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Intervista a Luca Demaria: In arte Luca Boriero

Intervista a Luca Demaria: In arte Luca Boriero


TDM: Luca Boriero non è un semplice pseudonimo, ma una scelta consapevole che racchiude un significato e una storia personale profonda. Da dove nasce questo nome d’arte e in che modo ha segnato l’inizio della tua affermazione come creatore di contenuti legati alla moda?

Luca Boriero è un nome molto personale e preferisco non entrare troppo nella sua storia, anche per rispetto di ciò che rappresenta per la mia famiglia. Posso però dire che Boriero è il vero cognome di mio padre.

Dietro c’è una storia familiare non semplice, anche dolorosa, come ne esistono tante. Scegliere questo nome è stato il mio modo di ricordare quello che mio padre può aver provato e, in qualche modo, restituirgli qualcosa che gli apparteneva. Far rivivere quel cognome attraverso di me è diventato un piccolo omaggio a lui.

Quando ho iniziato questo percorso creativo ho quindi scelto di portare con me una parte delle mie origini. Luca Boriero è il nome con cui oggi racconto la mia idea di stile e di moda, ma prima ancora nasce da qualcosa di intimo: dalla memoria e dalla famiglia.

TDM: Sostieni che vestirsi non significhi addobbarsi o travestirsi, ma paradossalmente “scoprirsi”. In che modo il dialogo tra capi classici, elementi street, vintage e contemporanei ti permette di mettere a nudo il tuo umore, la tua storia e persino le tue contraddizioni?

Lo so, può sembrare un paradosso, ma per me vestirsi significa davvero scoprirsi. Io non mi travesto: mi vesto. Non uso i vestiti per nascondermi e non li considero un’armatura. Al contrario, attraverso ciò che indosso dico: io sono Luca, eccomi, questo sono io.

Mi vesto prima di tutto per riconoscermi allo specchio.

Nel mio modo di vestire convivono quindi mondi apparentemente diversi. Il classico può incontrare lo street, il vintage può dialogare con qualcosa di contemporaneo. Mi piace contaminare: pantaloni croppati, calze colorate, cappelli, giacche, colori, texture e materiali differenti. Ma non metto insieme le cose semplicemente per stupire. Deve esserci sempre un filo conduttore, un’idea estetica che faccia dialogare ogni elemento con gli altri.

E poi c’è l’umore. Non sempre costruisco un outfit partendo da una combinazione di colori o da un capo preciso. A volte parto semplicemente da come mi sento quel giorno, dall’energia che ho dentro e che voglio tirare fuori. Forse è proprio per questo che dico che vestirsi significa scoprirsi: quello che indosso non serve a costruire un personaggio. Serve a rendere visibile una parte di me.

TDM: Hai scelto di trasformare la tua passione per lo stile e la fotografia in un progetto creativo strutturato in età adulta. Qual è il messaggio che vuoi lanciare a chi pensa che la creatività e la voglia di reinventarsi abbiano una data di scadenza?

Nella vita, come tutti, ho combattuto. Ho attraversato momenti difficili, sono caduto e mi sono rialzato. Sono un Ariete e scherzo spesso dicendo che sono nato per andare avanti a testate. In fondo un po’ mi rappresenta: sono resistente e difficilmente mi do per vinto.

A 53 anni non mi preoccupano particolarmente i segni del tempo. Ho la barba bianca, ho perso i capelli: fanno parte di me. Quello che sento maggiormente, semmai, è il valore del tempo. So di averne davanti meno di quanto ne abbia già avuto alle spalle, anche se nessuno può sapere quanto. Ed è proprio questo che mi fa venire ancora più voglia di usarlo.

Non credo che la creatività abbia una data di scadenza. Credo invece che continuare a essere curiosi, appassionarsi, provare, sbagliare, ricominciare e reinventarsi sia uno dei modi più belli per sentirsi vivi. Vivere non è sempre facile. Ma vivere è anche terribilmente bello. E finché avrò qualcosa che mi emoziona e qualcosa da raccontare, voglio continuare a farlo.

TDM: Nelle collaborazioni con i brand rifiuti la logica dell’esposizione passiva del prodotto, preferendo interpretarlo e integrarlo nel tuo linguaggio visivo. Come riesci a bilanciare le esigenze commerciali dei marchi con la necessità di mantenere sempre riconoscibile la tua identità?

Una collaborazione con un brand ha naturalmente anche una funzione commerciale. È pubblicità, fa parte del mercato: un prodotto deve essere mostrato per essere conosciuto. Non c’è nulla di sbagliato in questo.

Quello che non mi interessa è semplicemente ostentarlo. Io cerco di far vivere quel prodotto. Voglio portarlo fuori dal negozio, dalla vetrina, dal manichino e anche dall’immagine perfetta di una rivista. Perché poi esiste la vita vera, quella quotidiana, ed è lì che secondo me un capo diventa davvero interessante.

Nei miei contenuti cerco esattamente questo: inserisco il prodotto nella mia quotidianità e nel mio modo di vestire. Posso indossare una giacca con la naturalezza con cui indosserei un maglione, perché non voglio mai sentirmi costretto dai vestiti. Naturalmente rispetto il prodotto e il lavoro del brand, ma devo poterlo interpretare. Se per mostrarlo smettessi di essere riconoscibile, credo che la collaborazione perderebbe valore anche per il marchio. Il mio compito non è trasformarmi in un manichino: è mostrare come quel prodotto possa entrare nella vita di una persona vera.

TDM: Oggi il tuo profilo è un punto di riferimento per chi cerca un’ispirazione autentica sulla costruzione dell’immagine. Guardando al futuro, quali sono i traguardi o i progetti che vorresti realizzare attraverso il percorso di Luca Boriero?

Il mio profilo è prima di tutto uno spazio aperto. Chiunque può entrare, guardare, magari trovare qualcosa che gli appartiene e decidere di rimanere. Se qualcuno riesce a prendere uno spunto dal mio modo di intendere la moda, di costruire un outfit o semplicemente di esprimere la propria personalità attraverso ciò che indossa, per me è già qualcosa di molto bello. Guardando al futuro ho un desiderio concreto: mi piacerebbe riuscire un giorno a vivere di questo.

Ho sempre avuto un rapporto quasi fisico con l’abbigliamento. Amo le lane, la seta, il cotone, la pelle, il camoscio. Mi piace toccare un tessuto, sentirne la consistenza, riconoscerne l’odore. I vestiti mi hanno sempre affascinato e continuano a darmi gioia.

Qualcuno può considerarli qualcosa di voluttuario o persino futile. Può darsi. Ma credo che ognuno di noi cerchi qualcosa capace di emozionarlo, gratificarlo, nutrirlo e, qualche volta, anche di riempire un piccolo vuoto. Per me una di queste cose è sempre stata la moda. I vestiti non sono tutta la mia vita — ci sono affetti infinitamente più importanti, a cominciare dall’amore incondizionato per mia figlia — ma sono certamente una parte di me. Vorrei quindi continuare a far crescere Luca Boriero, incontrare persone e realtà interessanti, lavorare con brand nei quali possa riconoscermi e trasformare sempre di più questa passione in un vero progetto professionale. Senza perdere la cosa che per me conta di più: continuare a divertirmi, emozionarmi e riconoscermi in quello che faccio.


Intervista a Luca Demaria: In arte Luca Boriero

Redazione The Digital Moon

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