Intervista Matias Arias (DjChory): Dai primi strumenti ai club
Intervista Matias Arias (DjChory): Dai primi strumenti ai club
Matias, chi sei e com’è nato il tuo legame con la musica ma soprattutto cosa ti ha spinto a passare da spettatore a protagonista?
Mi chiamo Matias, ho 22 anni, sono colombiano e vivo in Italia da diversi anni. La musica ha sempre fatto parte della mia vita: è una passione che affonda le sue radici nella mia infanzia. Sin da piccolo, quando ancora vivevo in Colombia, mia madre ha avuto un ruolo fondamentale nel trasmettermi l’amore per la musica. Già all’età di 5 o 6 anni ho iniziato a frequentare il conservatorio, dove ho avuto modo di suonare diversi strumenti.
Oggi questa passione si sta trasformando in un percorso di vita: sono un giovane DJ, in continua evoluzione. Dopo il trasferimento in Italia, ho dovuto interrompere gli studi musicali. Intorno ai 16-17 anni ho scoperto la musica elettronica e qualcosa è cambiato. A 18 anni ho iniziato a frequentare club come Il Muretto e After Caposile, entrando a diretto contatto con una scena che mi ha subito affascinato per la sua energia, creatività e capacità di unire le persone.
Da lì è nata una voglia forte di esprimermi, di condividere emozioni e creare connessioni reali attraverso la musica. Mettermi dietro una console è stato un modo per far sentire ciò che ho dentro, per trasmettere un’energia personale al pubblico. È così che ho iniziato il mio percorso come DJ, un viaggio personale che continua a evolversi giorno dopo giorno.
Il tuo nome d’arte è Chory, ha un suono distintivo e personale. Da dove nasce questo nome e cosa rappresenta per te?
Il mio nome d’arte, Chory, nasce da un soprannome che veniva dato a mio padre da giovane. Si chiama Mauricio, ma i suoi amici lo chiamavano “Chory Loco” perché, insieme a loro, vendeva “choripán” — un cibo di strada tipico colombiano.
Per me questo nome ha un valore molto profondo. Mio padre l’ho visto per l’ultima volta nel 2009, quindi l’ho conosciuto e vissuto solo in parte. Scegliere Chory come nome d’arte è stato un modo per portarmi dietro qualcosa di lui.
Hai studiato Servizi Culturali e dello Spettacolo: quanto ha influenzato la tua visione artistica e il tuo approccio alla musica?
Ho studiato un indirizzo audiovisivo, in particolare Servizi Culturali e dello Spettacolo, un percorso che ha avuto un ruolo importante nel rinnovare la mia passione per la musica e il suono. Durante gli anni di studio, alcune materie si sono concentrate sullo studio del suono nei film, nei cortometraggi e nei video in generale, e questo mi ha permesso di vedere la musica da una prospettiva diversa.
Non si trattava solo di ascoltare o riprodurre suoni, ma di capire come il suono può raccontare storie. Questo approccio più tecnico e creativo allo stesso tempo ha riacceso quella scintilla che avevo da piccolo, avvicinandomi con più consapevolezza a quello che è il mondo del suono e della musica.
Quando hai messo le mani su una console per la prima volta, che sensazioni hai provato? Hai sentito più paura o più libertà?
La prima volta che ho messo le mani su una console è stato un momento che non dimenticherò mai. C’era sicuramente un po’ di tensione, un mix di adrenalina e concentrazione, ma più di tutto ho sentito una grande sensazione di libertà. Era come se, finalmente, avessi trovato uno spazio dove poter esprimere me stesso senza filtri, dove ogni scelta musicale poteva raccontare qualcosa di mio.
Non ho provato paura in senso stretto, ma rispetto. Rispetto per quello che stavo facendo, per il pubblico davanti a me e per la musica stessa. In quel momento ho capito che dietro una console non stai solo mettendo dei dischi: stai creando un’atmosfera, stai guidando delle emozioni.
È lì che ho sentito di essere nel posto giusto.
Il tuo genere musicale si muove tra tech house e deep con forti influenze sudamericane. È una scelta consapevole per onorare le tue radici o qualcosa che viene naturale?
