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Intervista a Fabio orlando: La geometria del thriller psicologico

Intervista a Fabio orlando: La geometria del thriller psicologico


Padre di quattro figli e autore di thriller ad alta tensione, vivi ogni giorno un netto contrasto tra la concretezza della vita familiare e le atmosfere oscure dei tuoi romanzi. Come riesci a conciliare la quotidianità e la gestione della famiglia con l’esigenza profonda di immergerti nella mente e nei lati più bui dei tuoi personaggi?

In realtà la vita familiare e la scrittura di genere non solo coesistono, ma si alimentano a vicenda. Per molti anni, lavorando all’esterno e avendo la possibilità di entrare nelle case e nella quotidianità di tantissime famiglie, ho potuto osservare da vicino — quasi involontariamente, con l’occhio di chi studia i dettagli — le dinamiche relazionali, i comportamenti non verbali e le reazioni umane. A questo si aggiunge la mia vita personale: la quotidianità con quattro figli richiede radici salde, presenza, concretezza e un continuo esercizio di empatia. È un’esperienza piena di vita, luce e dinamismo.

L’immersione nella scrittura rappresenta invece uno spazio d’ombra, una dimensione sotterranea dove posso canalizzare quelle osservazioni per esplorare le crepe della percezione, il senso di colpa e la fragilità dei personaggi. Non c’è alcun conflitto tra le due cose: proprio perché la mia vita di tutti i giorni è ancorata a valori soldi e alla concretezza della famiglia, posso permettermi di scendere negli abissi della mente umana senza perdermi, per poi risalire in superficie con una consapevolezza narrativa ancora più profonda.


Nel definire il tuo stile punti su un approccio rigoroso, quasi come se la narrativa fosse un rompicapo, citando maestri della tensione e dello scavo psicologico come Stephen King e Dostoevskij. In che modo queste influenze letterarie e cinematografiche si traducono nella costruzione delle tue trame e nel far sentire il “peso” del senso di colpa ai lettori?

Dostoevskij, grazie alla sua esperienza di vita vissuta sulla sua pelle, mi ha insegnato che il vero horror non viene mai solo dall’esterno, ma dalla febbre della coscienza, da quella voragine interiore dove il senso di colpa diventa carne e paranoia. Stephen King, d’altra parte, è il maestro insuperabile nell’innestare l’incubo straordinario all’interno di un dettaglio di vita del tutto ordinario. Nel mio lavoro cerco di fondere queste due visioni con un approccio rigoroso. Negli anni ho avuto modo di studiare a fondo i grandi maestri dell’architettura della parola e della drammaturgia, ai quali sono immensamente grato per avermi insegnato l’arte sottile di costruire, strutturare ed equilibrare una storia.

Grazie a questi insegnamenti, le mie trame nascono con una precisione quasi geometrica, dove ogni dettaglio apparentemente insignificante è in realtà la punta affiorante di un iceberg. L’obiettivo finale non è semplicemente spaventare il lettore con un colpo di scena ad effetto, ma portarlo a percepire la stessa identica pressione psicologica del personaggio, facendogli sentire sulla pelle il peso di decisioni sballate e di verità che chiedono un prezzo esiziale per essere svelate.


Per l’uscita dei tuoi progetti hai curato un’identità visiva molto precisa, utilizzando simboli forti come la macchina da scrivere, l’orologio fermo sulle 03:32 e il gioco di specchi. Com’è nato questo lavoro di branding e quanto ritieni sia fondamentale oggi saper comunicare il “mood” e l’atmosfera di un thriller attraverso i canali social?

Oggi la narrazione non può più fermarsi alla sola pagina scritta: deve diventare un’esperienza immersiva. Il lavoro sull’identità visiva nasce dalla volontà di tradurre il linguaggio emotivo del romanzo in immagini e frammenti sonori ad alto impatto. Ogni immagine che realizzo nasce direttamente dall’evoluzione del capitolo, da ciò che accade al suo interno: quello che faccio è immaginare come debba tradursi quella specifica scena in un singolo fotogramma, sintetizzando ed evocando già lì la tensione iniziale.

L’orologio digitale bloccato sulle 03:32, il riflesso alienante dello specchio, la macchina da scrivere dal sapore vintage e minaccioso… non sono semplici elementi decorativi, ma una vera e propria metonimia del racconto. Sui social non cerco di “vendere” un libro in modo banale, ma di spalancare una finestra sull’atmosfera della storia. Se riesci a far sentire al lettore il freddo di quella stanza o la tensione di un secondo che non passa mai prima ancora che apra la prima pagina, la scrittura ha già iniziato a fare il suo dovere.


La scrittura per te non è un semplice passatempo, ma una necessità viscerale e una forma di totale libertà. Qual è la scintilla o il dettaglio della realtà che di solito fa scattare in te la molla per iniziare a progettare una nuova storia?

La scintilla nasce quasi sempre da uno scarto nella normalità, da una micro-frattura della routine quotidiana. Può essere un suono fuori posto nel cuore della notte, il ticchettio insolito di un orologio, o un’espressione fugace sul volto di uno sconosciuto. Mi chiedo sempre: “E se sotto questa superficie rassicurante ci fosse un ingranaggio che sta per spezzarsi?”. Da quel piccolo dettaglio ipotetico si innesca il processo creativo.
A volte la storia parte da un titolo improvviso, che affiora dal nulla: lo trascrivo e da quella singola suggestione inizio a costruire l’intero universo del libro.

Altre volte accade il contrario: cominciano a fluire le pagine ed è solo nel corso della stesura che trovo il tassello mancante. E poi ci sono le idee che bussano in piena notte: mi sveglio all’improvviso, mi alzo e devo subito metterle su carta prima che sfumino. La scrittura diventa allora una necessità viscerale perché è l’unico spazio in cui posso esplorare senza filtri o censure le domande più scomode, sfidando la realtà e mettendone a nudo i confini più labili.


Guardando ai prossimi mesi e alla tua visione per il futuro, quali sono i nuovi progetti o le prossime sfide narrative a cui stai lavorando e cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi prossimi libri?

I prossimi mesi saranno estremamente densi ed entusiasmanti. Il focus principale è chiaramente sul lancio e sulla promozione di questo thriller psicologico, con una ricca serie di appuntamenti dal vivo, presentazioni nelle biblioteche, incontri con i lettori e collaborazioni con i blog di settore. Parallelamente, la fase di creazione non si ferma mai: sono già impegnato nella prima revisione del mio prossimo thriller psicologico, un’opera che andrà ad approfondire ulteriormente le radici psicologiche e le zone d’ombra dei personaggi.

Ma c’è anche un altro progetto a cui tengo molto: un giallo classico in pieno stile Agatha Christie, un genere che adoro profondamente perché ti costringe a mettere in moto ogni singola “cellula grigia”, sfidando il lettore a carpire gli indizi nascosti tra le righe per svelare il segreto finale. I lettori devono aspettarsi storie sempre più viscerali, dove la tensione psicologica, il ritmo serrato e la cura visiva continueranno a essere il mio marchio di fabbrica, guidandoli in labirinti narrativi dove niente è mai come sembra.

Un ringraziamento sincero a te, Lukas Schena, e a tutto il team di The Digital Moon per lo spazio, la sensibilità delle domande e per lo splendido lavoro di valorizzazione della narrativa di genere e degli autori che portate avanti ogni giorno sul vostro blog.

Fabio orlando


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Redazione The Digital Moon

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