Crescita personaleInterviste

Intervista a Nicola Santos: superare la fragilità tra crescita personale e resilienza

Intervista a Nicola Santos: superare la fragilità tra crescita personale e resilienza


Sei nato in Svizzera, hai vissuto vent’anni in Portogallo e quattro anni fa hai deciso di tornare in Svizzera per lavorare come infermiere, superando anche l’ostacolo iniziale della lingua. In che modo questa forte esperienza di radicamento e di adattamento ha influenzato la tua visione della resilienza e della crescita personale?

Questa esperienza mi ha insegnato che la resilienza non è qualcosa che si costruisce quando tutto va bene, ma quando la vita ti mette davanti a una realtà nuova e ti obbliga ad adattarti. Sono nato in Svizzera, ma ho vissuto vent’anni in Portogallo. Quando sono tornato in Svizzera per lavorare come infermiere, ho dovuto affrontare non solo un nuovo ambiente professionale, ma anche una barriera linguistica, culturale e personale. In quei momenti capisci che crescere non significa sentirsi sempre pronti, ma scegliere di andare avanti anche quando ti senti impreparato.

Per me la resilienza è come una radice. Più profonda è la radice, più l’albero può sopportare vento, pioggia e cambiamenti di stagione. Il radicamento mi ha dato identità; l’adattamento mi ha dato elasticità. Senza radici rischiamo di perderci, ma senza capacità di adattamento rischiamo di spezzarci.
In questo ritrovo molto il pensiero di Epitteto: non possiamo controllare tutto ciò che accade, ma possiamo sempre lavorare sul modo in cui rispondiamo. Non ho potuto controllare la difficoltà iniziale della lingua, il senso di disagio o la fatica di ricominciare; però ho potuto controllare il mio atteggiamento, il mio impegno quotidiano e la mia disponibilità a imparare. Anche nel messaggio di Gesù vedo un principio molto concreto: la casa costruita sulla roccia resiste alla tempesta. Per me quella roccia è fatta di valori, disciplina, fede nel processo, responsabilità e capacità di servire gli altri anche quando tu stesso stai crescendo. Lavorare come infermiere mi ha mostrato che la fragilità umana è reale, ma anche che dentro ogni persona esiste una forza che spesso emerge proprio nei momenti più difficili.


Accanto alla tua professione sanitaria, ti muovi tra ambiti diversi come il coaching, la fotografia, gli investimenti, le neuroscienze e la filosofia. Come riesci a far coesistere tutte queste passioni e in che modo ciascuna di esse contribuisce a strutturare il tuo metodo di crescita personale?

A prima vista possono sembrare mondi separati, ma per me sono tutti collegati da una domanda centrale: come può una persona vivere meglio, diventare più consapevole e costruire una vita più solida? La professione sanitaria mi ha dato il contatto diretto con la realtà umana: il corpo, la malattia, la sofferenza, la vulnerabilità, ma anche la dignità delle persone. Il coaching mi permette di lavorare sulla trasformazione quotidiana: alimentazione, allenamento, abitudini, disciplina e mentalità. La fotografia mi ha insegnato l’osservazione: per fare una buona foto devi vedere ciò che molti guardano ma non notano.

Gli investimenti mi hanno insegnato la pazienza, la gestione del rischio e il controllo emotivo. Le neuroscienze mi aiutano a capire come funzionano abitudini, attenzione, motivazione e comportamento. La filosofia, infine, mi dà una bussola. Socrate diceva che una vita non esaminata non merita di essere vissuta. Per me questo significa che non basta correre, lavorare, produrre e accumulare esperienze: bisogna anche fermarsi e chiedersi perché si sta facendo tutto questo. La crescita personale non è solo fare di più, ma capire meglio chi siamo e dove stiamo andando.

