Intervista a Cristiano Ruiu: la Juve di Moggi
Intervista a Cristiano Ruiu: la Juve di Moggi
Nel momento in cui Mediaset ti propose una collaborazione estiva, cosa ti spinse a rifiutare e restare fedele a Telelombardia?
Diciamo che in quegli anni era molto in voga la pratica, da parte di Mediaset, di andare a “pescare” i giovani giornalisti nelle televisioni regionali. La chiamata estiva di Mediaset era un po’ il desiderio e l’obiettivo della mia generazione, perché era il momento d’oro delle reti Mediaset, anche per via degli stipendi più elevati.
Utilizzando una metafora, all’epoca ho pensato che preferivo essere protagonista in una media realtà piuttosto che essere riserva in una grande squadra. Ho sempre sentito che la mia dimensione e il mio legame fossero con Telelombardia, e di conseguenza ho deciso di restare lì. Poi anche per un fatto di comodità, di vicinanza, perché al tempo ancora studiavo. Oltretutto due anni prima avevo rifiutato anche la “chiamata” di Ravezzani che nel frattempo si era trasferito ad Antenna 3 proprio perché sentivo forte il mio legame con Telelombardia. Tra l’altro lui non me l’ha ancora perdonato (ride). Anche se poi fu proprio Ravezzani a tornare “a casa” solo un anno dopo.
Ho pensato che quella fosse la strada giusta: rimanere fedele a Telelombardia, e non mi sono mai pentito. Proprio in quell’anno erano andati via prima Giovanni Guardalà e poi Simone Malagutti che ricoprivano il ruolo di inviati sulla Juventus. Così Fabio Ravezzani propose a me di seguire la Juve. Questo mi ha fatto scegliere con più leggerezza di rimanere a Telelombardia, perché significava ancora una volta di più che il Direttore credeva nelle mie qualità.
A differenza di quanto era accaduto negli anni precedenti, a noi della nuova generazione, Fabio Ravezzani chiedeva ad ogni collaboratore di essere più giornalista e meno tifoso. Puntava molto su questo aspetto. Quando mi chiese di seguire la Juve, voleva che la seguissi in toto, ma senza necessariamente essere tifoso della Juve: voleva professionalità e obiettività.
Passai dal seguire il Brescia a una grande squadra (la Juve).
Quando ho iniziato a seguire la Juve, spesso portavo mio nonno con me al Delle Alpi, lui era super juventino. Per un Juve-Roma arrivammo allo stadio, lui si chiamava Cassano di cognome, e stringendo la mano a Giancarlo Camolese, che faceva il commento tecnico, gli disse: “Piacere, Cassano”. Camolese rispose: “È il nonno?”. Lui rispose di sì, ovviamente si riferiva a me, mentre l’ex tecnico del Torino aveva capito che fosse il nonno di Antonio Cassano. Quando segnò, mio nonno era triste e Camolese non capiva perché (ride). Purtroppo nel 2013 ci lasciò, però sono contento di aver realizzato il suo sogno: seguire la Juve da vicino e portarlo con me in tribuna stampa e negli spogliatoi.
Hai definito Telelombardia “casa tua”: cosa rappresenta per te questa emittente sul piano umano e professionale?
È sempre stata la mia dimensione naturale. Telelombardia è il luogo dove sono cresciuto, dove mi sono formato professionalmente, ma anche umanamente. È una realtà che mi ha dato spazio, fiducia, libertà espressiva e affetto. Mi ha permesso di sbagliare, di imparare, di diventare quello che sono oggi. La considero davvero casa mia.
Quando Ravezzani ti affidò la copertura della Juventus, quale fu la tua prima reazione, considerando l’importanza del club?
All’inizio l’ho vissuta con sorpresa ed entusiasmo. Fabio Ravezzani voleva che fossi professionale, distaccato, non tifoso, e questo per me era un grande riconoscimento.
Passare dal seguire il Brescia alla Juve significava fare un grande salto. Mi sentii responsabilizzato e orgoglioso, avevo la possibilità di raccontare il calcio di Serie A negli anni d’oro e ai massimi livelli. Basti pensare che iniziai a seguire la Juventus poche settimane dopo la finale di Manchester. Pensate che cos’era il calcio italiano in quegli anni. E la Juve in particolare.
Com’era l’ambiente interno della Juventus tra il 2003 e il 2005, dal punto di vista organizzativo e comunicativo?
Passavo da un club di provincia, in una realtà di provincia, a Torino: una grande squadra, ma in una città che comunque rimaneva di provincia, almeno come esposizione mediatica. Ed è stato un passaggio fondamentale. È vero che col Brescia avevo con tutti un bel rapporto, ma con la Juve non era molto diverso l’ambiente, perché i giornalisti che la seguivano non erano tanti. Era una realtà grande ma per certi versi anche raccolta, perché ti conoscevano tutti e c’era un rapporto familiare e diretto, sia con i giocatori sia con la società. Questo grazie a Moggi, che aveva il controllo su tutto.
Seguire la Juve significava anche entrare in una delle sfere di potere della famiglia Agnelli, con tutte le conseguenze del caso: meccanismi positivi e negativi. Era una realtà molto particolare ma anche bellissima. Mi ha completato a 360 gradi come giornalista. Seguivo anche le iniziative benefiche, e nel frattempo mi sono laureato.
La Juve mi fece seguire 20 giorni di ritiro estivo: stavo con Chiellini, Buffon, Trezeguet, Capello… per un giovane giornalista c’era la possibilità di imparare tantissimo.
Hai mai vissuto momenti di tensione o scontro diretto con Luciano Moggi?
Sì, una volta ci fu un momento di tensione per via di una notizia che avevo dato su Legrottaglie. Moggi mi chiamò molto arrabbiato, urlando. Poi convocò una conferenza stampa e io mi presentai, come sempre. Lui, davanti a tutti, mi abbracciò e disse: “Questo è un bravo giornalista”. Mi diede una lezione di potere, ma anche di comunicazione.
Che tipo di rapporto avevi costruito con Moggi e con l’ambiente juventino nel tempo?
Un rapporto di rispetto. Lui mi chiamava “il milanista” e spesso scherzava con me. Ma era chiaro che apprezzava il mio lavoro. Una volta mi disse: “Gli arbitri non si comprano, basta fargli capire da che parte sta il potere”. Frasi forti, ma che ti facevano capire quanto fosse strategico e consapevole di ogni dinamica.
Quanto ti ha formato professionalmente quell’esperienza e quanto ti manca oggi quel tipo di giornalismo?
Mi ha formato tantissimo. Oggi il giornalismo sportivo è cambiato: è più filtrato, più distante, più “di superficie”. Allora era diretto, vero, ruvido ma umano. Manca quel contatto, quella possibilità di costruire relazioni, di capire davvero cosa accadeva dietro le quinte.
Hai mai pensato di lasciare il giornalismo sportivo?
No, mai. Anche nei momenti difficili, ho sempre sentito che era la mia strada. Questo mestiere è faticoso, spesso ingrato, ma ti regala emozioni uniche. Non avrei mai potuto fare altro.
Cosa consiglieresti a un giovane che oggi sogna di fare il giornalista sportivo?
Di essere curioso, umile, e di non cercare scorciatoie. Oggi molti pensano che basti apparire per essere giornalisti. Invece bisogna ascoltare, studiare, leggere, faticare. E soprattutto: bisogna essere credibili. Perché la credibilità è tutto.
Intervista a Cristiano Ruiu: la Juve di Moggi
Redazione The Digital Moon
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