Direi che è un mix tra una scelta consapevole e qualcosa che viene in modo naturale. Le influenze sudamericane fanno parte di me, sono radicate nella mia cultura e nella mia storia personale, quindi è inevitabile che emergano quando creo o seleziono musica.
Quando ho iniziato a suonare musica elettronica, mi sono avvicinato inizialmente alla minimal. Era un genere che mi affascinava per la sua essenzialità e per la sua capacità di creare atmosfera anche con pochi elementi. Col tempo, però, ho sentito l’esigenza di qualcosa di più dinamico, più ricco, che rispecchiasse meglio la mia personalità e le mie radici.
È stato così che ho iniziato a orientarmi verso l’house e le sue diverse sfumature. Ho capito che era un terreno molto più vicino a me: mi dava la possibilità di sperimentare con groove più marcati, ritmi più coinvolgenti, e soprattutto di inserire percussioni e suoni organici che mi ricordavano le atmosfere calde e ritmiche tipiche della musica sudamericana con cui sono cresciuto.
In particolare, i groove ipnotici e fluidi della tech house, uniti a linee ritmiche più ricche e profonde, mi permettono oggi di costruire set che non sono solo ballabili, ma anche espressivi e personali.
Non è stato un cambiamento forzato, né una strategia: è stato un processo naturale, ma che ho scelto di coltivare consapevolmente, perché mi rappresenta davvero. E credo che, quando la musica riflette chi sei, arriva in modo più diretto e autentico a chi ti ascolta.
Nel ultimo anno hai pubblicato due brani, “Get Your Attention” e “The Alley”. Qual è stato il processo di realizzazione e che cosa vuoi trasmettere?
“Get Your Attention” è stato il mio primo vero approccio alla produzione. È nato senza un riferimento preciso, senza seguire un’estetica definita o un genere in particolare. Non rispecchia pienamente il mio stile attuale, ma è stato un punto di partenza importante.
In quel momento sentivo semplicemente il bisogno di iniziare, di creare qualcosa da zero, di buttarmi nel mondo della produzione con uno spirito sperimentale e istintivo. Volevo capire come strutturare un’idea musicale e imparare attraverso il fare. In un certo senso, è stato un esercizio di libertà creativa, molto spontaneo, quasi grezzo, ma autentico.
“Get Your Attention” e “The Alley” hanno rappresentato per me uno dei primi passi concreti verso la sperimentazione di quello che sentivo potesse diventare il mio stile. Sono stati i miei primi veri lavori nati con l’obiettivo di mettermi alla prova, di esplorare, di capire in che direzione volevo andare.
Li considero una sorta di punto di partenza, un modo per lanciarmi nel mondo della produzione e iniziare a costruire un’identità musicale. Oggi mi trovo ancora in una fase di crescita artistica costante, in cui ogni progetto mi aiuta a definire sempre meglio il mio suono.
Se ti dico “After Caposile”, cosa ti viene in mente? Solo musica o anche qualcosa di più profondo?
Quando penso ad After Caposile, non mi viene in mente solo la musica. Per me è molto di più: è un luogo che ha avuto un impatto profondo sul mio percorso, sia umano che artistico.
Essere DJ resident in un club così speciale significa far parte di qualcosa che va oltre la semplice esibizione. È un ambiente in cui la musica diventa un linguaggio autentico, dove si crea una connessione vera con il pubblico, con il dancefloor, con gli altri artisti.
A Caposile ho trovato un contesto che mi ha fatto crescere, che mi ha dato fiducia e mi ha permesso di esprimermi davvero. Ogni volta che suono lì, sento che sto raccontando una parte di me, e lo faccio in un luogo che riconosco quasi come casa.
Per questo Caposile per me non è solo un club, ma un punto di riferimento emotivo e creativo, un posto dove la passione prende forma e dove ho vissuto momenti che porterò con me per sempre.
Hai fondato “Blow Beat” con il tuo gruppo: cos’è e quanto conta per te condividere il percorso con altri artisti?
Blow Beat è nato da un’idea semplice ma potente: condividere un percorso, un’identità musicale e una visione comune con altre persone che, prima ancora di essere colleghi, sono amici. L’abbiamo fondato con l’obiettivo di creare qualcosa che fosse nostro, che potesse rappresentarci al 100%, sia nei suoni che nell’energia che portiamo nei nostri set.