Vedo il mio metodo come una specie di ponte. Da una parte c’è la parte pratica: corpo, allenamento, nutrizione, lavoro, soldi, organizzazione. Dall’altra c’è la parte interiore: pensiero, emozioni, valori, spiritualità, carattere. Se sviluppiamo solo la parte pratica, rischiamo di diventare efficienti ma vuoti. Se sviluppiamo solo la parte interiore, rischiamo di avere belle idee ma poca concretezza. La vera crescita nasce quando queste due dimensioni iniziano a dialogare. Marco Aurelio scriveva spesso della necessità di governare sé stessi prima di voler governare il mondo esterno. Questo per me è fondamentale: prima di cercare successo, risultati o riconoscimento, una persona deve imparare a guidare la propria mente, le proprie reazioni, il proprio tempo e le proprie scelte.


Nel podcast ti piacerebbe approfondire il tema de “I pilastri della vita”. Quali sono, secondo la tua visione e i tuoi studi tra psicologia e filosofia, i pilastri fondamentali che ogni individuo dovrebbe costruire per mantenere un equilibrio solido nella società contemporanea?

Secondo me, nella società contemporanea abbiamo bisogno di tornare a costruire fondamenta. Viviamo in un tempo pieno di stimoli, informazioni, possibilità e distrazioni, ma spesso povero di struttura interiore. È come voler costruire una casa molto alta su un terreno instabile: all’inizio può sembrare tutto bello, ma alla prima tempesta iniziano a vedersi le crepe. Per questo, quando parlo de “I pilastri della vita”, mi riferisco a quattro dimensioni fondamentali: la mente, la spiritualità, il sociale e il corpo. Mente – Autoconoscenza

Il primo pilastro è la mente, cioè l’autoconoscenza. Per me tutto parte da qui. Socrate diceva: “Conosci te stesso”. Questa frase, anche se molto antica, oggi è più attuale che mai. Molte persone vivono reagendo agli stimoli esterni, alle opinioni degli altri, ai social, alle aspettative familiari o sociali, ma non si fermano mai a chiedersi: chi sono? Cosa penso davvero? Perché desidero ciò che desidero? Da dove nasce la mia ansia? Quali pensieri sto alimentando ogni giorno?
La mente deve essere educata. Se non impariamo a governare i nostri pensieri, saranno i pensieri a governare noi. Qui entra anche il pensiero stoico di Epitteto: dobbiamo distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi. Questa distinzione è una forma enorme di libertà mentale. Non posso controllare tutto ciò che accade fuori, ma posso lavorare sul mio giudizio, sulla mia risposta, sulle mie azioni e sulla mia direzione.
Spiritualità – Proposito

Il secondo pilastro è la spiritualità, cioè il senso, il proposito e l’allineamento con valori più alti. Per spiritualità non intendo solo una pratica religiosa esteriore, ma una connessione profonda con ciò che dà significato alla vita. Per me, qui il messaggio di Gesù è centrale: costruire la propria casa sulla roccia, non sulla sabbia. La roccia rappresenta i valori, la verità, l’amore, il perdono, la responsabilità e la relazione con Dio.
Anche per chi non si riconosce in una visione religiosa, figure come Gesù possono essere osservate e studiate non solo come riferimenti spirituali, ma anche come maestri di filosofia pratica, capaci di offrire insegnamenti profondi sull’amore, sul perdono, sulla responsabilità e sul modo di vivere.
Anche Marco Aurelio parlava spesso dell’accettazione del destino, dell’ordine della natura e della necessità di vivere secondo virtù. Questo non significa essere passivi davanti alla vita, ma imparare ad accogliere ciò che non possiamo cambiare e agire con rettitudine su ciò che possiamo cambiare. La spiritualità è ciò che impedisce alla persona di vivere solo per piacere, immagine, denaro o approvazione. È la bussola interiore che continua a indicare il nord anche quando fuori c’è confusione.

Sociale – Amore e dovere
Il terzo pilastro è il sociale, cioè l’amore e il dovere. Nessuno si salva, cresce o si realizza completamente da solo. L’essere umano ha bisogno di relazioni vere, di comunità, di servizio e di cooperazione. Gesù ha messo l’amore al centro: amare il prossimo, servire, perdonare, aiutare chi è fragile. Questo non è solo un principio spirituale, ma anche profondamente pratico. Marco Aurelio, da imperatore e filosofo, ricordava che siamo nati per collaborare, come le mani, i piedi, le palpebre, i denti superiori e inferiori. La vita sociale non dovrebbe essere solo competizione, confronto e apparenza, ma anche dovere, giustizia ed empatia concreta. Una persona cresce davvero quando smette di chiedersi solo “cosa posso ottenere?” e inizia a chiedersi anche “come posso essere utile?”.

