Intervista a Flavia Liviero: Dall’Odissea all’hotellerie di lusso
Intervista a Flavia Liviero: Dall’Odissea all’hotellerie di lusso
Ciao Flavia! Dal Liceo Classico alla Bocconi, fino alle lauree a Londra e alla consulenza nel settore dell’ospitalità di alto livello. In che modo le tue radici umanistiche e la passione per il concetto classico di Nostos e scoperta influenzano la tua visione moderna del viaggio?
Sì, sicuramente le mie radici e le mie passioni hanno un impatto fortissimo sul mio modo di vivere e interpretare il viaggio. Quando ripenso all’Odissea e al concetto di Nostos – il viaggio di ritorno – ci rivedo esattamente il mio modo di intenderlo. Omero ci ha insegnato che l’eroe non è colui che conquista terre, ma colui che impara conoscendo popoli, culture e usanze diverse, trasformandosi nel profondo.
Ci si sposta per farsi attraversare da ciò che è diverso, per imparare e per tornare a casa con un pezzo di consapevolezza in più. Quando pianifico un viaggio oggi – anche semplicemente un weekend, non deve per forza essere un viaggio lungo – cerco sempre l’incontro autentico con la cultura del luogo, con i suoi paesaggi e con le storie delle persone che lo abitano. Penso che il viaggio, in fondo, sia la forma più sofisticata di indagine culturale.
Dall’esperienza al Bulgari Hotel di Londra al lavoro attuale in Svizzera con agenzie e strutture di lusso in tutto il mondo. Come si è evoluta la definizione di “lusso” negli ultimi anni e perché oggi fa rima con autenticità, tempo e cura invece che con mero sfarzo?
I dati e i report di mercato più autorevoli lo confermano chiaramente: siamo passati da un’era del possesso a un’era dell’esperienza. Il lusso materiale e l’ostentazione hanno lasciato il passo a una dimensione diversa, dove le vere monete di scambio sono il tempo e la cura. Lavorando in contesti e con brand di lusso internazionali, posso confermare che la vera sfida non è offrire sfarzo, ma cura sartoriale.
Il servizio sartoriale e l’empatia umana sono diventati l’infrastruttura fondamentale di qualsiasi struttura di successo. Nel lusso contemporaneo non c’è autenticità senza una macchina operativa rigorosa e impeccabile. La vera sfida è fondere questa precisione assoluta con la capacità di far sentire l’ospite accolto e compreso, trasformando un semplice soggiorno in un tempo che finalmente appartiene davvero a chi lo vive.
Nel tuo percorso personale e professionale hai sempre cercato la contaminazione culturale, vivendo tra Milano, Londra, Como e la Svizzera. In che modo l’incontro con realtà e persone diverse trasforma un semplice soggiorno in un’esperienza di crescita profonda?
Vivere e lavorare tra contesti così diversi mi ha insegnato una cosa fondamentale: la vera ricchezza sta sempre nella contaminazione. Quando ti sposti da Milano a Londra, o ti muovi tra il Lago di Como e la Svizzera, capisci che ogni luogo ha un’anima, un ritmo e un modo unico di intendere l’ospitalità.
Per me, un soggiorno non diventa memorabile grazie al lusso della stanza, ma grazie alle persone che incontri e alle storie che incroci lungo la strada.
La diversità culturale apre la mente, ti costringe a uscire dagli schemi e ti insegna l’ascolto vero. Nell’hotellerie di alto livello, questo bagaglio si traduce in una grande flessibilità mentale: capire che ogni ospite porta con sé un mondo, aspettative diverse e un vissuto personale che va accolto e compreso senza preconcetti. Alla fine, viaggiare e lavorare a contatto con il mondo è la forma di crescita più potente che esista, sia dal punto di vista umano che professionale.
Oltre al lavoro nell’hotellerie, ami molto i viaggi on the road per lo spirito di libertà che sanno regalare. Come riesci a conciliare la ricerca di un’ospitalità curata nei minimi dettagli con il desiderio di esplorazione più spontaneo e genuino?
Conciliare la ricerca di un’ospitalità curata nei minimi dettagli con il desiderio di esplorazione più spontaneo e genuino non è poi così difficile. In fondo, sono semplicemente due facce dello stesso amore per il viaggio.
Da una parte c’è il piacere di fermarsi in luoghi curati, dove l’attenzione ai dettagli rende il soggiorno speciale.
Dall’altra c’è l’esplorazione spontanea e genuina, che significa lasciarsi guidare dalla curiosità del momento, uscire dai percorsi rigidi e aprirsi all’inaspettato per cogliere l’anima autentica di ciò che si incontra. Ecco perché mi piacciono molto i viaggi on the road: sono il modo più puro e travolgente di vivere il mondo. Stando sempre in movimento in macchina, con lo sguardo incollato fuori dal finestrino, vivi ogni singolo istante senza filtri e senti il posto addosso davvero, chilometro dopo chilometro.
Lavorando con il marketing e la consulenza per hotel di lusso a livello globale, quali sono le chiavi fondamentali e le nuove sfide per riuscire a comunicare l’empatia e l’anima di una struttura ai viaggiatori di oggi?
Secondo me, oggi la sfida più grande è superare la perfezione patinata per raccontare la vera essenza di un luogo. I viaggiatori di lusso non cercano una comunicazione urlata o standardizzata, ma vogliono percepire un’anima prima ancora di fare il check-in.
Credo che le chiavi fondamentali siano tre: la coerenza, la trasparenza e la capacità di fare storytelling emozionale. Comunicare una struttura significa anche e soprattutto raccontare la destinazione, facendola vivere davvero attraverso l’esperienza. Significa tradurre in immagini e parole l’accoglienza reale, il fattore umano e l’attenzione al dettaglio, facendo sentire il viaggiatore non un semplice ospite, ma parte di una storia in cui ogni spazio e ogni momento sono stati pensati apposta per lui.
Flavia Liviero
Intervista a Flavia Liviero: Dall’Odissea all’hotellerie di lusso
Redazione The Digital Moon
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