Lo stile di Blow Beat si ispira fortemente all’universo della street art, che abbiamo voluto riportare nella musica elettronica. È un linguaggio diretto, crudo, autentico, che riflette la nostra attitudine e il modo in cui viviamo la musica: come forma di espressione libera, urbana e senza compromessi.
Per me condividere questo viaggio con altre persone ha un valore enorme. Credo che il confronto, lo scambio di idee e il crescere insieme siano fondamentali, soprattutto in un mondo come quello della musica elettronica, dove l’ispirazione nasce spesso da ciò che vivi con gli altri.
Con Blow Beat non siamo solo un gruppo che si esibisce: siamo una realtà che si muove con una direzione chiara, che sperimenta, che si trasforma e che costruisce qualcosa di autentico, giorno dopo giorno.
Hai portato la tua musica anche all’estero, con date a Tenerife e Monaco di Baviera. Che emozioni provi quando sei sul palco?
Portare la mia musica all’estero, in posti come Tenerife e Monaco di Baviera, è stata un’emozione fortissima. Ogni volta che salgo sul palco, soprattutto fuori dall’Italia, sento un mix di adrenalina, gratitudine e responsabilità. È come se in quel momento tutto il lavoro fatto fino a lì — la ricerca musicale, le ore in studio, i live, i dubbi — prendesse forma in modo ancora più intenso e concreto.
Vedere persone che non mi conoscono reagire, ballare, connettersi con ciò che propongo, è qualcosa che non smette mai di sorprendermi. Quando sei lontano da casa e riesci comunque a creare un legame autentico con il dancefloor, capisci che la musica ha davvero un linguaggio universale.
Questi viaggi non sono solo esperienze artistiche, ma anche personali: mi arricchiscono, mi spingono a dare sempre di più e mi ricordano perché faccio tutto questo. Suonare all’estero è una delle cose che più mi fa sentire vivo e motivato a continuare a crescere.
Ad agosto suonerai in Colombia: cosa rappresenta per te tornare a suonare proprio lì, dove sei nato?
Suonare in Colombia, ad agosto, sarà senza dubbio uno dei momenti più significativi del mio percorso finora. È il Paese dove sono nato, dove ho mosso i primi passi, e dove è nata anche la mia passione per la musica, grazie a mia madre. Tornare lì non è solo una trasferta artistica, ma un ritorno alle origini, carico di emozioni personali.
Poter condividere la mia musica in un luogo che fa parte così profondamente della mia storia ha un valore enorme. È come chiudere un cerchio e, allo stesso tempo, aprirne uno nuovo.
Sentire l’energia del pubblico colombiano, respirare di nuovo quelle atmosfere, portare lì ciò che sono diventato… è qualcosa che va oltre la semplice performance. È un modo per onorare le mie radici e per ringraziare, attraverso la musica, il posto da cui tutto è cominciato.
Che consigli daresti a un ragazzo o una ragazza che vorrebbe iniziare a intraprendere seriamente una carriera da DJ?
Il consiglio che darei a chi vuole intraprendere seriamente una carriera da DJ è, prima di tutto, essere curioso e avere pazienza. All’inizio può sembrare tutto molto veloce, ma la verità è che servono tempo, dedizione e continuità per costruire qualcosa di solido.
Bisogna ascoltare tanta musica, non limitarsi a un solo genere, capire come funziona un dancefloor, osservare gli altri e, soprattutto, trovare una propria identità musicale, senza cercare scorciatoie.
Un altro aspetto importante è non avere paura di sbagliare: ogni set, ogni errore, ogni momento di incertezza ti insegna qualcosa, se sei disposto a imparare.
Infine, direi di circondarsi di persone con cui condividere la stessa passione. Avere accanto qualcuno con cui confrontarsi, crescere, o semplicemente parlare di musica, fa davvero la differenza.
Non conta dove arrivi, ma come costruisci il tuo percorso, passo dopo passo.
Intervista Matias Arias (DjChory): Dai primi strumenti ai club
Redazione The Digital Moon
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