Corpo – Lo strumento
Il quarto pilastro è il corpo, cioè lo strumento. Il corpo non è tutto, ma è il veicolo attraverso cui viviamo, serviamo, lavoriamo, pensiamo e amiamo. Se il corpo è trascurato, anche la mente e lo spirito ne risentono. Sonno, movimento, alimentazione, respirazione e disciplina fisica non sono dettagli superficiali: sono parte della nostra stabilità. Il corpo è come un cavallo affidato a un cavaliere. Se il cavallo è debole, indisciplinato o maltrattato, anche il cavaliere fatica ad arrivare lontano. Allo stesso modo, una persona che non ha autocontrollo sul corpo spesso fatica anche ad avere autocontrollo sulla mente, sulle emozioni e sulle decisioni.
Questi quattro pilastri – mente, spiritualità, sociale e corpo – non eliminano le difficoltà della vita. Però rendono la persona più stabile davanti alle difficoltà. Non impediscono la tempesta, ma aiutano a non crollare quando la tempesta arriva.


Sostieni che la mancanza di questi pilastri stia lasciando spazio a una generazione più fragile e ansiosa. Dal tuo osservatorio di coach e professionista, quali sono le cause principali di questo indebolimento generazionale e quali segnali indicano che si è persa la rotta?

Quando parlo di una generazione più fragile e ansiosa, non intendo dire che i giovani siano deboli o senza valore. Anzi, vedo tantissimo potenziale, sensibilità e intelligenza. Il problema è che molti giovani stanno crescendo in un ambiente che offre tanti stimoli, ma pochi punti fermi. Tanta informazione, ma poca saggezza. Tanta libertà apparente, ma poca direzione interiore. La fragilità nasce spesso quando questi quattro pilastri non vengono costruiti. Quando manca il pilastro della mente

Sul piano della mente, vedo una grande difficoltà a stare con sé stessi. Molte persone sono sempre connesse, ma poco consapevoli. Passano da un contenuto all’altro, da un confronto all’altro, da uno stimolo all’altro, senza mai fermarsi davvero a pensare. Socrate invitava l’uomo a esaminare la propria vita, ma oggi molti hanno paura del silenzio perché nel silenzio emergono domande scomode. Quando manca l’autoconoscenza, una persona diventa facilmente manipolabile: dall’opinione degli altri, dai social, dalle mode, dalla paura di non essere abbastanza. È come vivere con una casa piena di finestre aperte: entra tutto, il rumore, il freddo, la polvere, le voci degli altri. A un certo punto non sai più quali pensieri sono davvero tuoi e quali sono stati messi dentro di te dal mondo esterno.
Quando manca il pilastro della spiritualità. Sul piano della spiritualità, vedo una perdita di senso. Molte persone vivono per obiettivi immediati: piacere, immagine, consumo, approvazione, successo rapido. Ma quando la vita diventa solo ricerca di stimoli, prima o poi arriva il vuoto. L’essere umano non ha bisogno solo di distrazione; ha bisogno di significato.

