Intervista a Michele: La voce che racconta (e dissacra)
Intervista a Michele: La voce che racconta (e dissacra)
La tua carriera nasce da una fascinazione per le voci pubblicitarie e documentaristiche: ricordi il momento preciso in cui hai capito che la voce sarebbe stata il tuo strumento?
Fin da piccolo ho sempre capito che nella voce si celava della magia. Quell’onda sonora capace di emozionarti, trasportarti in altri mondi, convincerti della bontà di un’idea. Anche se da bambino non pensavo di diventare un doppiatore, ma sognavo di aprire un negozio di ottica. Mi sono avvicinato al teatro e al doppiaggio non da bimbo, ma da maggiorenne: avevo molti dubbi ed ero anche abbastanza timido, il teatro e poi il doppiaggio mi hanno cambiato la vita.
Ti sei formato con professionisti come Carlo Valli e Dante Biagioni: qual è l’insegnamento più prezioso che ti hanno lasciato e che porti ancora oggi nel tuo lavoro?
Uno degli insegnamenti che porto con me e che cito anche ai miei studenti è quello di Dante Biagioni: quando ero ragazzino avevo un ritmo molto veloce e mentre ero al leggio a mangiare parole come un frecciarossa lui mi fermò e dopo una pausa mi disse “Michele, le parole sono come le caramelle, te le devi gustare per permettere agli altri di gustarle”. Quella frase mi è rimasta dentro.
Dalla narrazione per documentari su Geo alle campagne per grandi brand: come cambia il tuo approccio vocale tra storytelling “istituzionale” e comunicazione pubblicitaria?
Cambia molto. La voce deve essere al servizio del prodotto, personaggio o servizio a cui si presta la voce. Uno spot può avere tanti stati d’animo diversi: per esempio se si sponsorizza un auto l’obiettivo può essere sedurre un potenziale acquirente, quindi il volume deve essere basso, quasi sussurrato. Anche il ritmo sarà più lento, mentre in uno spot energico il volume tende verso l’alto e il ritmo è incalzante. In un documentario la voce deve accompagnare le immagini, descriverle, raccontarle, questo si traduce, di solito, in un ritmo controllato e un tono più pacato.
Sui social mescoli tecnica vocale e ironia surreale: da dove nasce il personaggio di Robbertino e quanto c’è di te in questo alter ego?
Robbertino sono io, nasce dall’esigenza di non prendersi troppo sul serio, di ridurre le aspettative, di accettarsi e di scherzare sui propri punti deboli, addirittura enfatizzandoli. Quello che ci spaventa può diventare un nostro alleato. Ti racconto una storia: quando ho iniziato ad insegnare avevo un gran timore, che gli altri si accorgessero di quanto sudassi, perché io sudo come un cinghiale su mercurio.
Per questo motivo tenevo i gomiti stretti anche quando gesticolavo: non volevo mostrare le ascelle pezzate. Poi ho pensato che non volevo più nascondere questa parte di me “Michele questo sei tu, sei una persona che suda tanto”. Da allora ho imparato a dirlo in pubblico, facendolo notare col sorriso. Quando smetti di aver timore di ciò che pensano gli altri finisci con lo stupirti dell’empatia che possono avere , perché stai dimostrando loro che non sei e non vuoi essere perfetto.
Con “Lettera di un pastassino” torni al teatro come autore e regista: cosa ti dà il palcoscenico che microfono e cuffie non riescono a offrirti?
L’energia del pubblico. Il palcoscenico è magico. La connessione col pubblico che viene a crearsi è un moltiplicatore di emozioni. Sul palco ogni stato d’animo ha una intensità superiore e quando scendi dal palco ti porti dentro l’eco di tutte le emozioni.
Intervista a Michele: La voce che racconta (e dissacra)
Redazione The Digital Moon
Social The Digital Moon | Leggi altri aritcoli qui.
https://www.instagram.com/thedigitalmoon

