Intervista a Fabio Lomartire: Si racconta tra psicologia e impegno sociale
Intervista a Fabio Lomartire: Si racconta tra psicologia e impegno sociale
TDM: Sei stato Direttore dell’hotspot di Taranto e successivamente ti sei occupato a fondo di orientamento, benessere lavorativo e immigrazione. Oggi nuovamente hai scelto di vivere un’altra esperienza all’estero e ora sei in Canada. In che modo questa forte sensibilità professionale e sociale influenza la tua capacità di adattarti a nuovi contesti, culture e professioni in giro per il mondo?
Alla base ci sono la curiosità, il desiderio di confrontarmi con il mondo reale, di guardare le cose da vicino e di entrare, per quanto possibile, nella quotidianità di altri luoghi. Non so decidere fino a che punto la mia professione influenza la mia vita o è la mia vita ad influenzare la mia professione. Sono diventato psicologo quasi per “errore”: avrei voluto fare il criminologo e, per ignoranza, mi iscrissi a Psicologia dopo una ricerca sul web tra Google e Yahoo Answers. Era il lontano 2010. Adattarmi è una cosa che faccio con naturalezza, con tutte le difficoltà che posso incontrare rispetto soprattutto alla lingua e al fatto di lasciare la comodità della propria casa, il proprio lavoro e iniziare “tutto da capo”.
Sicuramente la mia professionalità mi aiuta a guardare le cose con occhio critico e non rimanere troppo legato alle cose o alle persone. Quando i fatti avvengono intorno a me li guardo sempre dal punto di vista di “Fabio il viaggiatore” e “Fabio lo psicologo”. Riguardo i contesti poi, ci sono più cose da tenere in conto: quando ci si sposta da Sava a Sydney o a Montreal, cambia soprattutto la dimensione del luogo in cui si vive e, con essa, la complessità delle persone, delle culture e delle influenze che lo attraversano.
Quello che invece mi ha sorpreso è spostarmi nei piccoli centri dell’Australia dove la vita scorre lentamente lontana dai ritmi serrati della città. In Tasmania sono approdato a Bruny Island e l’ho attraversata in auto per circa 60 chilometri, da nord a sud. Lungo il percorso incontravo le persone e chiedevo loro semplicemente: come si vive qui? Cosa fate? E ho scoperto che la bellezza della natura, il silenzio e il cielo stellato, valgono più delle serate in una qualsiasi downtown in una metropoli. A livello lavorativo è ancora più semplice per me! Non ho paura ad entrare in un contesto lavorativo nuovo, anzi mi eccita ogni volta: conoscere i colleghi e le loro storie, le procedure e le tradizioni, entrare nella storia delle aziende, come sono organizzate, ecc. Tutto questo è pane per i miei denti.
TDM: Nel panorama della psicologia del lavoro e dell’orientamento ci sono figure di spicco — come lo psicologo e docente accademico Salvatore Soresi, pionieristico nello studio dell’inclusione e del Life Design — che hanno ridefinito il modo di guidare le persone nelle proprie scelte. Qual è secondo te la chiave per aiutare i giovani a costruire un percorso di carriera solido e flessibile al giorno d’oggi?
Domanda complessa, ma provo a rispondere. Innanzitutto, non c’è alcuna differenza tra i giovani d’oggi e quelli nati negli anni ’80. La differenza sta nella società in cui sono nati: negli anni passati c’era ancora tanta fiducia nel futuro, oggi questa fiducia sembra essere cambiata e il messaggio che stiamo dando ai giovani è che serva sacrificio e sudore per realizzarsi. I giovani però hanno un altro pensiero: vogliono godere ciò che la vita gli dà. Oggi siamo un po’ allo spareggio tra generazioni. I giovani non vogliono aiuto, vogliono essere lasciati in pace. Quando incontro i ragazzi non provo a spiegare loro paradigmi, algoritmi, teorie, ma faccio loro le classiche domande giornalistiche, o 5W: what, who, when, where, why. Solo dopo, molto dopo, chiedo “how”, cioè come.
Tutti abbiamo delle idee sul nostro futuro, poco importa se abbiamo 13, 30 o 60 anni. Il punto è come incrociamo le nostre idee con la nostra esperienza quotidiana. I ragazzi e le ragazze hanno bisogno di esempi da seguire, che siano professori, personaggi di una serie TV o protagonisti di un libro. Allora quello che dobbiamo fare è rendere la loro esperienza ricca di punti di riferimento e di esempi da seguire, da emulare e perché no, da superare.
Ora ovviamente la questione è quali siano i punti di riferimento, se i personaggi di Gomorra oppure Einstein. Su quello deve intervenire la società non può essere un singolo professionista a cambiare il futuro di una persona. Quando incontro gli studenti solitamente sono percorsi da 20-30 ore spalmati in settimane. Cosa succede loro quando l’incontro o il percorso è terminato potrò scoprilro solo in futuro. Per concludere, ai giovani non bisogna offrire un percorso, ma gli strumenti per percorrere la propria strada: l’orientamento non è un tragitto dal punto A al punto B, ma è una navigazione in mare aperto, e allora ai giovani bisogna insegnare a navigare sia con il cielo limpido che con il mare in burrasca, così sapranno loro quando aprire le vele, quando ripiegarle, quando tornare al porto e quando lasciarlo.
TDM: In Australia hai ricoperto ruoli come lavapiatti, cameriere e magazziniere, mentre oggi a Montréal sei chef in un hotel e pizzaiolo. Cosa ti affascina del mondo della ristorazione e quanto consideri la cucina un vero e proprio linguaggio universale di comunicazione e integrazione?
