Intervista a Pasquale Di Matteo: Dalla fabbrica all’arte contemporanea e alla geopolitica
Intervista a Pasquale Di Matteo: Dalla fabbrica all’arte contemporanea e alla geopolitica
Ciao Pasquale! Il tuo percorso è un esempio straordinario di determinazione: lavoratore in fabbrica per 24 anni, hai poi conseguito il diploma alle serali, due percorsi universitari e rivoluzionato la tua vita. In che modo la disciplina accumulata in quegli anni di fabbrica e di studio serale si riflette nella tua incredibile routine lavorativa odierna che inizia ogni mattina alle 5:30?
Diciamo che la disciplina l’ho appresa studiando arti marziali fin da ragazzo. Judo, Kali filippino e Wing Chun. La disciplina è fondamentale. Altrimenti si cade nella classica scusa sulla bocca di tutti: “Non ho tempo.” Ma il tempo si ricava. Ce l’hanno tutti. Anche perché, poi scopri che chi non ha tempo ha visto ogni puntata del reality famoso in tv o è andato al bar con gli amici.
Io ho abolito la tv. O quasi. Nelle ore che gli altri passano sul divano, io studio. Quando gli altri sono ancora a nanna, io comincio a lavorare. In questo modo, posso dilatare la mia pausa pranzo per ricavare un’oretta per tenermi in forma. Perché se non curi il corpo, finisci come quel tale che non spende un euro per un tagliando all’auto e poi si lamenta quando resta a piedi.
La passione per l’arte ti ha portato a curare mostre in sedi istituzionali prestigiose come il Campidoglio a Roma e collaborazioni internazionali, fino a rappresentare in Italia la prestigiosa società culturale giapponese Reijinsha. Pensando ai grandi storici e critici d’arte come l’iconico Gillo Dorfles qual è secondo te il ruolo del curatore e della critica nel contestualizzare l’arte contemporanea al giorno d’oggi?
Il passato è preistoria. E per passato, intendo chiunque abbia fatto arte prima del 2015. Gli stessi nomi altisonanti sono maschere di cera che si trascinano negli eventi, potendo contare ancora sul fatto che l’Italia sia un Paese di anziani.
Oggi, il curatore deve essere, prima di ogni altra cosa, un esperto di Internet, di social network e di Comunicazione. Non uno smanettone formatosi con qualche corsettino pagato a caro prezzo al fuffaguru su YouTube, ma con titoli accademici riconosciuti da Miur. E con aggiornamenti continui.
Chi si è laureato vent’anni fa non ha nessuna competenza spendibile nel mondo attuale. Chi sostiene il contrario non sa nemmeno di cosa parla. Non a caso, quando Reijinsha ha scelto me, in Italia, ha detto no a qualche nome molto, ma molto famoso, per i motivi che ho appena spiegato.
Oltre all’arte, ti occupi di geopolitica come vicedirettore di Tamagozine, sei un autore con quattro romanzi all’attivo e curi il branding per professionisti e politici. Come riesci a far dialogare ambiti apparentemente diversi come l’analisi economica internazionale, la scrittura di narrativa e la comunicazione aziendale?
Il mondo del lavoro non può fare a meno della geopolitica, oggi. Un’azienda che non segue cosa accade nel mondo è destinata a morire in tempi brevi. Il caso di Kodak è emblematico. Era leader mondiale nei rullini fotografici. Un suo ingegnere inventò la prima macchina fotografica digitale nel 1975. Si chiamava Steven Sasson.
Propose la sua invenzione ai vertici aziendali, ma lo derisero. Non compresero che il mondo sarebbe cambiato. Nel 2012, Kodak ha dichiarato fallimento. Chi ha puntato sulle macchine digitali ha fatto soldi a palate. E oggi è ancora peggio. Perché, fino all’avvento di Internet, il mondo cambiava ogni vent’anni. Massimo ogni dieci. Oggi cambia nel giro di una settimana. Spesso in un weekend. Ti svegli di domenica e l’America ha bombardato una nazione alleata a chi produce microchip, vende petrolio o terre rare. Il lunedì la tua azienda crolla in borsa e le bollette schizzano alle stelle. Spesso chi guarda da fuori vede solo i traguardi raggiunti, ignorando i sacrifici, le rinunce e le pochissime vacanze necessarie per costruire un percorso di successo. Qual è la lezione più import
Qual è la lezione più importante che hai imparato nei mesi della malattia nel 2017 e che ti guida ancora oggi nel superare le sfide professionali?
