenza più devastante non era stata lei. Era stata il bisogno di essere visto. E quella dipendenza non l’avrei mai curata cercando un altro pusher.
Dovevo imparare a stare nel buio. Da solo. Con me stesso. Anche se significava affrontare il vuoto senza anestetici, senza specchi, senza quella canzone ossessiva. Anche se significava ammettere che forse, quel vuoto, me lo ero procurato da solo.
Il bisogno di essere visto
Dario Fossati
Social The Digital Moon | Leggi altri aritcoli qui.
https://www.instagram.com/thedigitalmoon

