Intervista a Francesco Avvisati: Tra Arte ed Emozioni
Intervista a Francesco Avvisati: Tra Arte ed Emozioni
Cosa ti ha spinto a passare dall’osservazione dei paesaggi dipinti da tuo padre alla creazione di opere astratte?
Ero davvero un ragazzino quando mio padre mi invitò nel suo laboratorio d’arte, una sorta di sgabuzzino pieno di polvere dietro casa. C’erano cianfrusaglie e oggetti vari. Ricordo che iniziò a spiegarmi tante cose: c’erano dei libri molto belli e vecchi sull’uso del colore e sui vari artisti del passato. Ho iniziato imitando quelle pennellate figurative: prima i santi – il mio primo quadro in assoluto è un Gesù fatto ad olio – e poi qualche paesaggio di montagna. Ma col tempo ho sentito un limite.
Leggevo tanto, ai tempi, e mi innamorai della filosofia in generale e di Kandinskij. Quando feci vedere a mio padre il mio primo lavoro astratto ci rimase male, si sentì male, gli venne un colpo. Non era abituato, non aveva mai studiato tutta l’arte: per lui esistevano solo paesaggi e santi.
La tua arte si fonda su un approccio molto emotivo. In che modo la teoria dei neuroni specchio ha influenzato il tuo modo di dipingere?
I neuroni specchio risalgono a un periodo molto difficile della mia vita. Ho perso una persona davvero importante e, un pomeriggio, ho trovato tra le bancarelle di Napoli un libro di un certo Giacomo Rizzolatti.
Ho iniziato a divorarlo e ho scoperto che i neuroni specchio sono proprio la base per spiegare la nostra empatia, la nostra connessione con gli altri. In un certo senso è un tema molto legato all’arte. Quando guardo la mia arte attuale, devo tanto all’immaginario di questi neuroni che si attivano quando compiamo un’azione, un gesto, uno scopo.
Immagino che i miei segni, le tracce che lascio, possano sopravvivere a me. Diventano l’eco del mio fantasma. E quindi, quando in futuro guarderanno i miei lavori, potranno connettersi con me tramite i neuroni specchio: il mio gesto sulla tela diventerà un riflesso delle mie azioni anche nella loro anima.
Hai parlato di “macchie e stratificazioni” come linguaggio espressivo. Come nascono queste stratificazioni? Sono il frutto di un processo meditativo o più impulsivo?
Queste macchie, questi segni, nascono innanzitutto da un impulso molto forte. Mi capita di osservare una persona per strada, o un particolare oggetto, o un luogo – può essere qualsiasi cosa – e allora mi appunto o disegno velocemente questo immaginario ovunque (pezzo di carta o cellulare).
Poi torno a casa, lascio passare delle ore, ci ritorno, rileggo e rileggo o osservo quello che ho fatto, e mi lascio contaminare ancora una volta da quella sensazione. Potrei dire: un misto tra i due mondi, impulsivo e riflessivo.
Descrivi il tuo stile di vita come un po’ dudeista: puoi raccontarci cosa significa questo per te e come si riflette nella tua arte?
Eh, io penso che tutti dovremmo diventare dudeisti. Lo conosci il film Il grande Lebowski dei fratelli Coen? C’è questo personaggio, il Dude, che è un ex hippie che vive la vita al momento, con relax. Si gode la sua vita, si gode le piccole cose, come il suo tappeto in casa.
Non si preoccupa tanto di quello che è stato o quello che sarà, ma del momento attuale. Nel film subisce svariati eventi negativi e violenti, ma lui mantiene sempre, anche nell’ansia totale, quel mood del tipo: “Ma chi se ne frega, la vita va avanti!”.
In un certo senso ho fatto mia quella filosofia “dudeista”, new age, da cui è nato anche un movimento meditativo davvero rilassante. Ho la mia birra, la mia bellissima compagna di vita con me, il mio camper dove vivo, e la mia arte. Non ho bisogno di null’altro.
Sto bene così. Il dudeista non evita le responsabilità, ma piuttosto evita di impegnare la mente continuamente con pensieri ossessivi che non sono importanti. Non siamo fatti per vivere con l’ansia e la costante pressione sociale, quindi personalmente preferisco vivere con poco ma felice.
Evito di circondarmi di oggetti costosi, di spendere soldi in cose inutili. Sono già molto fortunato. Per quanto possa essere folle osservare stratificazioni e immagini in un mio quadro, osservando bene scommetto che troverai la tua improvvisa calma. E va bene così, dude.
Cosa provi quando osservi una tua opera finita? È più un sollievo, una scoperta o un’altra emozione?
Davanti ai miei quadri sento sempre che siano incompleti, mai finiti, in costante divenire. Di solito è la mia vocina interiore, tipo grillo parlante, che mi dice di fermarmi… perché se fosse davvero per me, continuerei all’infinito.
Ho sempre qualcosa da aggiungere, da dire, qualcosa che vorrei aggiustare. Non sono mai contento. Però sì, davanti ai miei quadri sto bene. Lì osservo e mi calmo. È il mio caos, ma rilassa tanto. Almeno, così funziona per me.
Hai parlato di “fantasmi del gesto”. Puoi spiegarci meglio cosa intendi e come questa idea si manifesta nei tuoi quadri?
“Fantasmi del gesto” è un’espressione che ho iniziato ad usare un po’ di tempo fa. È come se ogni mio gesto, sulla tela, lasciasse un’impronta viva ma impalpabile, quasi una presenza.
Queste tracce si stratificano, si mescolano, si rincorrono. Sono come presenze che non si vedono del tutto, ma si sentono. È il segno che sopravvive all’artista. Come se ogni quadro fosse abitato da tutti i gesti fatti per crearlo.
In un certo senso, ogni mia opera è un contenitore di spettri emozionali.
C’è un materiale o una tecnica a cui sei particolarmente affezionato e che senti più “tua”?
Uso tanti materiali, anche quelli considerati “poveri”. Ma se devo essere sincero, mi trovo particolarmente legato al colore ad olio e alle tempere. La materia deve avere una sua consistenza, una sua vibrazione.
Adoro il gesto spontaneo, ma anche quello controllato. È una sorta di danza continua tra controllo e perdita del controllo. A volte uso anche strumenti inusuali: pezzi di legno, oggetti trovati, cartone. L’arte, per me, è anche recupero, rielaborazione, trasformazione.
C’è un’opera a cui sei particolarmente legato? Una che consideri una svolta o che ti ha sorpreso nel tempo?
Sì. È un’opera che non ho mai voluto vendere. L’ho chiamata Spina dorsale.
È un quadro complesso, fatto durante un momento molto duro della mia vita. Ci ho lavorato di notte, sotto una lampadina fioca, in silenzio. Ricordo che ogni gesto sembrava uscito da dentro le ossa. È come se stessi ricostruendo la mia struttura interna.
Quella tela è stata una terapia. Una resurrezione personale. Ogni tanto la guardo ancora e sento quella vertigine che provavo mentre la dipingevo.
Se potessi lasciare un messaggio a chi guarda la tua arte, cosa vorresti che sentisse o capisse?
Vorrei che si sentisse libero. Di interpretare, di perdersi, di non capire. L’arte non deve per forza dire qualcosa.
A volte deve solo far sentire.
Se guardando un mio quadro una persona sente qualcosa – anche solo un piccolo brivido, un dubbio, una tenerezza improvvisa – allora ho fatto centro. Non cerco mai di spiegare troppo. Preferisco che siano le mie opere a parlare, a sussurrare, a restare.
Intervista a Francesco Avvisati: Tra Arte ed Emozioni
Redazione The Digital Moon
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