Gesù parlava della casa costruita sulla sabbia e della casa costruita sulla roccia. Oggi molte identità sono costruite sulla sabbia: sull’aspetto fisico, sui like, sul denaro, sul riconoscimento, sulla performance. Ma quando una di queste cose viene meno, la persona crolla. La roccia, invece, sono i valori profondi: la verità, l’amore, la fede, il carattere, la responsabilità, il rapporto con Dio e con la propria coscienza. Quando manca il pilastro sociale. Sul piano sociale, noto un paradosso: siamo più connessi che mai, ma spesso più soli. Le relazioni sono diventate più rapide, più superficiali e più fragili. C’è meno capacità di ascolto, meno pazienza, meno empatia pratica. Molti cercano attenzioni, ma fanno fatica a costruire presenza vera. Qui il messaggio di Gesù è molto forte: l’amore non è solo emozione, è servizio. È prendersi cura, perdonare, sacrificare qualcosa di sé per il bene dell’altro. Anche Marco Aurelio ricordava che l’essere umano è fatto per collaborare. Quando perdiamo il senso del dovere verso gli altri, diventiamo più centrati su noi stessi, e una vita troppo centrata su sé stessi diventa facilmente ansiosa.
Quando manca il pilastro del corpo

Sul piano del corpo, vedo un indebolimento della disciplina fisica. Sonno irregolare, sedentarietà, alimentazione disordinata, abuso di schermi, poca esposizione alla fatica. Il corpo viene spesso usato per apparire, ma non sempre viene educato per sostenere la vita. Invece il corpo è uno strumento sacro e pratico allo stesso tempo. È attraverso il corpo che lavoriamo, serviamo, abbracciamo, resistiamo, costruiamo.
Una generazione che evita ogni disagio rischia di perdere la capacità di affrontare il disagio inevitabile della vita. È come voler essere forti senza mai sollevare un peso. Ma il peso non è il nemico: è lo stimolo che costruisce forza. I segnali che si è persa la rotta sono chiari: ansia costante, bisogno continuo di approvazione, paura del giudizio, difficoltà a mantenere impegni, incapacità di tollerare la frustrazione, confusione identitaria, dipendenza dalla distrazione, relazioni superficiali e perdita di visione a lungo termine. Epitteto direbbe che stiamo soffrendo non solo per ciò che accade, ma per il giudizio che costruiamo su ciò che accade. Marco Aurelio aggiungerebbe che dobbiamo tornare a governare la nostra cittadella interiore. E Gesù ci ricorderebbe che senza fondamenta solide, la casa non resiste alla tempesta.


Per invertire questa tendenza e combattere l’ansia diffusa, quali strategie concrete e quotidiane proponi di adottare, soprattutto per i più giovani, al fine di riappropriarsi della propria stabilità emotiva, mentale e pratica?

Per invertire questa tendenza, credo sia necessario tornare a una crescita personale più semplice, più profonda e più concreta. Oggi spesso si cerca una soluzione rapida all’ansia, alla confusione o alla fragilità, ma la stabilità non si costruisce con un trucco. Si costruisce come una casa: mattone dopo mattone, giorno dopo giorno. Io proporrei di lavorare quotidianamente sui quattro pilastri: mente, spiritualità, sociale e corpo. Non è un metodo per diventare perfetti, ma un piano concreto per diventare più centrati, più forti e più capaci di vivere bene.

Per i giovani, proporrei alcune pratiche semplici:

iniziare la giornata senza telefono;scrivere ogni giorno una cosa che dipende da sé e una cosa da lasciare andare;allenarsi o camminare regolarmente;dormire con più disciplina;fare ogni giorno un piccolo gesto di servizio;leggere qualcosa che nutra la mente invece di consumare solo contenuti veloci;mantenere almeno una promessa fatta a sé stessi. La stabilità emotiva non nasce dall’eliminare tutti i problemi. Nasce dal diventare una persona capace di attraversarli. La vita non ci promette assenza di tempeste, ma possiamo costruire una barca più forte, una bussola più chiara e un timoniere più preparato.
Per me, crescere significa questo: conoscere sé stessi come insegnava Socrate, governare le proprie reazioni come insegnava Epitteto, vivere con virtù come ricordava Marco Aurelio e costruire la propria vita sull’amore, sulla verità e sul servizio come insegnava Gesù.

Nicola Santos|Ig: @santos.nicola


Intervista a Nicola Santos: superare la fragilità tra crescita personale e resilienza

Redazione The Digital Moon

Social The Digital Moon | Leggi altri articoli qui.

https://www.instagram.com/thedigitalmoon

Intervista a Nicola: superare la fragilità tra crescita personale e resilienza