La vita è una sola e ne conosciamo solo il punto di inizio. Nessuno di noi sa quando morirà. Potrebbe essere dopo gli ottant’anni o domattina. Un incidente, un infarto, una malattia fulminante, un pazzo per strada, una fatalità. Se la gente si rendesse conto di quanto sia facile morire, capirebbe che il tempo che ci è dato da vivere vale molto più di tutto l’oro sul pianeta, di tutti i diamanti, il petrolio e le ricchezze di un impero.
Perciò, non va sprecato. Per riposare, abbiamo l’eternità, dopo la morte. Perciò, metti nel mirino un obiettivo, documentati su ciò che serve per realizzarlo e metticela tutta. Non puoi pagare l’università? Rinuncia alle vacanze, alle pizze e al cinema il sabato sera, all’abbonamento alla tv a pagamento. Non andare in palestra. Allenati in garage e corri sulla ciclabile.
Non c’è bisogno di acquistare una nuova maglietta. Io sono riuscito a fare sei giorni di vacanza al mare quest’anno. Portandomi il computer per lavorare un paio d’ore al pomeriggio. L’ultima volta che avevo staccato per più di un solo giorno era stato alla fine del 2018. Perché non ci sono segreti e non esiste la fortuna. C’è solo chi ha le palle e chi le inventa, per accampare scuse: non ho soldi, sono troppo stanco, non conosco nessuno. Tutte cazzate.
Se vuoi raggiungere obiettivi banali, basta fare ciò che fanno tutti. Cerchi un impiego alle dipendenze e il gioco è fatto. Nessuno sbattimento a cercare clienti, a rispondere a quello che non è soddisfatto della commessa inviata, a quell’altro che ti ha fatto causa e vuole indietro i soldi. Tu prendi il tuo stipendio. Nessuno te lo chiederà indietro. Nessuno ti chiederà l’anticipo sull’Iva e sulle imposte dell’anno prossimo.
Una volta che hai timbrato il cartellino, sei un uomo libero fino al giorno dopo. Ma se vuoi raggiungere obiettivi più aulici, di quelli che vedi in televisione e credi siano extratterestri, devi ingoiare amaro. Non puoi fare la vita comoda e sperare che qualcuno ti bussi alla porta. Devi studiare, devi imparare, devi lavorare e dimostrare che sai fare qualcosa di più di una mansione che qualunque collega sa fare come te. Ma le persone che fanno cose straordinarie sono anche quelle disposte a intraprendere percorsi che le persone comuni non farebbero mai. Il successo non è per tutti.
Tra l’imminente completamento del tuo quinto romanzo, le attività con la spagnola Elite Academy e l’organizzazione del prossimo viaggio in Giappone a febbraio, quali sono i progetti e le nuove sfide culturali che non vedi l’ora di realizzare?
Il romanzo è a buon punto. Sto ultimando l’editing, poi ho già individuato un paio di case editrici idonee a cui sottoporlo. Così, per qualche mese, avrò tempo da dedicare alle altre attività. Se poi non riceverò riscontri positivi, lo pubblicherò in autonomia, come fatto finora. Il Segreto di Lukas Kofler ha sfondato 2600 copie, tra ebook, cartacei venduti online e da me, fisicamente, durante i miei eventi. Sono riuscito a vendere cinque copie persino in Giappone, sulla semplice fiducia. Un lettore lo ha letto utilizzando una app di traduzione sullo smartphone. Circa quattrocento pagine lette così. Che dire?
Per il resto, non c’è un progetto che non vedo l’ora di realizzare. Io sono molto metodico. Perciò, mi godo le varie fasi del lavoro. Fino a dicembre, la parte più ampia delle mie giornate sarà dedicata al progetto per il Giappone, che si completa con due cataloghi d’arte e un racconto di viaggio che pubblicherò a giugno. Poi ho la tesi da completare, per la mia prossima laurea. Lavoro effettivamente una media di undici ore al giorno, studio e mi tengo in forma. Dormo poco, quello sì. Ma le giornate di trenta ore non le hanno ancora inventate. Almeno per ora.
Pasquale Di Matteo
Intervista a Pasquale Di Matteo: Dalla fabbrica all’arte contemporanea e alla geopolitica
Redazione The Digital Moon
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