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Intervista Francesco Avvisati: Empatia tra Arte e Riflesso

Intervista Francesco Avvisati: Empatia tra Arte e Riflesso

Come nasce l’interesse per i neuroni specchio e in che modo questa tematica si riflette nel tuo linguaggio artistico?

Tutto è nato per caso, sfogliando un libro trovato su una bancarella. Parlava di neuroni specchio e mi ha aperto un mondo: l’idea che possiamo sentire ciò che prova l’altro solo guardandolo mi è sembrata potentissima. Ho iniziato a pensare che anche nell’arte lo sguardo non sia mai neutro. È come se l’opera si completasse nello spettatore. Ogni mio gesto, ogni traccia lasciata su una superficie, può diventare un segno che resta in chi guarda. Invisibile, ma reale. Una sorta di fantasma emotivo che si deposita dentro.

“Le Veneri Empatiche” propone una narrazione in tre fasi della figura femminile: perché questa scelta e cosa rappresentano per te queste tre età?

L’idea è nata quasi da sé, in modo spontaneo, come un gioco con il concetto di doppio e poi di molteplice. Volevo che ogni Venere fosse un riflesso emotivo diverso, una tappa possibile del nostro rapporto con l’immagine femminile e con noi stessi. La Madre Venere, a destra, è quella dell’origine, del legame primario, del nutrimento emotivo: quando la guardo è come rinascere. La Nuova Venere, quella a sinistra, invece, parla del presente, della ricerca identitaria, del desiderio d’amore e di connessione. L’Antica Venere, al centro, ci riporta indietro nel tempo, evocando memorie, odori, luoghi che sembrano appartenere a una vita precedente. In fondo, sono tre tempi che convivono: nascita, presente e memoria. E ognuno di noi può ritrovarsi in uno di questi riflessi, o attraversarli tutti, ciclicamente.

Il plexiglass ha un ruolo centrale nell’opera: come sei arrivato a scegliere questo materiale e quali sono le sue implicazioni estetiche ed emotive nel lavoro?

Mi affascina la doppia natura del plexiglass: riflette e, allo stesso tempo, lascia passare. È trasparente, ma trattiene l’immagine. Ho scelto questo materiale proprio per questa sua “doppia” natura. Quando ci si guarda nell’opera, non si vede solo il proprio volto: si percepisce una versione “alterata” di sé, contaminata dalla figura ritratta. Quel riflesso diventa qualcosa che resta anche dopo aver distolto lo sguardo, una traccia invisibile. Ed è proprio lì che nasce l’empatia: non guardi soltanto l’opera, ma è come se l’opera ti guardasse, lasciandoti dentro qualcosa.

La riflessione e la trasparenza sembrano essere anche metafore concettuali: qual è il ruolo dello spettatore nella tua opera?

Lo spettatore è parte dell’opera, senza di lui non si completa. Non si limita a guardare: entra nel lavoro, si riflette, si sovrappone alla figura. Il plexiglass lo mette in dialogo con l’immagine, creando un’interazione viva, quasi tattile. Il confine tra sé e l’altro si fa incerto. In quel momento avviene la contaminazione emotiva: l’opera ti attraversa. E ogni gesto mio, ogni traccia lasciata, può diventare un segno intimo che resta. Una relazione silenziosa, ma molto concreta.

In che modo la pittura astratta, tuo linguaggio d’origine, convive e dialoga con l’immagine fotografica in questa installazione?

Per me è un incontro necessario. Ogni pannello è un doppio strato: davanti c’è una fotografia digitale manipolata, mitizzata. Dietro, il pannello di legno, su cui dipingo in modo gestuale, con gli acrilici, lasciandomi guidare più dall’istinto che dalla forma. La fotografia dà un volto, una presenza; la pittura, invece, respira, si muove, vibra. Non si sovrappongono in modo netto: si disturbano, si completano. Come se la pittura fosse la voce dell’inconscio della Venere, e la fotografia la sua carne visibile.

Il corpo, in particolare quello femminile, è al centro dell’opera: come ti sei confrontato con la possibilità di rappresentarlo senza cadere in cliché visivi o simbolici?

Ho cercato di restare lontano da ogni idealizzazione. Le mie Veneri non sono perfette, non sono erotizzate: sono fragili, vive, vere. Mi ispiro alle figure arcaiche, alle madri dei miti, ma le rendo umane. Il corpo non è mai solo forma: è campo emotivo, è segno di passaggi, di memorie. È in quei dettagli che non cerco la bellezza, ma la “verità”, che io trovo solo nella forza della figura. Non cerco di rappresentarla: la faccio emergere.

Hai presentato “Le Veneri Empatiche” in un contesto specifico come Summer/Esporsi: come ha reagito il pubblico e che tipo di dialogo si è instaurato con il luogo?

L’opera ha generato subito un dialogo molto diretto. Alcune persone mi hanno detto che si sono riconosciute in quelle figure, in quei riflessi. Altri sono rimasti a lungo davanti all’opera, osservandosi dentro mentre guardavano l’immagine. Il contesto aveva una doppia natura: da un lato c’erano queste enormi sale, grosse, molto ampie, ma allo stesso tempo si respirava un tipo di atmosfera intima, e questa dualità – a mio parere – ha favorito queste reazioni sincere. C’era chi scattava foto, chi cercava di capire i vari “livelli” dell’opera da vicino, e chi restava in silenzio, perso in quei riflessi. Per me è stata una delle esperienze più belle: ho sentito che l’opera aveva davvero creato una connessione profonda con chi la osservava.

Pensi che l’arte possa avere un ruolo attivo nell’educazione empatica e percettiva dello spettatore contemporaneo?

Sì, profondamente. L’arte non spiega, non dà risposte: apre, mette in relazione. Ti mostra qualcosa che non sei tu, ma che ti parla comunque. È lì che nasce l’empatia: da quel sentire inatteso. Non è un processo solo intellettuale, ma soprattutto percettivo. Ti muove dentro, a volte senza che tu te ne accorga subito. E proprio da quel movimento interno può iniziare un ascolto vero, verso sé e verso l’altro.

C’è una componente autobiografica o personale nel tuo rapporto con le figure femminili rappresentate?

Sì, c’è una forte componente personale. Le donne che hanno fatto parte della mia vita mi hanno trasmesso ascolto, sensibilità, una forza emotiva profonda. Le Veneri sono anche un omaggio a questo legame. Ma mentre le creo, emergono anche altri frammenti: ricordi, voci, gesti, carezze; come se la figura femminile diventasse uno specchio empatico, un punctum che ti segna dentro, nell’animo.

Quali sono i prossimi sviluppi della tua ricerca? Continuerai a lavorare sul tema dell’empatia o stai esplorando nuove direzioni?

L’empatia resta un filo che continua a guidarmi, ma sento il bisogno di allargarne il campo. Voglio esplorare come questa dimensione possa diventare più collettiva, sociale. L’idea che un’immagine o un gesto possano lasciare un’impronta invisibile nell’altro è qualcosa che voglio approfondire ancora. Per me l’arte è, e deve restare, un atto di relazione. Il senso vero si trova nella connessione, non nell’oggetto in sé.


Intervista Francesco Avvisati: Empatia tra Arte e Riflesso
Redazione The Digital Moon

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