Un compagno, Franco Semeraro, politico locale e presidente di un Circolo Arci in provincia di Taranto, durante un congresso provinciale, mentre si discuteva animatamente e i toni si alzavano, preparò delle bruschette che offrì a tutta l’assemblea e avvicinandosi a noi che allora eravamo i giovani, disse sottovoce: “il segreto per far ragionare le persone è una fetta di pane con un pomodoro sfraganato sopra” (Ecco, un esempio da seguire). Il cibo ha un ruolo centrale nell’organizzazione di tutte le culture, rurali o metropolitane che siano.
Ho conosciuto la cucina per bisogno a 20 anni, ed è un mondo affascinante, incredibile e a volte può essere la cosa migliore che tu abbia mai fatto e a volte la peggiore. Lavorare nella ristorazione mi ha aiutato economicamente negli anni di studio universitari, durante il tirocinio e anche negli anni di difficoltà a trovare lavoro “affine ai miei studi”. Ho fatto di tutto per uscirne e quando ci sono riuscito ho deciso di andare in Australia e ho ricominciato proprio dal lavare i piatti come avevo iniziato a 20 anni. Ma all’estero è decisamente meglio sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista organizzativo. Non è ovviamente il paradiso, ma molto meglio.
Comunque, nelle cucine di città cosmopolite come Sydney, Perth e Montreal, incontri tutto il mondo, c’è poco da fare. Ho avuto Chef cinesi, giapponesi, tedeschi, francesi, iraniani, ho lavorato con italiani, nepalesi, indiani, australiani, thailandesi, coreani. Australia e Canada hanno percentuali di popolazione di persone non nate sul territorio nazionale e che sono cittadini con passaporto da capogiro: circa il 30% per l’Australia, circa il 23% per il Canada, contro il 9% dell’Italia. In cucina incontri persone che nel loro paese erano avvocati, infermieri, ingegneri e che hanno dovuto andar via o hanno deciso di farlo per necessità. A volte è la guerra, altre per questioni economiche, sociali o religiose.
Insomma, nulla di nuovo se si osserva il fenomeno migratorio o emigratorio in Italia: la gente va a vivere dove trova condizioni di vita migliori. In altri ancora è solo la voglia di visitare un posto e viverci per un po’. Fare l’esperienza. La ristorazione assorbe molte persone che cercano lavoro, soprattutto in ruoli di ingresso come lavapiatti o commis. È un ambiente nel quale, con l’esperienza, è possibile crescere professionalmente. Per questo rappresenta spesso una porta d’accesso al mercato del lavoro, soprattutto quando si arriva in un Paese di cui non si conosce ancora bene la lingua.
TDM: Il tuo impegno nel sociale spazia dalle battaglie per i diritti civili all’ambientalismo e all’accoglienza. Quanto ritieni sia fondamentale per un professionista della salute mentale e della formazione mantenere una partecipazione attiva nella tutela dei diritti umani e del pianeta?
Non penso si possa fare altrimenti. È per me impossibile essere un professionista della salute mentale e rimanere estraneo ai processi sociali in Italia, in Europa e nel mondo. Se non si prova a portare un cambiamento anche fuori dalle mura del proprio studio, il nostro lavoro rischia di rimanere incompleto. Che senso ha lavorare con il Gioco d’azzardo patologico se poi non si partecipa alla scrittura di una legge che vieti l’installazione di videopoker in bar vicino a scuole o parchi? Che senso ha prendere in carico pazienti con disordini d’ansia se poi non si agisce sui diritti dei lavoratori? Penso che il ruolo degli operatori della salute mentale sia anche quello di mediare con le istituzioni e la politica per contribuire a costruire una società e delle leggi più attente al benessere delle persone.
Un’altra componente è l’ambientalismo, che mi porto dietro grazie alle esperienze di vita e all’educazione familiare. Mia madre faceva la raccolta differenziata già ai tempi dei contenitori a campana. L’acqua in bottiglie di plastica si consumava pochissimo e lo spreco di cibo era praticamente inesistente. A questa educazione si sono affiancati gli SCOUT che hanno messo il resto.
Se il mio impegno per i diritti civili si è affinato attraverso gli studi e le esperienze professionali, la sensibilità ambientale nasce soprattutto dai buoni esempi ricevuti.
TDM: Nonostante la tua passione per il viaggio e la scoperta del mondo, hai ben chiaro che il tuo punto di riferimento resta la Puglia. Quali sono i progetti professionali e di vita che desideri sviluppare e portare a compimento una volta rientrato in Italia dopo questa tappa canadese?
Questo è uno spoiler bello e buono! Al termine degli studi in Psicologia, la maggior parte dei miei colleghi e amici aveva già chiaro quale sarebbe stato il passo successivo: iniziare una scuola di specializzazione e diventare psicoterapeuta.
Oggi molti di loro lo sono già da tempo. Io, invece, ho scelto una strada diversa. Dopo anni di lavoro, viaggi, esperienze e due master, ho deciso che intraprenderò una scuola di psicoterapia e vorrei costruire, nel tempo, uno studio — magari associato — che unisca la psicoterapia alla consulenza organizzativa.
Nell’ultimo anno mi sono avvicinato alla Mindfulness e allo Yoga. Sono pratiche che voglio continuare a coltivare, sia per le loro implicazioni sul benessere psicologico sia per la capacità di creare occasioni di incontro e socialità. E poi c’è la politica fatta di militanza partitica e associativa che continueranno a costellare la mia vita e magari riuscire ad essere il cambiamento non solo raccontarlo.
Intervista a Fabio Lomartire: Si racconta tra psicologia e impegno sociale
Redazione The Digital Moon
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