Intervista a Leonardo Sarti: Un Viaggio nei Suoi Racconti
Intervista a Leonardo Sarti: Un Viaggio nei Suoi Racconti
Nel tuo racconto scrivi: “non stavo più vivendo: stavo solo correndo”. Ricordi cosa ti ha fatto rendere conto di questo? C’è stato un momento preciso, un segnale?
È successo in negozio, un martedì qualunque. Dovevo chiudere una presentazione che avevo già riscritto tre volte. Mi sono accorto che fissavo lo schermo da cinque minuti senza leggere una riga: il cursore lampeggiava e io non sapevo più perché fossi lì. È stato un campanello perfetto: se il corpo si mette in pausa mentre la giornata va a 300 all’ora, vuol dire che qualcosa non torna.
Hai parlato di un “luogo” che ti ha riportato a te stesso. Qual è stato quel primo posto e cosa ti ha dato, esattamente?
Si chiama Volterra, in provincia di Pisa. Ci sono arrivato quasi per caso, inseguendo un cartello marrone lungo la provinciale. Nel giro di poche ore mi ha dato un silenzio strano: non vuoto, ma denso. Appena imboccato la strada per raggiungerlo, ho trovato la scultura di Mauro Staccioli — questo cerchio di ferro rosso — e in mezzo un tramonto sulle colline mozzafiato. Lì il tempo si è fermato.
In che modo questi borghi silenziosi ti hanno insegnato qualcosa che la vita quotidiana non riusciva più a trasmetterti?
La routine ti ricorda “quanto” fai; un borgo mormora “come” stai. Nei vicoli deserti capisci che esiste un ritmo diverso dal tuo feed. Il dialetto con cui ti salutano, il bar che alle 13 chiude perché «si torna a casa», la campana che rintocca e nessuno scatta in piedi: sono gesti minimi che smontano l’idea che oltre i 100 task al giorno non ci sia vita possibile.
Hai detto che “il tempo non è una risorsa da gestire, ma uno spazio da abitare”. Come si fa, concretamente, ad abitare il tempo?
Io uso tre semplici ancore:
- Un’attività lenta al giorno (leggere su carta, camminare senza musica).
- Micro-pausa di 5 minuti ogni ora, anche solo per affacciarmi alla finestra.
- Agenda con margini vuoti: pianifico l’80% e proteggo il 20% per imprevisti o niente in particolare. Non è filosofia new-age: è ingegneria del margine.
Ogni luogo che citi (Volterra, Pitigliano, Montefioralle) sembra averti lasciato una lezione. Come hai scelto quei luoghi? O forse sono stati loro a scegliere te?
Onestamente è stato un incastro. Cercavo posti fuori dalle rotte autostradali; loro — con una mappa aperta e zero filtri “Più popolari” — si sono fatti trovare. Quando arrivi e scopri che l’unica panchina è libera, ti chiedi se non fosse lei ad aspettare te.
Il viaggio autentico ti “costringe a rallentare”, scrivi. Cosa cambia dentro di te quando finalmente rallenti?
Prima di tutto si riallineano mente e corpo: il battito torna normale, la vista smette di “saltare fotogrammi”. Poi scatta un effetto collaterale prezioso: ascolto meglio gli altri. Quando non sei in apnea, l’empatia ha spazio.
Viviamo in una società che premia la produttività e la velocità. Hai mai avuto la sensazione di “tradire” qualcosa scegliendo la lentezza?
Sì, soprattutto all’inizio. L’idea di non essere “sul pezzo” brucia: temi di perdere opportunità, di sembrare poco ambizioso. Poi realizzi che l’unica cosa che tradiresti davvero è la tua salute — mentale e fisica — continuando a correre a vuoto.
Cosa hai lasciato andare durante questi viaggi? E cosa hai trovato?
Ho lasciato andare l’urgenza finta: notifiche, pranzi consumati in piedi, la mania di dire subito “Sì, lo faccio io”. Ho trovato tempo vuoto che si riempie di cose reali: un dialogo più lungo con mio padre, il gusto di stare con la mia compagna, mia figlia, gli amici, ore intere senza schermo.
Se potessi consigliare a qualcuno un luogo per iniziare questo “viaggio lento”, quale sarebbe e perché?
Consiglio Pitigliano (GR). È abbastanza piccolo da girarlo a piedi in un pomeriggio e abbastanza ricco di storia da tenerti lì un weekend. La sera, quando i pullman dei visitatori se ne vanno, senti solo i passi sull’acciottolato: è il silenzio giusto per cominciare.
Oggi, nella tua vita quotidiana, come riesci a mantenere viva questa filosofia del tempo lento anche quando tutto intorno corre?
Uso un trucco banalissimo: limito la giornata a tre priorità “non negoziabili”. Se ne arriva una quarta, o entra domani o se ne fa carico qualcun altro. In più, almeno due volte al mese prendo due domeniche e le dedico a un micro-viaggio in macchina — di solito verso un posto qualunque entro 200 km. Mi ricorda che la lentezza non è un lusso, è manutenzione ordinaria.
Intervista a Leonardo Sarti: Un Viaggio nei Suoi Racconti
Redazione The Digital Moon
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